populismo

La presunzione di onestà

Di Maio figlio Di Maio padre

Di Maio figlio Di Maio padre

In questa vicenda di Di Maio padre, figlio, fratelli e mammà c’è qualcosa di più: c’è la presunzione dell’uomo qualunque di essere sempre migliore della classe politica che lo governa (e che comunque si sceglie lui) e la presunzione da mosca cocchiera dei politici demagogici.
Al di là del merito, delle eventuali violazioni di norme, dei possibili risvolti penali e persino delle implicazioni di carattere etico, ciò che emerge, nuda e cruda, è l’Italia, la splendida e meschina terra in cui viviamo.
La Di Maio family non è molto diversa dalle tante che praticano nei confronti dello Stato il vecchio refrain: prendere molto e possibilmente dare nulla. Ma per questo non si sentono in colpa, anzi. Ritengono di compiere una giusta azione risarcitoria nei confronti di una politica e di una pubblica amministrazione inefficiente, corrotta, geneticamente disonesta.
Siamo di fronte ad un fenomeno di ipocrisia di massa, che si nutre di retorica antisistema ed è la prima causa dei fenomeni degenerativi di cui soffre il nostro Stato.
L’antipolitica di questi anni, di cui si sono nutrite tutte le forze politiche, non solo non ha combattuto questo atteggiamento ma lo ha incoraggiato, ne ha fatto una politica. Credendo di essere migliori, un esercito di uomini qualunque insieme a un ceto politico di demagoghi riciclati oggi ha assunto ruoli di governo al grido di “onestà onestà” e in nome della lotta alle tasse brutte, sporche e cattive e del “fuori i poveri disgraziati di immigrati che ci rubano il lavoro”.
È così che abbiamo portato il bar dello sport in parlamento e al governo. Una massa di persone che imprecano per le multe e lasciano la macchina in tripla fila. Che si incazzano per gli immigrati che sono troppi e si lamentano perché non trovano la badante per il vecchio il mese di agosto. Il tipo che ha trovato lavoro facendo la fila nelle segreterie politiche dei “soliti politici” che tuona tutti i giorni contro il clientelismo. L’elenco potrebbe continuare all’infinito. Continua a leggere

La vera natura del Movimento 5 Stelle

Caricatura di Grillo

C’è una cosa che molti, per sciatteria, per sciocco idelogismo o per becero opportunismo fanno finta di non vedere: la vera natura dei 5 stelle.

Se il PD, dopo aver fatto celebrare le primarie in un qualunque comune dello Stivale, avesse negato il simbolo al vincente per darlo al perdente, avrebbe avuto le Federazioni occupate da militanti incazzati e il linciaggio mediatico di tutti, giornali, TV, Rete, talk show, ecc.
Grillo, tranne qualche rara eccezione, non solo non subisce il linciaggio mediatico ma viene allisciato e blandito, la protesta dei suoi militanti viene derubricata a semplice protesta sulla rete, quindi nemmeno fisica.

Se un qualunque sindaco del PD avesse operato come i neanche sei mesi della Raggi a Roma vedremmo innalzare le forche in Campidoglio. Continua a leggere

Non si torna indietro…

Non si torna indietro Segnale stradale

Quando dieci anni fa nacque il PD appartenevo alla schiera dei convinti non entusiasti. Mentre a 19 anni, quando presi la prima tessera del PCI da iscritto alla FGCI, sentivo di fare una scelta di vita e la facevo con la gioia del ragazzo che voleva cambiare l’Italia e il mondo, le successive trasformazioni del partito a cui avevo dedicato la mia vita le ho vissute come scelte politiche che mi consentivano di tenere aperto quell’orizzonte su un terreno nuovo. Vissi anche il PD così, con la consapevolezza che sceglievo la strada difficile ma affascinante dell’unità delle culture democratiche di questo Paese con tutto ciò che comportava in termini non di rinuncia ma di investimento della propria identità in un progetto lungo che era quello della conquista del governo per operare il vero cambiamento e non limitarsi alla sua sola enunciazione. In una parola il riformismo.
Mi convinsero i dirigenti politici ai quali mi sentivo più vicino, in primo luogo D’Alema, anche se mi ha sempre infastidito l’appellativo dalemiano, così come nel PCI contestavo l’appellativo di ingraiano. Trovavo e trovo detestabile definirsi col cognome di un leader, per quanto autorevole esso possa essere. Mi è sempre sembrato un atteggiamento da correntismo provinciale, da intruppamento pecorone. Continua a leggere

Il voto ungherese

Ungheria referendum del 2 ottobre 2016

Il voto ungherese dimostra che il populismo può trovare un argine nel buon senso democratico degli europei. Purché l’Europa cominci ad essere davvero una dimensione comune e non più una sovrastruttura burocratica.

