Archivi del mese: aprile 2014

L’insostenibile voglia di test

Test

Da almeno un ventennio in Italia abbiamo importato la moda dei test o questionari. Si fa un questionario per tutto: per accedere ad un concorso, per iscriversi all’università, per valutare le capacità di leggere, scrivere e far di conto, perfino per fare la spesa al supermercato.

La moda delle crocette e delle risposte aperte o chiuse, di chiara ispirazione anglosassone, pervade ormai il nostro sistema formativo.

Al fondo di tutto ciò ci sta la convinzione che un test sia un sistema oggettivo di valutazione. La correzione affidata poi ad un computer propaga l’idea di una valutazione che sia quanto di più corretta possibile, in grado davvero di selezionare i migliori e, soprattutto, al riparo dal rischio di raccomandazioni.

I dati ci consegnano, purtroppo una realtà ben diversa.

Innanzitutto la qualità e la preparazione dei selezionati che, pur diminuendo in quantità, nonostante tutto, continua ad abbassarsi, in tutti i settori, come dimostrano le indagini comparate a livello internazionale (soprattutto quelle OCSE). Vale a dire che, ad esempio, per quanto riguarda i laureati ne abbiamo sempre meno e sempre meno preparati.

Stendiamo poi un velo pietoso sulla presunta oggettività affidata alle macchine: la stampa è piena di continue denunce su brogli, magari solo tecnologicamente più sofisticati.

La verità, come può testimoniare qualsiasi insegnante con un minimo di esperienza tra i banchi, è che il test può essere solo uno strumento tra tanti per una valutazione quanto più oggettiva delle capacità e delle competenze di uno studente.

Personalmente mi sono trovato spesso di fronte a ragazzi abilissimi nel rispondere a questionari ed a risolvere esercizi di grammatica e, nello stesso tempo, assolutamente mediocri nel saper scrivere anche brevi brani di senso compiuto o a comprendere semplici articoli di giornale. Al contrario molti ragazzi che nei questionari totalizzavano punteggi insufficienti erano in grado di scrivere in forma corretta e scorrevole, oltre che di leggere e comprendere al fondo il senso di testi anche complessi.

Questo perché valutare le capacità, le conoscenze e le abilità è fatto complesso perché complesso è l’essere umano. Perché il sapere non si acquisisce con le nozioni ma con la capacità di orientarsi criticamente in un mondo in continuo e vertiginoso cambiamento.

Una mondo che non si può racchiudere, per quanto sforzi si possano fare, né in una domanda a risposta multipla né nella memoria di un computer.

Adios, Gabo…

Gabriel_Garcia_Marquez

Ci sono autori che segnano la storia della letteratura.

Gabriel Garcia Marquez è stato certamente uno di questi. Il suo nome resterà tra i grandi di tutti i tempi.

Perché Marquez è uno di quegli autori che hanno saputo rappresentare la “magia” tragica e al tempo stesso ironica della storia umana.

Chiunque abbia letto Marquez ha avuto la possibilità di trovare nelle sue opere un pezzo del suo animo, della sua concezione del mondo. E’ questa l’essenza del suo capolavoro Cent’anni di solitudine. E come dimenticare la riflessione poetica sulla solitudine devastante del potere che possiamo leggere ne L’autunno del patriarca ? O il tema della vecchiaia e dell’amore che resiste anche all’usura del tempo magistralmente rappresentato in L’amore ai tempi del colera ?

La letteratura di Gabriel Garcia Marquez resta dunque un pezzo fondamentale della cultura contemporanea, della nostra cultura, della mia cultura.

Ecco perché oggi mi piace salutarlo con le ultime parole del suo romanzo Il generale nel suo labirinto dedicato a Simon Bolivar, il Libertador del continente Sudamericano.

Il generale nel suo labirinto

“Allora incrociò le braccia sul petto e cominciò a udire le voci raggianti degli schiavi che cantavano il salve delle sei nei frantoi, e vide dalla finestra il diamante di Venere nel cielo che se ne andava per sempre, le nevi eterne, il rampicante le cui nuove campanule gialle non avrebbe visto fiorire il sabato  successivo nella casa sbarrata dal lutto, gli ultimi fulgori della vita che mai più, per i secoli dei secoli, si sarebbe ripetuta”.

Quando c’era Berlinguer…

Funerali di Berlinguer

Dico subito che il film merita di essere visto.

Poi si può discutere sulle interpretazioni da dare sulla ricostruzione che Veltroni fa di alcuni momenti storici della vicenda politica del PCI e del suo leader Enrico Berlinguer. Io, per esempio, ho molte perplessità soprattutto nella ricostruzione del rapporto col PSI di Craxi, sulla scelta di intervistare l’ex leader delle Brigate Rosse Franceschini e di non intervistare anche altri protagonisti di quella stagione come ad esempio Achille Occhetto o Massimo D’Alema che fu Segretario nazionale dei giovani comunisti del PCI berlingueriano.

Diciamo pure che dal punto di vista storiografico il film non mi ha convinto molto. Una riflessione critica e storicamente fondata sul segretario del PCI e su quella stagione credo non sia stata ancora compiuta.

Confesso però che alcune testimonianze ed alcune immagini mi hanno commosso profondamente.

Quella di Giorgio Napolitano, ad esempio, che richiama l’esperienza di Berlinguer e alla fine si commuove quando rievoca quella “comunità” nella quale vissero l’impegno politico. O una lettera inedita nella quale Berlinguer spiegava come l’apoliticità non fosse altro che una forma più o meno esplicita di fascismo alla quale si deve contrapporre la politica che altro non è che l’attività umana più alta e nobile.

Nel sentire poi l’intervista dell’operaio veneto che assistette agli ultimi istanti di vita di Berlinguer nel suo comizio a Padova, non ho potuto fare a meno di pensare come quel bello e musicale dialetto che raccontava di grandi emozioni collettive e nazionali, oggi è usato come paravento ideologico di razzismi da bar dello sport che sproloquiano su secessioni da imporre dalla torretta di un trattore taroccato da carro armato. Un altro segno di come sia cambiato in questi ultimi trent’anni questo nostro Paese.

enrico_berlinguer

Tuttavia una speranza mi è rimasta accesa: ho visto il film insieme ad un amico con i nostri figli nati decenni dopo la morte di Berlinguer.

Proprio sulla politica, su quelle piazze stracolme di popolo e bandiere rosse, sulla nostra commozione ci hanno fatto più domande alle quali siamo stati felici di rispondere. Segno che un futuro, forse, è ancora possibile.