Peppino Caldarola

La fine del populismo e la ricerca del “quid”.

Il quid

Una mia riflessione sulla giornata di ieri al Senato.

Senza voler esagerare ciò che è successo ieri al Senato rappresenta certamente una svolta politica rilevante. Se sarà anche una svolta storica dipenderà dagli effetti che avrà sull’assetto politico-istituzionale del Paese. Le novità mi sembrano, tuttavia, rilevanti e proverò ad evidenziarle qui di seguito.

 Rottura dello schema leaderistico-populistico

Quello di ieri non è stato solo un passaggio parlamentare che ha sancito la rinnovata fiducia ad uno dei tanti governi della Repubblica, ma l’esemplificazione plastica di come antipolitica e populismo siano insufficienti e totalmente inadeguati quando è necessario misurarsi con problemi politico-istituzionali seri. Per dirla in altre parole è apparso evidente come i partiti personali e del leader non ce la fanno a reggere la sfida della complessità.

Ciò vale per Berlusconi che, dopo avere tentato di derubricare la fronda interna sotto l’epiteto semplicistico e populistico dei “traditori”, ha finito per scoprire di essere politicamente in minoranza nel suo stesso partito, la creatura che per vent’anni, sotto le diverse denominazioni, è stata una sua proprietà personale, i suoi aderenti dei semplici dipendenti.

Ma vale anche per Grillo e le sue truppe sempre più spaesate e confuse che tutto avevano scommesso sullo showdown, pronti ad andare al voto anche con quel porcellum solo a parole vituperato ma assolutamente funzionale alle formazioni politiche populiste e leaderistiche.

Se si vuole avere contezza di ciò si può andare a quanto diceva ieri in TV Daniela Santaché, la quale affermava di aver votato la fiducia a Berlusconi e non a Letta e esprimeva disprezzo per i colleghi di partito “traditori” irriconoscenti al “Caro Leader” che li aveva “nominati” in parlamento.

Lo stessa intolleranza, lo stesso disprezzo dimostrati nei confronti della senatrice  Paola De Pin dai suoi colleghi 5 stelle perché colpevole di votare la fiducia in dissenso con il “Leader assente”.

C’è in queste parole tutta l’incapacità di comprendere l’essenza stessa della politica per quella che è, vale a dire la più alta forma di direzione delle cose umane e anche la più complessa.

La politica non si fa dando ordini ma discutendo posizioni diverse e portandole a sintesi se è possibile, oppure scegliendo secondo il principio della maggioranza e della minoranza che è l’essenza stessa della democrazia. Ieri nel PDL è avvenuto quello che fino a solo qualche settimana fa sembrava impossibile: si è sviluppato un vero dibattito politico tra posizioni diverse ed opposte. Il suo leader incontrastato, quello stesso che spesso ha tuonato contro il “teatrino della politica” è stato costretto ad una retromarcia degna dei più consumati “politicanti”.

Lo stesso avverrà quanto prima anche nel Movimento 5 Stelle: è solo questione di tempo.

Perché chi dissente non sempre è uno Scilipoti, un opportunista, un traditore, ma semplicemente uno che discute ed ha deciso di non mandare il proprio cervello all’ammasso.

La paura della DC

Molti hanno paventato nell’asse dei quarantenni Letta-Alfano il “ritorno della DC”.

Francamente non vedo perché dovrebbe fare paura ad ogni sincero democratico la nascita finalmente in Italia di un partito veramente moderato come esistono in tutta Europa e che generalmente fanno riferimento al PPE.

Sarebbe questa l’evoluzione più giusta per correggere l’anomalia populista berlusconiana, che il PPE per realpolitik ha tenuto comunque dentro di sé.

Anzi, e lo dice uno che democristiano non è mai stato, questa evoluzione sarebbe utile anche per completare la transizione del campo progressista, per fare finalmente in Italia un partito che non trova ragione di essere soltanto nel suo essere alternativo al berlusconismo.

Se la fase che si è aperta ieri servirà a far fare passi in avanti a questa evoluzione, ben venga.

Anzi, la sinistra, ora che non ha più l’alibi e la coperta ideologica del “nemico” sotto cui nascondersi, deve essere all’altezza di questa sfida e, come scrive giustamente Peppino Caldarola, deve essere in grado di trovare anche lei il suo “quid”.