Populisti e riformisti

PopulismoRiformismo

Populisti e antipolitici enunciano il tanto peggio tanto meglio (vedi Brexit e altro) e talvolta sono popolari. I riformisti perseguono il bene per costruire le condizioni del meglio e talvolta sono impopolari. Io preferisco sempre i riformisti, anche a costo di essere impopolare.

Il senso della misura

Mattarella sul volo di linea

Si fa un gran parlare della scelta del Capo dello Stato di recarsi a Palermo, la sua città, usando un volo di linea. Un bel gesto, intendiamoci, soprattutto perché non dovuto. Mi spiego, se Mattarella avesse scelto di andare a Palermo con un volo di Stato, come gli spetta, avrebbe fatto il suo dovere, cioè non esporre la massima carica dello Stato della settima potenza industriale del mondo a potenziali rischi. Dico ciò perché sinceramente trovo fastidiosa certa tendenza a mettere in risalto gesti che vanno invece valutati nella loro giusta dimensione. Mattarella ha valutato, insieme agli apparati di sicurezza, che recarsi a casa con il volo di Stato era una spesa che si poteva risparmiare e compatibile con le esigenze di sicurezza. Con senso delle cose e della misura. Che è ciò che davvero dovremmo chiedere non solo alla politica ma all’intera classe dirigente. Non la ricerca populista di atteggiamenti pauperistici a cui non crede più nessuno, ma un sano ed esemplare senso della misura.

Grillo la mafia l’ha vista solo al cinema

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Le parole pronunciate da Grillo sulla mafia non devono sorprendere.
Vale, invece, la pena riportarle per comprenderne senso e portata: “La mafia è stata corrotta dalla finanza, la mafia non metteva bombe nei musei o uccideva i bambini nell’acido, prima aveva una sua condotta morale…“.
Lo dico subito, non son parole di sen sfuggite, ma una provocazione studiata e calcolata, come tutte quelle che caratterizzano il cianciare del nostro.
Insomma, Grillo ha detto che la mafia aveva prima una “condotta morale” perché ne è davvero convinto e perché pensa che molti la pensano come lui.
Siamo di fronte alla riproduzione populista di un tema che ha avuto ed ha una certa diffusione, l’idea cioè di una mafia regolatrice, garante di certe regole, sia pure violente, ma in fondo ispirate ad una forma di etica ancestrale.
Questa rappresentazione della mafia (o meglio delle mafie) violenta e terribile, ma in fondo animata da un qualche senso di giustizia che viene rovinata dagli interessi più grossi (ricordiamo, ad esempio, che il conflitto ne “Il Padrino” si scatena per il rifiuto del vecchio boss ad entrare nel mercato della droga), emerge ancora oggi in alcune rappresentazioni cinetelevisive o letterarie.
Si tratta niente di più che di pura paccottiglia culturale e, per di più anche diseducativa, visto che alimentano l’idea di una criminalità in fondo “positiva”, di uomini che non vogliono essere “pupi” ma che si affermano con intelligenza e determinazione e magari solo “costretti” alla violenza.
Quello che sfugge a Grillo ed a tanti che la mafia l’hanno vista solo al cinema ed alla TV, è la sua vera natura, che è stata, nonostante le evoluzioni, sempre la stessa: una organizzazione che tende ad accumulare ricchezza e potere ai danni dei più deboli con l’uso della coercizione morale e della violenza fisica.
Sin dai tempi in cui vessava contadini e pastori in difesa degli interessi dei latifondisti, le mafie non sono mai state dalla parte del popolo, ma solo uno strumento della sua oppressione.
Oggi, come ieri, le mafie sono il principale ostacolo allo sviluppo, alla libertà individuale e di impresa, all’affermazione dei diritti. Sono, in una parola, le principali avversarie della democrazia.
Alla faccia della “condotta morale”.

