Villella

Dopo quelli di Passanante seppelliamo anche i resti di Villella per chiudere definitivamente con il razzismo antimeridionale

Passanante e Villella
Giovanni Passanante era un anarchico che nel 1878 attentò, piuttosto maldestramente, in verità, alla vita del re Umberto I a Napoli. Passanante era un pastore di greggi di Salvia di Lucania (oggi Savoia di Lucania) dove era nato nel 1849. Da lì, ultimo di dieci figli di una famiglia povera, si era trasferito a Potenza dove aveva trovato lavoro come sguattero in un’osteria. Grazie all’aiuto economico di un suo paesano, un capitano dell’esercito, poté completare la sua istruzione.
Tra letture della Bibbia e degli scritti di Giuseppe Mazzini si accostò progressivamente alle idee anarchiche e socialiste fino a maturare il proposito di uccidere il re. Si lanciò sulla sua carrozza mentre era in visita a Napoli, fingendo di dover porgere una supplica e colpì di striscio Umberto I con un coltellino di meno di 10 cm. Prontamente bloccato e arrestato fu sottoposto a tortura per giorni nel tentativo di fargli confessare i complici di un inesistente complotto.
In Italia si scatenò, anche in seguito ad un altro attentato anarchico a Firenze, una feroce repressione. Passanante fu condannato a morte, ma la pena capitale fu commutata dal re in ergastolo.
Il sindaco di Salvia di Lucania propose il cambiamento del nome del paese in quello attuale proprio come forma di espiazione per aver dato i natali al tentato regicida. Parenti e omonimi di Passanante furono costretti ad emigrare.
Intanto l’anarchico era stato rinchiuso nel carcere di Portoferraio sull’isola d’Elba, in una cella stretta e priva di latrina dove sopravvisse in condizioni terribili, perdendo completamente la ragione. Fu grazie all’interessamento di alcuni deputati tra cui il repubblicano Agostino Bertani, che Passanante fu trasferito in un manicomio criminale dove morì nel 1910.
Ma le sue vicissitudini non erano finite: dopo la morte fu decapitato e la sua testa e il cervello furono usati per gli studi sulla devianza criminale inaugurati da Cesare Lombroso. Questi miseri resti rimasero presso il Museo Criminologico dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia di Roma fino al 2007, quando sono stati pietosamente seppelliti a Savoia di Lucania grazie all’interessamento del ministro Oliverio Diliberto prima e di Clemente Mastella poi. Decisione che fu presa non senza polemiche in un paese che riesce a dividersi anche su fatti di oltre un secolo fa.
Ma è utile ricordare che tra i resti identificati e conservati nel Museo lombrosiano di Torino ci sono anche quelli di Giuseppe Villella, un brigante calabrese nato a Motta Santa Lucia e morto in carcere dopo una lunga prigionia. Lombroso stesso ne aveva asportato il cranio per trovare prove alla sua teoria sulla devianza criminale come risultante di una degenerazione fisica dovuta alla presenza della cosiddetta “fossetta occipitale”, scoperta per la prima volta proprio nel cranio di Villella.
Per la cronaca, nonostante aver esaminato centinaia di cadaveri di criminali la fossetta era tutt’altro che presente in tutti i crani, a dimostrazione dell’assoluta inconsistenza di questa teoria da un punto di vista scientifico. Nondimeno le teorie lombrosiane ebbero larga eco e diffusione anche sotto forma di vulgata per sostenere l’idea che la devianza era innata in alcuni individui rispetto ad altri, in alcuni gruppi etnici rispetto ad altri. Nel caso di Passanante la devianza era addirittura presente nella duplice forma dell’adesione alle idee anarchiche e socialiste e alla condizione di meridionale.
Le teorie dello studioso veronese sono state completamente smentite dagli studi successivi, ma, ripetiamo, ebbero larga eco anche all’estero, dove erano diffuse interpretazioni distorte del darwinismo Si pensi, ad esempio, ai romanzi di Rudyard Kipling, tutti tendenti a dimostrare la superiorità dell’uomo bianco e la giustezza della sua missione civilizzatrice che trovava riscontro nell’espansione neocolonialista e imperialista a cavallo tra ‘800 e ‘900.
In Italia, assai in ritardo nei suoi tentativi di espansione coloniale (tra l’altro in quegli anni finiti tragicamente a Dogali e ad Adua), i “neri” erano individuati nei meridionali.
