Riforma costituzionale, le ragioni del Si.

Logo Si alla riforma costituzionale

Pubblicato su La Provincia di Cosenza del 24 giugno 2016

Il prossimo referendum costituzionale di ottobre chiederà ai cittadini italiani di esprimersi su un disegno di legge costituzionale che punta al superamento del bicameralismo paritario, alla riduzione del numero dei parlamentari, al contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, alla soppressione del CNEL e alla revisione del Titolo V della parte II della Costituzione.

Io credo che, per rendere un vero servizio di informazione ai cittadini, dovremmo tenere la discussione essenzialmente sul merito della riforma ed evitare di sostenere il Si o il No con argomentazioni di tipo ideologico.

In questo mio articolo mi sforzerò di spiegare cosa propone il referendum e di dare le motivazioni di merito per le quali i cittadini dovrebbero sostenerlo e alcune considerazioni politiche che terrò però ben separate dalle prime.

Innanzitutto io credo che sia necessario spiegare ai cittadino ciò che la riforma costituzionale non cambia, vale a dire la parte prima della Costituzione, quella che riguarda i cosiddetti principi fondamentali ed i diritti e doveri dei cittadini. Ciò va detto perché si leggono qua e là troppe prese di posizione su possibili rischi democratici che invece non hanno alcun fondamento.

La riforma interviene invece sulla seconda parte, quella riguardante l’ordinamento della Repubblica. La Repubblica Italiana resta una democrazia parlamentare e sono fatte salve le funzioni degli organi di garanzia, dal Presidente della Repubblica alla Corte Costituzionale, per la elezione dei quali sono stati anche modificati i quorum necessari.

Il Senato, come in gran parte delle democrazie occidentali, diventa una Camera delle Autonomie, è composto da 100 membri, 95 espressione delle autonomie territoriali (consiglieri regionali e sindaci di città capoluogo) e cinque nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica per particolari meriti civili e sociali (viene così superata l’istituzione dei senatori a vita, ad eccezione degli ex presidenti della Repubblica).

Il nuovo Senato non vota più la fiducia al Governo ma non cessa di essere una assemblea legislativa su una grande quantità di materie, in particolare quelle che emanano dall’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea. Il nuovo Senato è comunque chiamato ad eleggere il Presidente della Repubblica, i componenti della Corte Costituzionale e a votare le leggi elettorali.

I senatori saranno scelti sulla base dell’indicazione espressa dai cittadini al momento della elezione del Consiglio della propria Regione secondo forme che saranno regolate con legge ordinaria dopo l’approvazione della riforma.

I senatori dureranno in carica per la durata del proprio Consiglio regionale, non percepiranno alcuna indennità ma solo il rimborso delle spese effettivamente sostenute nell’espletamento del proprio mandato a Roma.

La riforma, dunque, mette la parola fine al bicameralismo perfetto, con due Camere che davano entrambe la fiducia al Governo ed erano chiamate a svolgere la stessa funzione legislativa e rappresenta un indubbio risparmio sui costi di funzionamento delle istituzioni dal momento che si eleggeranno soltanto i 630 componenti della Camera dei deputati e il Senato sarà composto da eletti delegati da altre istituzioni e non più da 340 membri.

Si tratta di una riforma auspicata dall’opinione pubblica che da anni, anche sotto la spinta di partiti e movimenti populisti e antipolitici (molti dei quali, nota bene, oggi animano la campagna per il No), chiede la riduzione dei costi della politica e “meno poltrone”.

La riforma mette poi ordine nel Titolo V, definendo con maggiore chiarezza le competenze tra Stato e Regioni che, dopo la riforma del 2001, ha creato un numero infinito di contenziosi e ricorsi alla Corte costituzionale. Sul CNEL, un carrozzone inutile che non ha mai funzionato non occorre spendere altre parole visto che sulla sua soppressione non credo ci possano essere dubbi.

Al netto delle tante considerazioni politiche e un tantino ideologiche le obiezioni di merito dei fautori del No si riducono, essenzialmente alla considerazione che il problema non sarebbe tanto la riforma in sé ma il “combinato disposto” con la legge elettorale cosiddetta “Italicum” che assegna alla lista di maggioranza relativa la maggioranza assoluta dei seggi e la considerazione che i capilista bloccati potrebbero determinare l’elezione di una Camera composta quasi per metà da “nominati”. Ciò, secondo i fautori del no, metterebbe gli stessi organi di garanzia sotto il ricatto della maggioranza di governo.

A questa obiezione si potrebbe rispondere che giuridicamente non può esistere un “combinato disposto” tra due norme che hanno peso diverso, essendo la riforma costituzionale una legge appunto di rango costituzionale mentre quella elettorale è una legge ordinaria che può essere cambiata con procedura ordinaria.

Ma al di là della distinzione giuridica, pur essendo io un fautore abbastanza spinto della necessità di modificare l’”Italicum” proprio nei punti che riguardano il premio di maggioranza e i capilista bloccati (e mi pare che una riflessione in questo senso si sia anche aperta tra le forze politiche) la circostanza che i senatori siano comunque degli eletti ed indicati in qualche modo in questa funzione direttamente dai cittadini, rende quei rischi paventati assai meno presenti essendo abbastanza verosimile che i senatori saranno espressione non solo di diversi territori ma anche di diverse maggioranze politiche.

Se dunque ad ottobre vinceranno i Si le istituzioni costeranno di meno, il procedimento legislativo sarà più snello e rapido e la democrazia potrà funzionare meglio.

Soprattutto, ed è questa la considerazione politica che mi sento di fare alla fine, si chiuderà una volta per tutte la lunga transizione italiana apertasi nel 1993 e le stesse forze politiche saranno costrette ad adeguarsi e a trovare forme nuove per misurarsi nel dibattito politico e con il consenso dei cittadini.

Se invece dovesse prevalere il No, volente o nolente, al di là della buona fede di tutti e del destino individuale di qualche politico, a cominciare da quello di Matteo Renzi accusato forse a ragione, di avere troppo “personalizzato” la riforma, il Paese sarà ricacciato in questo limbo di continua instabilità. Ed è l’instabilità, come la storia ci ha più volte dimostrato, l’elemento di maggior danno per la qualità della democrazia.

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La Provincia del 24 giugno 2016

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