 

Perché il “grillismo” non può non finire a destra.

Grillo Nigel Farage

Si fa un gran parlare degli approcci europei di Beppe Grillo con il movimento ultraconservatore e xenofobo di Nigel Farage, UKIP.

La cosa potrà fare inorridire tanti intellettuali che, a partire dal successo dello scorso anno, si sono dilungati in ardite disquisizioni politico-sociologiche sulla natura “rivoluzionaria” del Movimento 5 Stelle.

Il fascino che massimalismo, radicalismo e rivoluzionarismo hanno sempre avuto su alcuni settori dell’intellighentzia italiana (e non solo) non è nuovo, ed è frutto di una forte carenza di analisi sia dei contenuti del messaggio politico del cosiddetto “grillismo” sia della concreta valutazione degli interessi sociali che qualsiasi formazione politica, anche quella più fortemente antisistema, si pone l’obiettivo di rappresentare.

Ora non c’è dubbio che il Movimento 5 Stelle è un movimento tipicamente, autenticamente e coerentemente antipolitico.

Esso è riuscito a raccogliere una vasta area di consenso assolutamente trasversale nel quadro di una profonda crisi del nostro sistema politico raccogliendo in un unico contenitore assolutamente trasversale tutte le proteste, le insoddisfazioni, la rabbia sociale che è cresciuta e maturata nella società italiana soprattutto in ragione della crisi economica.

E’ vero anche che il M5S ha mutuato un linguaggio politico semplificato ma sostanzialmente condizionato dall’influenza culturale della cosiddetta sinistra movimentista, che ne costituisce anche la parte fondamentale della sua struttura “militante”.

Un linguaggio politico in cui tradizionalmente prevale la propensione protestataria su quella propositiva e programmatica, l’oltranzismo delle posizioni, il manicheismo condito da robuste dosi di moralismo giustizialista e il rifiuto di ogni compromesso considerato di per sé come l’anticamera della degenerazione.

Le forze antipolitiche ed antisistema possono nascere indifferentemente sia a destra che a sinistra dello schieramento politico ma è soprattutto a destra che riescono ad assumere dimensioni di massa.

Non è un fatto nuovo, anzi. Il linguaggio ed i contenuti politici del fascismo, ad esempio, nacquero e si svilupparono all’interno dell’ala più massimalista, radicale e movimentista del socialismo italiano (Mussolini stesso), del sindacalismo rivoluzionario (Michele Bianchi), del repubblicanesimo-garibaldino (al quale aderì un giovanissimo Italo Balbo) ed in generale nell’humus politico-culturale di quel complesso fronte che agli inizi del ‘900 si definiva anti-borghese e anti-giolittiano (oggi diremmo anti-casta) che si ritroverà in forme diverse nel cosiddetto “interventismo” al momento dello scoppio della Grande Guerra. Lo stesso termine “fascismo”, del resto, non aveva, agli inizi, connotazioni di destra ma in qualche modo era legato alla tradizione associativa del movimento socialista.

Ovviamente è del tutto evidente che il Movimento 5 Stelle è cosa assai diversa del fascismo delle origini e ancora oggi è difficile collocarlo precisamente all’interno delle tradizionali famiglie politiche.

Ma è altrettanto evidente che, con la crisi del populismo di massa incarnato in questi anni da Berlusconi e dal suo alleato leghista gli spazi politici si aprono soprattutto a destra.

L’ultima campagna elettorale di Grillo e Casaleggio, al netto del richiamo ad un Berlinguer completamente depoliticizzato ed assunto ad icona di un moralismo giustizialista e rancoroso, ha cercato di toccare proprio le corde di quell’elettorato che nella polemica anti-casta ha ormai messo anche e per intero le istituzioni democratiche.

Un elettorato che in tutto il mondo, ed anche in Italia, ha sempre votato per le forze conservatrici, populiste e reazionarie.

E’ in quell’area politica che, inevitabilmente, è destinato a finire il grillismo, con buona pace dei Dario Fo di turno.