Cile, tifo e politica

Gli Inti Illimani

Gli Inti Illimani

Potete sghignazzare quanto volete sulla crassa ignoranza di Gigi Di Maio che situa Pinochet in Venezuela dopo averlo accostato, in maniera volgare ed istituzionalmente assai discutibile, al Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana.

Potreste ricordargli che il suo non è un errore di poco conto, anzi, è uno svarione di proporzioni cosmiche ignorare quello che ha rappresentato, anche nella politica italiana, la drammatica vicenda del golpe cileno dell’11 settembre 1973.

Potreste ricordargli i tanti esuli che vennero anche in Italia, a cominciare da quelli più famosi, gli Inti-Illimani, che con la loro musica testimoniarono il fallimento dell’esperienza democratica di Salvador Allende, vincitore di regolari elezioni e a capo di una coalizione di forze popolari e democratiche che tentarono di fare del Cile, un paese dove le ineguaglianze assomigliavano a quelle dell’Egitto dei Faraoni, semplicemente un luogo più giusto in cui vivere, in cui non si morisse di fame o di fatica nelle miniere, in cui una casta (questa si, vera) di pochissimi padroni deteneva tutta la ricchezza tenendo un intero popolo sottomesso e in miseria.

Avete voglia a consigliare la lettura non dico di qualche libro di storia, ma almeno di un romanzo, come “La Casa degli Spiriti” di Isabel Allende, che quel mondo e quei fatti descrive bene con la poesia magica e realistica della grande letteratura sudamericana.

Perdereste soltanto tempo nel dire che fu proprio il fallimento di Allende in Cile a portare la DC e il PCI sulla strategia del compromesso storico per salvare la democrazia italiana e, per reazione contraria, a spingere una parte importante della generazione degli anni ’70 sulla strada del terrorismo politico che ha insanguinato il nostro Paese fino alla prima metà degli anni ’80.

Luigi Di Maio non vi ascolterà ma soprattutto non vi ascolteranno le decine di migliaia di attivisti-picchiatori sul web che difendono i 5 stelle.

Senza generalizzare, ne conosco tanti anche civili e capaci di dialogo, vi diranno che quella di Di Maio è la solita aggressione mediatica contro la “rivoluzione 5 stelle”, che è un complotto dei soliti poteri forti e del solito, cattivissimo PD renziano.

Altri, più riflessivi, diranno, va beh, ha sbagliato, ma che volete, non sarà mica il solo ignorante in parlamento e comunque meglio un ignorante onesto che un ladro colto.

A parte il fatto che se a dire una boiata del genere fosse stato un deputato del PD dubito che gli avrebbero più consentito di accostarsi ad un microfono o ad una telecamera (se non altro per purissime ragioni di consenso in un elettorato che alla storia della sinistra è ancora legato), quando mai i mali, presunti o reali, degli altri hanno giustificato i propri ?

C’è qui un difetto di fondo, di ragionamento che è poi alla base dei tanti mali che viviamo oggi.

Il rancore contro la “casta politica” ha fatto passare l’idea che i politici devono essere uguali a noi, non migliori di noi.

Tutti quanti noi cittadini, invece, dovremmo pretendere dai nostri rappresentanti non soltanto onestà, ma anche competenza, conoscenza, cultura dal momento che li mandiamo a decidere del nostro destino.

A me sembra una cosa di una ovvietà sorprendente ma mi rendo conto, leggendo il web, che non è così.

C’è una vecchia Italia che preferisce il tifo alla politica, anche se il centravanti della propria squadra finisce per fare gol nella propria porta. Ed invece di sostituirlo o quantomeno cambiarlo di ruolo, si preferisce tenerlo dove sta dicendo che è stata tutta colpa dell’arbitro.

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