separazione delle carriere

Il caso Del Turco deve farci riflettere tutti…

Del Turco

Non voglio aggiungere nulla a quanti, molto più autorevoli di me, hanno espresso forti dubbi sulla condanna subita da Ottaviano Del Turco.

Basti qui ricordare ciò che tanti hanno detto: una condanna senza prove, basata solo sulle dichiarazioni dell’accusatore, con lo stesso Del Turco che prima era stato accusato di aver chiesto soldi all’accusatore e, a fine processo, di essere stato da quello stesso accusatore, corrotto.

Un processo che ha provocato la caduta di un’amministrazione regionale, con l’arresto del suo Presidente tenuto in carcerazione preventiva per 28 lunghi giorni, con una Procura che dichiarava ai quattro venti di avere raccolto sull’ipotesi di reato della concussione (poi mutata a fine processo, in corruzione) prove “schiaccianti”.

Si aggiunga che l’accusatore, un imprenditore della sanità privata abruzzese, ha collezionato negli anni successivi, una serie di imputazioni che ne hanno minato sensibilmente la credibilità.

Chi ha seguito il processo ha visto questa montagna di prove sciogliersi come neve al sole, la cosiddetta prova regina, quella della foto del famoso cesto di mele pieno di soldi, si è dimostrata un clamoroso e maldestro falso e soprattutto non è stata trovata nessuna traccia dei soldi delle presunte tangenti milionarie che sarebbero state pagate a Del Turco.

In qualunque paese del mondo dove vige il principio elementare che per condannare una persona debbano esistere prove e riscontri che vadano “al di là di ogni ragionevole dubbio”, Del Turco avrebbe dovuto essere assolto con tante scuse e con formula piena.

Eppure Del Turco è stato condannato, anche se continuo a confidare nei prossimi gradi di giudizio.

Tuttavia è questa condanna, sia pure in primo grado, che costituisce di per sé un punto nodale sul quale occorre che tutti riflettano e fino in fondo.

Non è un problema che riguarda la diatriba tra giustizialisti e garantisti, è qualcosa di più profondo e, se vogliamo, più drammatico.

Qualcosa che prescinde la persona di Del Turco il quale ha almeno buoni avvocati con i quali difendersi anche nei prossimi gradi di giudizio, e la consolazione di avere attorno a sé un certo numero di persone che lo stimano, lo difendono e gli esprimono solidarietà anche pubblicamente.

Il caso Del Turco ci dice che in Italia è, troppo spesso sufficiente che qualcuno vada in Procura, elevi delle accuse contro un altro, non importa se vere o false, fantasiose o concrete, perché queste accuse diventino di per sé elementi di prova.

Da qui l’innesco di un meccanismo che porta prima all’emissione di misure cautelari con un gip che dà il suo assenso ad una richiesta di arresto preventivo pur in assenza palese delle circostanze che lo motivano, poi un gup che dà il via ad un processo nonostante la mancanza di riscontri oggettivi e, infine, un collegio giudicante che, nonostante il dibattimento che è, come mi insegnano i giuristi, il cuore del processo, dimostri l’assoluta infondatezza dell’impianto accusatorio, fa proprie fino in fondo le tesi dell’accusa che si basano solo su quanto dichiarato da quel singolo accusatore.

Casi simili si verificano, purtroppo, sempre più spesso, e riguardano tantissime persone, meno note di Del Turco, che vengono risucchiate in un vortice da cui spesso non riescono ad uscire.

Nessuna persona, dotata di un minimo senso di umanità, può accettare che una sola di queste aberrazioni possa continuare o ripetersi.

In uno Stato di diritto solo i colpevoli al di là di ogni ragionevole dubbio possono essere condannati, se quel ragionevole dubbio persiste, dicono autorevoli giuristi, per il sistema è molto meglio un colpevole impunito che un innocente punito ingiustamente.

Qui è il nodo che, purtroppo, dal caso Tortora, quindi molto prima dell’era del garantismo peloso di Berlusconi, è rimasto insoluto nella giustizia italiana.

Negare che non è utile alla giustizia che lo stesso magistrato svolga nel corso della sua carriera funzioni completamente diverse, inquirenti e giudicanti, spesso senza soluzioni di continuità e nelle stesse sedi per molti anni, è una grande ipocrisia.

Ciò deve portare alla separazione delle carriere ? In altri paesi separate lo sono e non fa scandalo, ma se non si vuole pervenire a questa soluzione sulla quale è in corso una discussione che, come spesso accade in Italia, si ammanta di ideologia, almeno si fissino regole precise sulla separazione delle funzioni.

Si affronti, infine, anche qui senza ideologia, il tema del superamento di certo spirito corporativo della magistratura pervenendo, in qualche modo, al principio della responsabilità civile del magistrati laddove sussistano elementi incontrovertibili “di dolo e colpa grave” nell’errore giudiziario.

Quello della responsabilità, infatti, è un tema decisivo, fondamentale in uno Stato di diritto.

In quale società può esistere una categoria che praticamente non è assolutamente perseguibile per gli errori che commette nell’esercizio delle sue funzioni ?

Perché ciò che vale per impiegati, funzionari, dirigenti della PA, membri delle forze armate e degli apparati di sicurezza, medici, primari, infermieri, politici e amministratori ecc. non deve valere per chi amministra quotidianamente la giustizia ?

Sono domande semplici che meriterebbero risposte semplici.

Ma in questo nostro straordinario Paese le cose semplici sono, quasi sempre, le più difficili da fare.