Cultura
Auguri Barbara e Umberto 30 e 25, amori di papà
Presidi tra fiction e realtà
Come tanti “del mestiere” ho guardato con una certa curiosità la fiction trasmessa su RAI UNO “La Preside” ispirata dalla vicenda della collega Eugenia Carfora dirigente di un istituto superiore di Caivano in provincia di Napoli.
Caivano è balzata agli onori della cronaca un paio di anni fa per bruttissimi episodi di abusi e legati alla criminalità organizzata, tanto da ispirare un decreto del Ministero dell’istruzione definito appunto “decreto Caivano”.
Molti colleghi hanno, giustamente, criticato certe semplificazioni narrative della fiction che poco hanno a che fare con la realtà quotidiana della nostra scuola.
Tuttavia, con molta franchezza, devo dire che non sono d’accordo. Giorgio Bocca riporta nella sua biografia su Palmiro Togliatti che il segretario del PCI polemizzò una volta con la recensione eccessivamente critica uscita su “l’Unità” del film “Riso amaro” dicendo sostanzialmente: “non ho visto il film e non saprei dare un giudizio estetico ma perché sul giornale dei lavoratori si deve criticare un film che parla di braccianti e lavoratrici” ? Anch’io penso, quindi, che pur nella comprensibile necessità di rendere la narrazione più adatta alla fruizione di un pubblico largo la decisione di fare un’opera televisiva sul lavoro della scuola di un pezzo di periferia difficile d’Italia abbia un valore in sé.
Anche perché posso dire senza tema di smentita che il personaggio interpretato da Luisa Ranieri fa alcune cose che ciascun dirigente scolastico (oggi ci chiamano così) affronta spesso con grandi difficoltà nella sua azione quotidiana. Certo non in tutta Italia ci sono le condizioni di Caivano, ma vi posso assicurare che i ragazzi “difficili” che non vengono a scuola o fanno molte assenze sono dappertutto, con il corredo di famiglie complicate, disgregate e con poca fiducia nelle istituzioni. E che docenti e “presidi” che amano il loro lavoro (sono per fortuna la stragrande maggioranza) cercano disperatamente di salvare. Se c’è un messaggio che la fiction trasmette è, quindi, proprio questo. Un’attenzione alla scuola, pur negli immancabili stereotipi, di cui si sentiva decisamente il bisogno. La società oscilla, infatti, tra due atteggiamenti contraddittori: da una parte una domanda che tende a sopravvalutare il ruolo della scuola anche rispetto alle altre istituzioni e, allo stesso tempo, una continua e costante sottovalutazione se non denigrazione quasi che questa potesse, da sola, risolvere tutti i mali della società.
Far vedere come si opera dentro le mura di una istituzione scolastica, e tantissimi lo fanno in silenzio e a costo di grandi sacrifici, era certamente necessario.
Certo dallo Stato e dalla società ci aspetteremmo molto di più, a cominciare da una inversione di tendenza in tema di una organizzazione più vicina ai territori uscendo da logiche puramente “ragionieristiche” che hanno ispirato il dimensionamento scolastico negli ultimi decenni, alla necessità di creare organici di dirigenti, docenti e ATA più legati alle istituzioni scolastiche e quindi più motivate superando l’eccessivo turn over che costringe alle montagne russe di avvii sempre affannosi dell’anno scolastico, giusto per fare alcuni esempi. Personale più stabile, più legato ai territori sarebbe già un buon inizio. Perché un “preside” o un docente stabile che conosce il territorio è di per sé un elemento che aiuta alla costruzione di istituzioni scolastiche più efficaci ed efficienti nello spirito dell’autonomia che ha creato le condizioni di una modernizzazione del nostro sistema formativo anche più marcata di altri settori della pubblica amministrazione.
Poi c’è tutto il resto, ci sono i contesti sempre più complicati e difficili, c’è la criminalità, la violenza dentro e fuori le famiglie, c’è tutto questo.
Ma sarebbe bello che chi opera nella scuola non si sentisse solo o, per avere riconosciuto il proprio lavoro, non necessariamente debba sentirsi un eroe.