Quanto di queste teorie oggi sopravvivono nella cultura politica italiana e in forme abbastanza trasversali oltre alla Lega è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti. L’idea che il Sud sia abitato da una razza inferiore continua ad albergare e a motivare concrete scelte di governo oltre che gran parte del circuito mediatico nazionale.
In questo quadro chiedere di dare sepoltura ai resti di Villella, così come è stato fatto per quelli di Passanante, rappresenta qualcosa di più che una doverosa forma di elementare pietà. Significa chiudere simbolicamente con il passato e, nello stesso tempo, dare una risposta a coloro che continuano a guardare al Sud come ad un problema di “civilizzazione”.
Altri Paesi, peraltro giunti alla democrazia molto più tardi di noi, l’hanno fatto: le teste dei “briganti” brasiliani, ad esempio, che erano conservate nel museo di Salvador de Bahia sono state anch’esse seppellite dopo appena trent’anni dalla conclusione della loro drammatica vicenda umana
Sinceramente provo un po’ di vergogna nel sapere che i poveri resti di un uomo continuino ad restare esposti in un Museo della democratica Repubblica italiana.
Si accolga quindi la richiesta del suo comune di nascita, Motta Santa Lucia, e gli si dia degna sepoltura.

Una storia parallela: cangaceiros brasiliani e briganti italiani

Immagini articolo una storia parallela con didascalia
Cosa possono mai avere a che fare i briganti meridionali con un paese lontano e completamente diverso come il Brasile ? Può sembrare strano ma quasi contemporaneamente alle vicende del brigantaggio italiano nel Sud si sviluppò nelle aree più povere dell’immenso stato-continente brasiliano un fenomeno di brigantaggio con caratteristiche assai simili, non solo per il legame con le aspirazioni sociali di una popolazione rurale alla quel venivano conculcati i diritti fondamentali, ma anche per i brutali metodi repressivi adottati per debellarlo.
Fu chiamato “cangaco”, letteralmente “giogo”, per l’abitudine che questi banditi avevano di portare il fucile di traverso sul collo appunto come un giogo dei buoi. L’area in cui questo fenomeno si sviluppò sin dal settecento finendo per assumere caratteri quasi di massa fino alla fine degli anni ’30 del 900 è quella del cosiddetto Nord-Este, caratterizzato dal “sertao”, letteralmente deserto, in realtà una specie di pampa attraversata da pochi fiumi, con scarsissime precipitazioni e da una bassa vegetazione fatta di arbusti e piccoli alberi spinosi denominata “caatinga”. Niente a che vedere con i boschi montani del Mezzogiorno che invece furono il teatro del brigantaggio meridionale, ma simili i problemi sociali: la presenza di grandi proprietari terrieri che avevano monopolizzato il possesso delle rare fonti d’acqua, fondamentali per l’attività prevalente, quella del pascolo di bovini, equini e ovini.
La popolazione del “sertao” (che si estende per gli stati di Cearà, Piauì, Rio Grande do Norte, Paraìba, Pernambuco, Alagoàs, Sergife e Bahia) i “sertanjas”, era composta prevalentemente da meticci dispersi in un territorio immenso e dediti ad attività legate alla pastorizia e ad una agricoltura di sussistenza, sfruttati indiscriminatamente dai “coroneis” (colonnelli). Il termine “coroneis” non aveva un valore militare ma definiva generalmente i grandi latifondisti, alcuni discendenti dei vecchi feudatari portoghesi a cui la corona lusitana aveva affidato il governo politico e militare di quegli immensi territori e che avevano conservato il loro potere con l’indipendenza del Brasile, altri feroci uomini “nuovi” che si buttavano nell’aspra lotta per la conquista della ricchezza rappresentata dalla terra, soprattutto quando, tra la fine dell’800 nei primi decenni del ’900, esplose la febbre del caffè, del cacao e del caucciù che porterà il Brasile ad un poderoso sviluppo economico.