 

L’epilogo misero e rancoroso del berlusconismo.

silvio-berlusconi-preoccupato

Anch’io, come scrive lucidamente oggi Peppino Caldarola, ho sempre pensato che la storia di Berlusconi non possa essere derubricata ad una vicenda criminale e che la maggioranza del popolo italiano non può essere considerata una massa di ingenui o peggio delinquenti che nel principe dei criminali hanno trovato la loro naturale rappresentanza.

Anch’io ho sempre pensato che una sinistra moderna che voglia cambiare davvero le cose e produrre in Italia finalmente quella modernizzazione diventata ormai ineludibile debba rifuggire dalla logica ideologica dello scontro amico/nemico.

Anch’io ho sempre pensato che il berlusconismo è stata qualcosa di più profondo e complesso, che richiede un’analisi più seria di quella che si può esprimere nell’urlo scomposto o nell’invettiva nei talk show o sui social network. E tuttavia questa commedia popolata da nani, ballerine e improbabili comparse in cerca di autore, mi lascia sconcertato.

L’uomo di Arcore sta trascinando inesorabilmente se stesso e il suo partito (e temo anche il Paese) nel vortice di inconcludente rancore in cui evidentemente si dibatte da settimane.

Se ne sta lì, nel chiuso della sua villa, circondato da yesmen e yeswomen che continuano ad adularlo nella speranza di lucrare improbabili rendite di posizione politica o personale o da coloro che comunque non hanno il coraggio di dirgli che sta sbagliando tutto. Entrambi, c’è da star sicuri, girano le dita sulle tempie appena non vede, come si fa con i parenti che hanno perso il senno.

Da qui le ultime mosse: le dimissioni in massa dei parlamentari (ma non dei ministri) consegnate ai capigruppo, le sparate sul golpe, le proposte di occupazione delle Camere…propaganda dettata dal Capo che spera in un qualcosa che non esiste, che il Presidente della Repubblica, anche se volesse, non potrebbe mai concedere.

Il berlusconismo si avvia così ad un declino popolato di miserie e rancori, con l’effetto probabile che proprio quello che si era proclamato di voler realizzare sostenendo il governo Letta, la pacificazione e l’uscita politica da un ventennio fatto di contrapposizione violenta e di danni profondi al Paese, evapori nei vaneggiamenti di un vecchio che non vuole accettare la semplice realtà del tempo che passa.

Un cupio dissolvi popolato dalle facce di Brunetta e Santachè, candidati eredi del nulla.

La sinistra radical chic contro chi critica la satira di cattivo gusto e chi propone il Reddito Minimo Garantito.