Ciao Filippo, un altro pezzo di vita che se ne va…
Non ce la faccio a pensare che non ci sei più amico mio. Eri un pezzo fondamentale della mia vita…Tu inglese cosentino, anzi turzanese, eri lo zio d’America dei miei figli, il fratello della nostra gioventù. Ti avevo conosciuto quarant’anni fa, ad un campeggio della FGCI a Sangineto dove eri arrivato con Gianfranco Stocco. Non parlavi una parola di italiano e comunicavamo con uno slang misto di inglese e calabrese…Ora mi affollano la mente i ricordi nostri, le giornate e le nottate passate insieme nel corso di questi anni in cui siamo invecchiati insieme e sono nato e cresciuti i nostri figli…Penso al nostro mondo di provincia e a quello grande e terribile in cui eri cresciuto in Inghilterra che ci portavi e ti portavi dentro…Ho sempre pensato che con noi sei stato felice pur in una vita, la tua, niente affatto semplice. Ti ho voluto bene Filippo e sono sicuro che da lì oggi ci stai sorridendo mandandoci affettuosamente a quel paese, ma non in inglese…
Ciao Wanda…
È difficile trovare le parole nel ricordare Wanda. Troppa è l’eredità di affetti, di generosità e disponibilità che ha distribuito in vita di cui tutti siamo un po’ debitori. Nei tre anni che ho trascorso nella sua casa non mi sono mai sentito solo un inquilino, ma uno di famiglia. Ricordo con intenso rimpianto le chiacchierate sotto il gazebo del suo giardino dove mi spingeva la necessità di rilassarmi dopo intense giornate di lavoro. Wanda e Valerio non stavano mai fermi neppure a casa, quella bella casa frutto di tanto lavoro e sacrificio. Per loro la meritata pensione, nonostante i malanni dell’età, aveva assunto la dimensione di una nuova giovinezza fatta di volontariato al servizio della comunità. Per me che venivo da una terra lontana sono stati il punto di riferimento per comprendere la bellezza e la straordinaria e operosa generosità di questo lembo di Romagna. La ricordo al lavoro nella “sua” Cittadella con i suoi amici e compagni, protesi a contribuire giorno per giorno al miglioramento della propria comunità soprattutto nel momento di maggiore bisogno, come i terribili giorni dell’alluvione. Wanda era donna di ideali solidi con un carattere schietto e diretto. Diceva sempre quello che pensava. Era una donna piena di dignità e di onore che nella sua vita ha dato tanto tanto amore. Ecco perché lascia dietro di sé tanto dolore. Per me la notizia della sua scomparsa è stata come una frustata. Nonostante la conoscessi da molto meno tempo di tanti di voi, è stato come perdere una dí famiglia. Per questo oggi la piango insieme a voi, alla sua famiglia, al suo amato Valerio, a Loris, a Davide e a sua nuora. A noi resta solo l’impegno di essere all’altezza del tanto amore che ci ha dato in vita. Sapendo che dove è adesso continuerà a preoccuparsi per tutti e per il futuro della sua Bubano. Con questo pensiero, cara Wanda, ti abbracciamo con la certezza che non ci hai mai davvero lasciati.
Grazie Romagna mia…
Questa mattina il Comune di Imola nella persona del sindaco Marco Panieri, dell’assessora alla scuola Gianna Gambetti e della Vicesindaca Elisa Spada, hanno voluto onorare me e le colleghe Teresa Cuciniello e Rossana Neri al termine del nostro servizio come dirigenti scolastici in questo splendido angolo della Romagna. Per me sono stati tre anni di lavoro intenso, di difficoltà ma anche di tante soddisfazioni professionali e umane. La cosa più importante è che non abbiamo lasciato nessuno indietro e abbiamo fatto sempre del nostro meglio per i nostri bambini e i nostri ragazzi. Ciò è stato possibile grazie alla collaborazione dei docenti, degli ATA, dei genitori, degli alunni; di un Comune di Imola sempre attento ai nostri problemi e proteso a garantire sempre servizi all’altezza di una domanda esigente e attenta così come quello di Mordano che interessava anche il mio Istituto Comprensivo; di un Ufficio Scolastico Provinciale e Regionale che è sempre stato al nostro fianco senza lasciarci mai soli di fronte alle diverse situazioni che caratterizzano il lavoro dei dirigenti scolastici. Per ultima ma non meno importante la collaborazione con i colleghi in un lavoro di rete che è stato sempre straordinario nei progetti comuni ma soprattutto durante eventi terribili come le alluvioni che hanno colpito recentemente questo territorio. Lascio qui un pezzo del mio cuore per andare ad assumere un incarico di comando per tre anni presso l’USR della Calabria, nella mia dolce e amata terra. Porto con me un patrimonio di esperienza e una ricchezza di emozioni e di umanità che hanno segnato indelebilmente la mia vita. Grazie a tutti cari amici di Romagna.