I “coroneis” erano dei padroni assoluti, controllavano la polizia, la magistratura, il governo locale: imponevano il loro potere con la violenza anche direttamente,servendosi di bande armate assoldate alla bisogna, spesso delinquenti comuni ai quali era data licenza di uccidere, stuprare e compiere ogni nefandezza ai danni dei poveri “sertanjas” che erano, nei fatti privati di ogni diritto. Quando la siccità imperversava erano costretti a drammatiche migrazioni in condizioni ambientali terrificanti, senza alcuna speranza di riuscire a sostentare se stessi e le proprie famiglie.
In questo drammatico contesto sociale nacque il “cangaco”: alcuni si ribellavano ad una vita fatta di stenti e sofferenze e si davano alla macchia. Come i briganti, infatti, i “cangaceiros” erano ribelli individuali. Le loro azioni non avevano motivazione sociale, spesso la scelta di vivere come banditi era motivata dalla volontà di vendicare un torto subito da parte di qualche “coronel” o di un loro sgherro. Non disdegnavano, tra l’altro, di mettersi al servizio di qualche “coronel” contro altri o di partecipare a qualcuna delle tante guerre private che si sviluppavano in ragione di antiche faide motivate dalle rivalità tra famiglie (il “sertao” era caratterizzato da una complessa rete di parentele e da forti rivalità tra di esse).
Di fronte ad una vita di stenti e di sopraffazione alcuni sceglievano, quindi, di vivere liberi, imbracciando le armi, abbigliandosi in maniera pittoresca (copricapo a forma di feluca rovesciata e adornato da stelle variopinte, giubba di cuoio e cartucciere a bandoliera incrociate sul petto, revolver, un lungo coltello e fucile, questo era l’abbigliamento e l’armamento tipo del “cangaceiro”). Proprio per questo, nonostante le loro contraddizioni e il fatto di essere non meno violenti e criminali della polizia e degli sgherri dei “coroneis” non disdegnando di taglieggiare gli stessi “sertanjas”, furono subito circondati da un alone di leggenda e di consenso popolare, che determinò il fiorire di una letteratura e di una vera e propria “cultura del cangaco” che dura ancora oggi in varie forme anche se ha conosciuto il suo massimo splendore negli anni ’50 e ’60 con l’uscita di film, libri e dischi ispirati alle loro gesta.
Come tutte le forme di banditismo organizzato il “cangaco” sparì quando il Brasile imboccò con decisione la strada della modernizzazione e mutarono le condizioni economiche e sociali che lo avevano generato.
Contro di esso la repressione da parte dell’esercito e della polizia (che i “cangaceiros” chiamavano con disprezzo “macacos”, scimmie) fu feroce. L’ultima banda di “cangaceiros”, quella del Capitao Virgulino Ferreira detto Lampiao, fu sterminata il 28 luglio del 1938 ad Angico una località montagnosa dello stato di Alagoas. Le teste dei “cangaceiros” furono tagliate dai corpi ancora vivi e messe in recipienti pieni di alcol di canna per essere mostrate in tutti i villaggi del “sertao”, come avveniva qualche decennio prima nel Mezzogiorno d’Italia con le teste dei briganti. Rimarranno esposte nel museo antropologico di Salvador de Bahia fino al 1969, quando il governatore di quello Stato le fece pietosamente seppellire. Sul luogo dell’eccidio proprio uno dei loro implacabili cacciatori, il capitano Joao Bezerra, fece erigere delle croci a ricordo.
Ancora oggi, nel moderno e democratico Brasile di Lula, il posto è oggetto di un flusso di visitatori che ripercorrono la loro triste e avventurosa storia. Film, telenovelas e libri con protagonisti i “cangaceiros” sono ancora oggi prodotti in Brasile riscuotendo un grande successo di pubblico che ci vede un pezzo importante della propria giovane storia.
Una storia drammatica, come si vede, parallela a quella del nostro brigantaggio, con una notazione che riteniamo doverosa. Il cranio del brigante Villella, oggetto degli studi del criminologo Lombroso, è ancora custodito nel museo lombrosiano di Torino. Sarebbe ora che si accogliesse l’appello del sindaco di Motta, il comune che diede i natali a Villella, e gli si desse degna e pietosa sepoltura. E che in Calabria e nel Mezzogiorno si guardasse a quella storia valorizzandone i tratti identitari di una lotta disperata contro la modernità, certo, di persone destinate alla sconfitta perché tentavano di mettersi di traverso ai necessari cambiamenti di una società che evolveva, sicuramente, ma non per questo non meno degna di rispetto e di conoscenza.