Non si torna indietro…

Non si torna indietro Segnale stradale

Quando dieci anni fa nacque il PD appartenevo alla schiera dei convinti non entusiasti. Mentre a 19 anni, quando presi la prima tessera del PCI da iscritto alla FGCI, sentivo di fare una scelta di vita e la facevo con la gioia del ragazzo che voleva cambiare l’Italia e il mondo, le successive trasformazioni del partito a cui avevo dedicato la mia vita le ho vissute come scelte politiche che mi consentivano di tenere aperto quell’orizzonte su un terreno nuovo. Vissi anche il PD così, con la consapevolezza che sceglievo la strada difficile ma affascinante dell’unità delle culture democratiche di questo Paese con tutto ciò che comportava in termini non di rinuncia ma di investimento della propria identità in un progetto lungo che era quello della conquista del governo per operare il vero cambiamento e non limitarsi alla sua sola enunciazione. In una parola il riformismo.
Mi convinsero i dirigenti politici ai quali mi sentivo più vicino, in primo luogo D’Alema, anche se mi ha sempre infastidito l’appellativo dalemiano, così come nel PCI contestavo l’appellativo di ingraiano. Trovavo e trovo detestabile definirsi col cognome di un leader, per quanto autorevole esso possa essere. Mi è sempre sembrato un atteggiamento da correntismo provinciale, da intruppamento pecorone.

Anche localmente mi sono sempre sentito parte di un gruppo dirigente ampio, che si unisce e si divide su prospettive strategiche, senza trascurare anche la tattica che in politica non ha meno importanza. Così come i destini individuali hanno senso e si legittimano in questo quadro, altrimenti sfociano in carrierismo fine a se stesso. Quel partito, quei partiti, mi hanno educato così. Così ho sempre sentito il PD, anche quando sono stato minoranza e ne coglievo e ne colgo ancora i limiti politici, programmatici, organizzativi.

Non ho avuto mai remore nel criticare scelte sbagliate, cercando di correggerle nei limiti delle mie forze.
Ho vissuto cosi anche la stagione di Renzi, di cui ho apprezzato alcune cose e criticato altre, cercando di correggerle. Da minoranza, però, non ho mai avuto atteggiamenti minoritari. Una minoranza ha senso se si batte per diventare maggioranza, se afferma le proprie idee e le sue proposte per cambiare il corso delle cose esistenti. Ho pensato, ad esempio, che la lotta al renzismo (non a Renzi) avesse dovuto e potuto maturare non votando al Senato la fiducia sulla cosiddetta “Buona Scuola” così come si era fatto alla Camera dove però i numeri erano diversi. Avremmo aiutato il nostro Governo e persino Renzi non creando “a gratis” una frattura con un mondo che è sempre stato a noi vicino. Avremmo avuto ragione visto che a pentirsi di quella riforma è stato per primo Matteo Renzi, e oggi si è aperta una riflessione, spero non tardiva, nel PD e nel Governo con la Ministra che sta già operando importanti correzioni. L’intervento di ieri al Lingotto di Massimo Recalcati è, in questo senso significativo.

Si è scelta la strada, giusta, della contestazione della legge elettorale senza porre la prima, vera questione, quella del,superamento dei capilista bloccati, la cui “spartizione” è stata la prima causa del conflitto interno e delle fuoriuscite dal PD, diciamolo senza ipocrisie. Una contestazione che, alla fine, aveva il solo scopo di un ritorno al “proporzionale” e l’abbandono della vocazione maggioritaria del PD, cosa su cui non sono stato e mai sarò d’accordo, perché una democrazia ha senso nell’alternanza altrimenti muore di consociativismo e di inconcludenza, il contrario del vero riformismo.
Si è votata in Parlamento la riforma costituzionale, il minimo sindacale possibile sbandierando il risultato di avere ottenuto l’elezione nei fatti diretta dei senatori. Una riforma minima, ripeto, che tuttavia avrebbe consentito di insediare le radici di una democrazia parlamentare in linea con gli altri paesi europei salvo poi chiedere al popolo di bocciare il proprio voto dato in parlamento intruppandosi in un fronte in cui la sinistra era davvero ben poca cosa ! Un capolavoro !
Renzi ci ha messo del suo, la personalizzazione, la fretta, una certa dose di arroganza, l’illusione di battere il populismo con alcune dosi di populismo…e la frittata è stata compiuta.
Purtroppo per tutti, per questo Paese innanzitutto, stressato dalla crisi economica e da un ceto politico nella sua maggioranza proteso solo al proprio posizionamento tattico e particolaristico (la vera casta che andrebbe spazzata via, altro che i vitalizi), dalle uova si fanno le frittate, ma dalle frittate non si può tornare alle uova.

Ora abbiamo il dovere, tutti, per l’Italia, per il nostro popolo, di trovare il bandolo perduto, di frenare il rinculo subito. E ciò sarà possibile farlo solo se recuperiamo le ragioni di fondo che ci fecero fare il PD dieci anni fa.

Per questo sono andato al Lingotto, dove ho ascoltato, ho detto la mia, ho condiviso e criticato, come ho sempre fatto nella mia vita, come mi ha insegnato la politica.
Il Lingotto e soprattutto il congresso del PD, possono essere la frenata del contraccolpo subito il 4 dicembre e la nostra ripartenza.

Per questo nel prossimo congresso ho scelto di sostenere il ticket Renzi-Martina che più coerentemente rispecchia il progetto originario del PD.

Le altre candidature non hanno queste caratteristiche.

Non ce l’ha quella di Orlando perché il problema non è fare una corrente di sinistra nel PD ma fare del PD un partito di sinistra nel senso più ampio del termine. Gli interventi di padri storici della sinistra come Biagio De Giovanni e Beppe Vacca ieri al Lingotto lo hanno testimoniato bene.
Non ce l’ha quella di Emiliano, che sento estranea alla mia cultura e piuttosto debole sul piano dell’impianto politico, con discutibili cadute in una dimensione populista che in Italia ha ben più coerenti interpreti.

Ora, comunque, tutti abbiamo il dovere di discutere e confrontarci, lealmente, come parte della stessa comunità.

Domani insieme dovremo riprendere il cammino interrotto. Non possiamo e non dobbiamo tornare indietro.

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