E sono 59…
Un grande Papa
Ci lascia Attilio Romano, uno degli ultimi “pionieri dell’alfabeto”
Ho conosciuto Attilio Romano negli anni ‘90 quando lavoravo al mio libro “I pionieri dell’alfabeto” dedicato alla Unione Nazionale per la Lotta all’Analfabetismo. Per chi non lo sa l’UNLA è stata ed è ancora una associazione benemerita che ebbe un grande ruolo negli anni ‘50 nelle campagne di alfabetizzazione delle popolazioni meridionali e soprattutto calabresi. In Calabria esistevano diversi Centri di Cultura Popolare, così si chiamavano, che si dedicavano non solo ai corsi di scuola popolare ma anche alla crescita culturale complessiva di popolazioni che non erano solo prive di alfabeto come si diceva allora, ma che erano state lasciate ai margini per secoli dal punto di vista sociale e culturale dalla società italiana. L’UNLA seppe dare un grande contributo, nel quadro della ricostruzione democratica del Paese dopo il fascismo e la guerra, al processo di costruzione di una società più libera e partecipata. Attilio apparteneva alla seconda generazione di personalità impegnate nell’UNLA ma non fu mai da meno in questo spirito di impegno civile. Uomo di grandi passioni culturali e civili ha lasciato nella sua Paola, la città del “Santo nuostru” come aveva immortalato in un suo scritto San Francesco, un segno che merita di essere ricordato. Alla sua famiglia un grande affettuoso abbraccio. Attilio resterà per sempre un “pioniere dell’alfabeto” e della cultura a Paola e in Calabria.
Fare di più…
Nella mia Itaca (rubo questa espressione a Paride Leporace sperando che non me ne voglia) in questi giorni sono drammaticamente scomparsi due giovani completamente diversi tra loro. Uno, Salvatore Iaccino detto Uccello, era quello che le fredde statistiche sociologiche definirebbero un emarginato, che viveva una vita povera, nel senso che diamo oggi alla parola povertà nella nostra meravigliosa “Cosenza Vecchia”, della solidarietà spicciola di chi gli regalava qualcosa e guardato con sospetto per i suoi evidenti problemi. L’altro Francesco Occhiuto, figlio della nostra borghesia professionale e politica. Due ragazzi diversissimi e li accosto solo in ragione del turbamento che mi ha colpito nell’apprendere della loro scomparsa. Entrambi, tuttavia, nella loro scomparsa, hanno ricevuto grande solidarietà dalla nostra comunità. Mi sono interrogato sulle ragioni di ciò, e oltre alle spiegazioni razionalmente ovvie (il primo era parte della comunità degli ultrà del Cosenza che gli ha tributato manifestazioni di grande affetto, il secondo perché figlio di una famiglia molto “potente” che ha ruoli importanti nella nostra terra senza dare alcun disvalore a questa osservazione) credo che Cosenza abbia nel suo fondo un “cuore” positivo che la porta a stringersi attorno ai suoi figli e alle loro “famiglie” colpite dalla loro terribile perdita. Mi perdoneranno i lettori di questo post se uso un argomento così sentimentale nel commentare questi tragici eventi. Ma è un dato che io penso sia vero. Oltre alla considerazione, questa davvero importante, sul fatto che tutti noi avremo dovuto, fare di più, in forme diverse assolutamente sì, ma fare di più…a chi resta, comunque, oltre a questo rammarico, il pensiero che questa città continua ad essere un luogo dove, almeno, sappiamo piangere i nostri morti e farli comunque vivere nel nostro ricordo…
Fausto Gullo, l’Abraham Lincoln dei contadini meridionali, modello attuale di un nuovo meridionalismo.
Pubblicato su “Corriere della Calabria” il 3 settembre del 2024
l 3 settembre ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di Fausto Gullo. Il suo nome oggi probabilmente dice poco ai ragazzi calabresi, pur trovandolo inciso sulle targhe della toponomastica e nella intitolazione di scuole o di altre istituzioni.
Sul piano storiografico sono numerosi e assai ben documentati i lavori di ricostruzione della figura e dell’azione politica del “Ministro dei contadini” a cui anche queste brevi note fanno certamente riferimento.
Ciò che purtroppo continua ad essere carente è una certa consapevolezza di massa o quantomeno più larga rispetto al campo degli “addetti ai lavori”, del ruolo e della funzione storica che Gullo ha svolto nella storia della Calabria, del Mezzogiorno e dell’intero Paese.
Quando nel 1944, nel pieno della seconda guerra mondiale, Fausto Gullo entrò a far parte del secondo governo Badoglio (il primo di unità nazionale antifascista) ed emanò i suoi famosi decreti che assegnavano le terre incolte o malcoltivate a cooperative di contadini senza terra, si avviava un processo che avrebbe cambiato profondamente le strutture economiche e sociali che avevano caratterizzato per secoli la storia del Sud, ben prima dell’unificazione nazionale.