Vignetta Vauro Frankestein
Peppino Caldarola è stato condannato al pagamento di un risarcimento al celebre vignettista Vauro Senesi per aver criticato una vignetta con la quale questi raffigurava Fiamma Nirenstein una giornalista colpevole, lei di origine ebraica. di essersi presentata alle elezioni politiche con il PDL. Vauro la raffigura come il mostro di Frankenstein giocando sull’assonanza del nome, il naso adunco e con la stella di Davide sul petto. Si, proprio quella stella di Davide con la quale i nazisti “marchiavano” gli ebrei e li conducevano nelle camere a gas.
La vignetta suscitò grande sconcerto nella comunità ebraica e critiche e proteste in tutto il mondo. Tra queste un fondo di Caldarola nella sua rubrica “Mambo” su “Il Riformista” con il quale quest’ultimo criticava la sinistra radical e concludeva che con quella vignetta è come se Vauro avesse chiamato la Nirenstein “sporca ebrea”. Da qui la querela di Vauro a Caldarola e al direttore de “Il Riformista” Antonio Polito.
Durante il processo l’avvocata di Vauro chiedeva a Caldarola come poteva la Nirenstein stare nella stessa lista con la Mussolini o con Ciarrapico e cosa dicessero le comunità ebraiche in proposito. Cito testualmente la risposta di Caldarola che mi sembra di una ovvietà pleonastica: “Spiego che le comunità ebraiche organizzano e difendono, a giudicare da questo processo il loro compito è sempre più difficile, i cittadini di religione ebraica che restano ovviamente liberi di scegliere politicamente dove stare. Un ebreo è innanzitutto un cittadino uguale agli altri che ha di diverso solo una religione e una tradizione culturale”. Invece no e da qui la condanna di Caldarola e Polito. Cito ancora Peppino Caldarola: “Se le cose hanno una logica, in questo caso essa è questa: si può rappresentare legittimamente un cittadina italiana indicandone la religione attraverso la propria trasfigurazione con il naso adunco e la stella di Davide, non si può criticare questa vignetta con un testo ironico che interpreta il giudizio di Vauro. L’ebreo di destra è interpretabile e rappresentabile razzialmente, malgrado non abbia il naso adunco né giri con la Stella di Davide, non si può dire che tutto ciò porta alla mente l’anatema sugli sporchi ebrei. Da oggi quindi si può connotare razzialmente un cittadino italiano di razza ebraica se non si condividono le sue opinioni politiche ma non si può criticare questa rappresentazione abnorme con una critica che usa lo stesso paradigma della semplificazione polemica. La sentenza investe due diritti, conculcandoli. Il primo riguarda gli ebrei e dice loro: siate politicamente corretti (rispetto a chi e a che cosa?) altrimenti è giusto che vi raffigurino come una razza. Il secondo dice che la satira va bene ma la satira della satira no”. Insomma, il diritto alla satira è sacro, quello di criticare la satira è un reato. Per la cronaca Caldarola intende rifiutarsi di pagare la pena pecuniaria chiedendo il carcere.
Altro episodio, che non c’entra molto col primo se non per la presenza dello stesso atteggiamento culturale radical sinistroso che lo sottende. Da circa un anno, in Calabria, dentro un dibattito ormai iscritto nel dibattito politico nazionale (vedi le dichiarazioni del ministro Elsa Fornero) stiamo conducendo una battaglia per il reddito minimo garantito.
Si tratta di un provvedimento che ha lo scopo di alleviare il disagio sociale che proprio in questi giorni sta esplodendo in maniera virulenta. Un provvedimento tra l’altro adottato da molti decenni in altre parti d’Europa (ne siamo sprovvisti solo noi e la Grecia, guarda caso). Un provvedimento che ci chiede l’Europa nella famosa lettera della BCE, insieme alle famose manovre “lacrime e sangue” proprio con l’intento di dare una risposta al disagio sociale.
Indovinate chi sono coloro che più si oppongono ad esso con argomentazioni francamente fuori dalla grazia di Dio ? Proprio certi duri e puri di certa sinistra radical chic. Si dice che è un provvedimento assistenziale, che bisognerebbe invece creare lavoro (quale, dove, come ?) che nel Mezzogiorno non si può applicare perché c’è la mafia e la malapolitica e sarebbe foriero solo di nuovo clientelismo, ecc..
Insomma, per questi salottieri commentatori, questi indignati professionali, riconoscere attraverso parametri oggettivi (essere disoccupati, avere più di 18 anni ed avere un reddito annuo ISEE inferiore a 6000 euro, vale a dire stare sulla soglia di povertà) sarebbe un provvedimento clientelare, al quale preferire, magari, la riproposizione di posti di lavoro inesistenti e precari con strumenti come LSU, LPU o di lavoro interinale attorno ai quali condurre la sacrosanta battaglia contro il precariato e per la stabilizzazione nella grande mamma della pubblica amministrazione e quindi proprio con la mediazione della “maledetta” politica.
E’ la stessa sinistra che magari civetta con i movimenti, anche quando sono corporativi o addirittura reazionari (quante parole intrise di lacrime ho letto e sentito in questi giorni a favore dei poveri tassisti, dei forconisti che in fondo si battono per il riscatto di un Sud conquistato dai nordisti Savoia, quanti benaltrismi rispetto ai provvedimenti per liberalizzare il mondo delle professioni, dei farmacisti, ecc.).
E’ la stessa sinistra radical-chic che sostituisce all’analisi l’invettiva, che preferisce giudicare piuttosto che capire, che si innamora di ogni rivoluzione purché non gli svuoti il serbatoio della mercedes e gli scaffali del supermercato. Quella sinistra che sa solo essere chiacchiere, distintivo e intolleranza. Quella sinistra che preferisce il dibattito bello, dotto e arguto dall’alto di una presuntuosa superiorità etica e morale piuttosto che misurarsi con la realtà di risolvere davvero, con le leggi e con le riforme, i problemi del popolo.
Quello stesso popolo che, immancabilmente, finisce per prenderla a pernacchie.