La presunzione di onestà

Di Maio figlio Di Maio padre

Di Maio figlio Di Maio padre

In questa vicenda di Di Maio padre, figlio, fratelli e mammà c’è qualcosa di più: c’è la presunzione dell’uomo qualunque di essere sempre migliore della classe politica che lo governa (e che comunque si sceglie lui) e la presunzione da mosca cocchiera dei politici demagogici.
Al di là del merito, delle eventuali violazioni di norme, dei possibili risvolti penali e persino delle implicazioni di carattere etico, ciò che emerge, nuda e cruda, è l’Italia, la splendida e meschina terra in cui viviamo.
La Di Maio family non è molto diversa dalle tante che praticano nei confronti dello Stato il vecchio refrain: prendere molto e possibilmente dare nulla. Ma per questo non si sentono in colpa, anzi. Ritengono di compiere una giusta azione risarcitoria nei confronti di una politica e di una pubblica amministrazione inefficiente, corrotta, geneticamente disonesta.
Siamo di fronte ad un fenomeno di ipocrisia di massa, che si nutre di retorica antisistema ed è la prima causa dei fenomeni degenerativi di cui soffre il nostro Stato.
L’antipolitica di questi anni, di cui si sono nutrite tutte le forze politiche, non solo non ha combattuto questo atteggiamento ma lo ha incoraggiato, ne ha fatto una politica. Credendo di essere migliori, un esercito di uomini qualunque insieme a un ceto politico di demagoghi riciclati oggi ha assunto ruoli di governo al grido di “onestà onestà” e in nome della lotta alle tasse brutte, sporche e cattive e del “fuori i poveri disgraziati di immigrati che ci rubano il lavoro”.
È così che abbiamo portato il bar dello sport in parlamento e al governo. Una massa di persone che imprecano per le multe e lasciano la macchina in tripla fila. Che si incazzano per gli immigrati che sono troppi e si lamentano perché non trovano la badante per il vecchio il mese di agosto. Il tipo che ha trovato lavoro facendo la fila nelle segreterie politiche dei “soliti politici” che tuona tutti i giorni contro il clientelismo. L’elenco potrebbe continuare all’infinito.
Il bar dello sport, del resto, non ama i ragionamenti logici: è un luogo dove sfogarsi, è una rappresentazione che si nutre di se stessa. Che rifugge la complessità, i tempi lunghi, il gradualismo, che sono tipici non solo della politica ma del semplice e banale buon senso.
Ma il bar dello sport oggi è “soggetto politico”. Ha cominciato ad esserlo con le piazze televisive dei primi talk show degli anni 90 e ora pervade di sé i social media. Ciò comporterebbe da parte della politica maggiore responsabilità e minore demagogia. Perché comunque la “gente” pretende che il politico sia migliore, non solo più onesto ma anche più competente (qualcuno lo spieghi a Toninelli e a Castelli, please).
Perché, dunque, si sorprende il Di Maio della canea contro il papà e la sua famiglia ? Perché si indigna, cerca distinguo sulle vicende dei padri degli altri ? Davvero ha creduto, anche solo per un attimo, che una volta andato al governo non ci sarebbe stato nessuno a rimproverargli anche le cose che non fa (come faceva lui) figuriamoci quelle che hanno forse fatto il babbo o il nonno o il cugino americano ? Se lo ha pensato vuol dire che dopo cinque anni di parlamento e sei mesi di governo non ci ha capito niente e forse sarebbe meglio che cambiasse mestiere.
Ma al di là di questo lo comprendano una volta per tutte i populisti e i demagoghi: il bar dello sport non si può guidare né controllare: ti può portare al governo ma se vuoi restarci devi capire che la realtà è sempre diversa dalla rappresentazione e non si può accontentare tutti, perché il bene comune non coincide mai con la soddisfazione di tutti gli interessi particolari. È una verità persino banale come quella che della non esistenza della presunzione di onestà. Duemila anni di cristianesimo ancora non ci hanno insegnato che nessuno può sentirsi privo di peccato. Esiste solo la consapevolezza dei propri limiti e l’aspirazione, migliorando se stessi, di provare migliorare anche gli altri e, magari, questo nostro meraviglioso Paese.

 

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