Centrale fu per Gullo la necessità, nel Sud e dal Sud, di porre in termini nuovi la questione contadina che significava la liquidazione del latifondo come struttura economica del blocco storico di agrari del Sud e capitalisti industriali del Nord al quale bisognava contrapporre, sulla base della lezione gramsciana, una nuova alleanza strategicamente rivoluzionaria, quella tra operai del nord e contadini meridionali.
I decreti andavano pertanto a legittimare un vasto movimento spontaneo di occupazione delle terre del latifondo cominciato sin dall’autunno del 1943, quando ancora il Sud era percorso dagli eserciti delle nazioni in guerra.
Le occupazioni di terre non erano una novità. Era stata la progressiva espropriazione delle terre comuni o demaniali su cui i contadini esercitavano alcuni diritti di origine addirittura feudale da parte dei grandi proprietari terrieri nel corso dei secoli, a radicare in essi un profondo senso di ingiustizia che li portava a ribellioni violente represse sempre duramente o forme di protesta individuale come il brigantaggio e l’emigrazione.
Gullo con i suoi decreti non solo legittimava le occupazioni, ma le portava sul piano della legalità costituzionale. Non è sbagliato dire che per la prima volta i contadini poveri del Sud, da sempre emarginati e abbrutiti dall’asservimento, dalla miseria e dall’ignoranza, “diventavano Stato”.
Facendo le dovute distinzioni storiche e di contesto, e utilizzando il paragone solo a scopo esemplificativo, Fausto Gullo fu per i contadini meridionali e calabresi come Abraham Lincoln per gli schiavi neri degli Stati Uniti d’America, e i suoi decreti del 1944 come il Proclama di emancipazione del 1862.
Nati come provvedimenti di emergenza in tempo di guerra avevano in comune anche il porsi obiettivi di lunga durata. Dopo di essi, con la forza della legge, nulla sarebbe stato più come prima.
Ma la lezione di Fausto Gullo può essere tratta oggi anche da un altro episodio assai significativo: la sua opposizione nell’Assemblea Costituente alla istituzione delle Regioni.
Il politico calabrese riteneva che queste sarebbero state una costruzione artificiale nella tradizione istituzionale italiana per come questa si era sviluppata nel corso della storia unitaria del Paese. Ad organismi artificiali dotati di competenze che inevitabilmente sarebbero andate a sovrapporsi a quelle dello Stato centrale, il nostro contrapponeva i Comuni e le Province, enti più prossimi ai cittadini e quindi non solo più sentiti ma più efficaci nella gestione delle risorse pubbliche e più capaci di applicare la legislazione nazionale. Il timore di Gullo, che si sarebbe dimostrato tutt’altro che infondato, era costituito dal rischio di una non applicazione delle riforme di sistema (pensava soprattutto alla riforma agraria e alla tutela e valorizzazione delle risorse del demanio forestale e non solo) che solo lo Stato poteva garantire.
Quanto delle preoccupazioni di Fausto Gullo hanno trovato riscontro nella crisi del regionalismo fin dalla sua effettiva realizzazione nel 1970 è sotto gli occhi di tutti, s cominciare dalla non effettiva applicazione della riforma sanitaria che, nella gestione regionale contraddice, di fatto, il principio costituzionale del diritto alla salute e dell’assistenza universalistica.
Senza contare che, a partire dagli anni ‘90, è andata affermandosi una linea che, esaltando alcune spinte egoistiche se non, in alcuni momenti, francamente separatiste, delle Regioni del Nord, ha teso a rendere questi enti sempre più autonomi e spesso in contrapposizione allo stesso potere statale, fino alla legge Calderoli sull’autonomia differenziata dell’attuale governo.
È del tutto evidente, pertanto, l’attualità di Fausto Gullo, il suo essere punto di riferimento culturale e politico di una riproposizione in chiave moderna di una impostazione di riformismo meridionalistico.
Una lezione che afferma la centralità della Politica (il maiuscolo non è casuale) nei processi di cambiamento.
Una lezione che soprattutto le forze democratiche e progressiste (di cui Gullo fu una delle personalità più avanzate del secolo scorso a livello nazionale in un momento di cambiamento epocale della nostra storia) dovrebbero riscoprire e valorizzare applicandola al nuovo contesto storico e sociale.
Le elezioni europee e la raccolta delle firme sul referendum per l’abrogazione dell’autonomia differenziata hanno dimostrato una forte e consapevole vitalità dell’opinione pubblica meridionale. Senza illudersi sul sorgere di nuovi Fausto Gullo e Abraham Lincoln resta aperta la domanda se dal Sud, o comunque dal Sud, potrà finalmente partire un progetto di ricostruzione organicamente democratico del Paese.






















