Delitto Moro

Il senso di una ricorrenza di cento anni fa.

Immagine d'epoca del Monumento ai caduti di Cosenza

Immagine d’epoca del Monumento ai caduti di Cosenza

Articolo su “Il Quotidiano del Sud” del 4 novembre 2018

Mi sono sempre domandato cosa possono dire ai ragazzi di oggi gli elenchi di nomi che campeggiano sui tanti monumenti dedicati ai caduti della prima guerra mondiale e che ormai fanno parte della geografia urbana di tutti i nostri comuni, dalle Alpi fino a Trapani.
Credo non molto. Al massimo il ripetersi di alcuni cognomi avrà spinto qualcuno a chiedersi se quel soldato di cento anni fa fosse un lontano parente.
Eppure a 100 anni distanza il 4 novembre resta una ricorrenza vissuta a metà.
Non è questa la sede per analizzare il difficile rapporto che la società italiana ha sempre avuto con la propria storia. Basti pensare alle discussioni che ancora oggi si aprono puntualmente in occasione del 25 aprile, sullo stesso 2 giugno.
In questo contesto va letto il recente tentativo operato da alcuni settori della destra politica di recuperare il 4 novembre e la memoria della Grande Guerra all’interno delle spinte neosovraniste e neonazionaliste che interessano numerosi paesi europei, Italia compresa.
In verità, a partire dalla Presidenza di Carlo Azeglio Ciampi si è assistito ad una certa inversione di tendenza che non ha mancato di influire sulla coscienza collettiva del Paese che oggi tende a riconoscersi più facilmente in un comune quadro di valori nazionali.
La patria, le sue istituzioni, comprese le sue forze armate, appartengono a tutti, così come i valori democratici che si incarnano nelle ricorrenze del 25 aprile e del 2 giugno.
Le parole “patria” e “viva l’Italia”, del resto, erano le ultime che venivano pronunciate dai condannati a morte della Resistenza, come testimoniano le loro lettere.
Ecco perché una parte del ceto politico dovrebbe smetterla di usare le divisioni del passato per cercare di tenere in piedi le proprie identità nel presente: è vera politica, invece, quella che sa riconoscersi in un comune quadro di valori e dividersi, come è giusto che sia, solo su cosa fare nel presente.
Ai giovani di oggi abbiamo il dovere di offrire una comunità nazionale aperta, democratica, protesa alla cooperazione internazionale, che ripudia la guerra e si fonda sul diritto per come delineato dalla nostra Costituzione.
In questo senso ricordare il 4 novembre significa non solo celebrare la fine di una delle guerre più sanguinose della storia ma riflettere su alcuni elementi decisivi per la costruzione dell’Italia di oggi.
La guerra che si concluse il 4 novembre del 1918 fu, infatti, un evento che ha segnato la storia italiana in maniera forse più profonda rispetto agli altri paesi europei.
In Italia, infatti, il consenso alla guerra riguardava una minoranza, sia pure particolarmente attiva composta da intellettuali come D’Annunzio, dai futuristi, ma anche da personalità di cultura democratica come Salvemini, una frangia dell’estrema sinistra sindacalista-rivoluzionaria, i repubblicani, i nazionalisti, i liberali moderati, alcuni settori della industria pesante e parte della Corte. Su posizioni neutraliste erano invece i liberali di sinistra che facevano riferimento a Giovanni Giolitti, i socialisti, i cattolici, vale a dire la stragrande maggioranza del Paese e del Parlamento. Per portare il paese in guerra il governo dell’epoca, (Governo Salandra), sfiorò la crisi istituzionale perché non aveva maggioranza parlamentare e, nei fatti, operò un “colpo di stato” surrettizio. Ben altra cosa accadde negli altri paesi europei, con manifestazioni di piazza e arruolamenti volontari di massa nelle prime settimane di guerra e persino i partiti socialisti che votavano per la guerra nei diversi parlamenti.
Inoltre, la guerra cominciata il 24 maggio 1915 (un anno dopo gli altri paesi coinvolti nel conflitto) fu condotta, almeno fino alla disfatta di Caporetto nell’autunno del 1917, con metodi brutali e con assoluta indifferenza per la sorte di quella moltitudine di soldati contadini, mandati a morire in azioni disperate e prive di senso.
Solo l’Italia, ad esempio, trattò i suoi prigionieri caduti in mano all’esercito austro-ungarico come vili, disertori, rifiutandosi di sottoscrivere con gli avversari specifici accordi (come avevano fatto ad esempio inglesi e tedeschi) per garantire comunque l’assistenza alimentare e perseguitando perfino le loro famiglie negando ad esse i sussidi di guerra.
L’uso indiscriminato dei processi sommari, delle fucilazioni e delle decimazioni come quella inflitta alla Brigata “Catanzaro” nell’estate del 1917, reparto composto prevalentemente da calabresi che pure si era coperto di gloria nel corso della guerra per il suo coraggio, rappresentano la prova più evidente di un atteggiamento diffuso in tutti gli eserciti ma che nel nostro si colorava dell’antico disprezzo per le classi subalterne chiamate solo ad obbedire senza discutere. Molti soldati furono fucilati semplicemente perché parlavano il dialetto, e gli ordini, in italiano, suonavano loro incomprensibili.

La Brigata Catanzaro in una delle celebri copertine della Domenica del Corriere

La Brigata Catanzaro in una delle celebri copertine della Domenica del Corriere

Eppure quella guerra, quella “inutile strage”, come la definì papa Benedetto XV cercando inutilmente di fermarla con una accorata lettera nell’agosto del 1917 ai capi degli stati belligeranti, quei soldati-contadini continuarono a combatterla, a prezzo di immani sacrifici, per salvare una nazione che non avevano mai conosciuto e che a loro si era manifestata soltanto con il volto arcigno della repressione.
Fu nelle trincee, nella quotidiana condivisione della morte imminente che maturò un concetto di patria che finalmente non veniva imposto da una vuota retorica ma dalla necessità di salvare la propria vita, la propria terra, la propria famiglia, il proprio mondo.
Fu in quei quattro anni e mezzo che uomini, ragazzi di 18 anni, provenienti da ogni parte del Paese, di estrazioni sociale diversa (il ruolo degli ufficiali di complemento, per lo più di estrazione piccolo-borghese che erano più a contatto con la truppa, fu decisivo) entrarono per la prima volta in contatto, nella comune sofferenza.
La prima guerra mondiale rappresentò la prima vera esperienza collettiva di una nazione giovane, divisa, ancora immatura. E riuscì a vincerla, a costo di 650mila morti i cui nomi sono scolpiti su quei monumenti che oggi neppure guardiamo, solo perché seppe trovare, ad un certo momento, le ragioni dell’unità, del comune riconoscimento.
Una esperienza che si ripeterà in altre circostanze nel corso della nostra storia, tutte drammatiche: l’8 settembre del 1943, la nascita della Resistenza e la Liberazione; gli anni di piombo, il delitto Moro e la sconfitta del terrorismo. Sembra quasi che l’Italia dia il meglio di sé nei momenti più difficili.
Ricordare, dunque, questi eventi, forse ci farà trovare quelle energie necessarie a fare in modo che questa nostra Italia si senta quella bella, grande e generosa comunità che è, tutti i giorni e non soltanto quando è costretta a vivere l’ennesima tragedia.

Il Quotidiano del Sud del 4 novembre 2018