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	<title>Gabriele Petrone &#187; Regno di Napoli</title>
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		<title>Dedicato a chi, spesso dimentica o ricorda il passato sbagliato…</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Mar 2023 20:59:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele Petrone</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2023/03/Eleonora-Pimentel-Fonseca.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4463" alt="Eleonora Pimentel Fonseca" src="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2023/03/Eleonora-Pimentel-Fonseca-244x300.jpg" width="244" height="300" /></a></p>
<p>“Forsan et haec olim meminisse iuvabit”. La frase che, citando Virgilio, pronunciò Eleonora Pimentel Fonseca salendo sul patibolo dove l’avevano mandata Ferdinando di Borbone (detto “il re Lazzarone”) e Maria Carolina d’Asburgo sovrani del regno di Napoli. Significa: “forse un giorno ci piacerà ricordare anche queste cose”. Dedicato a chi, troppo spesso, dimentica o fa finta di non ricordare. Dedicato a chi spesso rimpiange passati improbabili. Dedicato a chi dimentica, quanto lunga, aspra e difficile è la strada verso i diritti. Che nessuno ti concede se non sei disponibile a lottare per essi&#8230;</p>
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		<title>I 200 anni della fucilazione di Murat a Pizzo opportunità per turismo culturale.</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2015 11:03:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele Petrone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Pubblicato su “Il Garantista” del 27 aprile 2015 Ho letto con piacere su &#8220;Il Garantista&#8221; di domenica 26 aprile l&#8217;estratto del libro di Pier Luigi Vercesi &#8220;Ne ammazza più la penna&#8221; dedicato alla cattura ed alla fucilazione di Gioacchino Murat a Pizzo Calabro. Gioacchino Murat, Maresciallo di Francia e re di Napoli sbarcò a [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1228" class="wp-caption alignnone" style="width: 208px"><a href="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2015/04/Gioacchino-Murat-Re-di-Napoli.jpg"><img class="size-medium wp-image-1228" title="Gioacchino Murat, Re di Napoli" alt="Gioacchino Murat, Re di Napoli" src="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2015/04/Gioacchino-Murat-Re-di-Napoli-198x300.jpg" width="198" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Gioacchino Murat, Re di Napoli</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Pubblicato su “Il Garantista” del 27 aprile 2015</b></p>
<p>Ho letto con piacere su &#8220;Il Garantista&#8221; di domenica 26 aprile l&#8217;estratto del libro di Pier Luigi Vercesi &#8220;Ne ammazza più la penna&#8221; dedicato alla cattura ed alla fucilazione di Gioacchino Murat a Pizzo Calabro.</p>
<p>Gioacchino Murat, Maresciallo di Francia e re di Napoli sbarcò a Pizzo nell&#8217;ottobre del 1815, quando l&#8217;epopea dell&#8217;illustre cognato Napoleone si era ormai conclusa a Waterloo. Partito dalla Corsica con un gruppo di imbarcazioni e 250 seguaci, era convinto che il suo semplice apparire avrebbe provocato una sollevazione a suo favore e la fuga del re Ferdinando IV di Borbone, rimesso sul trono dal Congresso di Vienna.<span id="more-1227"></span></p>
<p>Sbarcato con pochi seguaci a Pizzo dopo che il resto della sua spedizione era stato disperso da una tempesta Gioacchino Murat, vestito con la migliore delle sue uniformi, carico di medaglie e gioielli, sfuggì a stento al linciaggio della folla.</p>
<p>Arrestato da un capitano che sarebbe diventato famoso, Gregorio Trentacapilli, il 13 ottobre 1815 affrontò il supplizio con grande dignità pronunciando la famosa frase: <i>&#8220;Sauvez ma face &#8211; visez mon coeur &#8211; feu&#8221;</i>. Il suo cadavere fu chiuso in una cassa di abete per essere sepolto nella Chiesa di San Giorgio che, quando era re, aveva generosamente sovvenzionato. Finiva così, in questo lembo di Calabria, la vicenda umana di un uomo che era stato protagonista della storia europea.</p>
<div id="attachment_1229" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><a href="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2015/04/Lapide-sul-Castello-di-Pizzo.jpg"><img class="size-medium wp-image-1229" title="Lapide sul Castello di Pizzo" alt="Lapide sul Castello di Pizzo" src="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2015/04/Lapide-sul-Castello-di-Pizzo-300x227.jpg" width="300" height="227" /></a><p class="wp-caption-text">Lapide sul Castello di Pizzo Calabro che ricorda la fucilazione di Gioacchino Murat</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>La personalità di Gioacchino Murat è assai complessa. Capo militare di eccezionali capacità e coraggio la sua fortuna era stato l&#8217;incontro con Napoleone Bonaparte di cui divenne uno dei più apprezzati collaboratori. Il matrimonio con la sorella Carolina suggellò un&#8217;alleanza politica già consolidata con un legame familiare.</p>
<p>Ultimo di 11 figli Murat è la personificazione di quello che Napoleone soleva dire quando affermava che nello zaino di ogni soldato dell&#8217;esercito francese rivoluzionario era custodito il bastone di maresciallo. Fu la rivoluzione francese e lo stesso Napoleone, infatti, a favorire una straordinaria mobilità sociale altrimenti impossibile durante l&#8217;<i>Ancien Régime</i>.</p>
<p>Divenne re di Napoli nel 1808, succedendo a Giuseppe Bonaparte che andava ad assumere il ruolo di re di Spagna. Nelle intenzioni di Napoleone il Regno di Napoli non doveva essere altro che un satellite dell&#8217;impero francese e non trascurava di ricordarlo con pressanti lettere alla sorella e al cognato.</p>
<div id="attachment_1230" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><a href="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2015/04/Castello-di-Pizzo-Calabro.jpg"><img class="size-medium wp-image-1230" title="Castello di Pizzo Calabro" alt="Castello di Pizzo Calabro" src="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2015/04/Castello-di-Pizzo-Calabro-300x224.jpg" width="300" height="224" /></a><p class="wp-caption-text">Il Castello di Pizzo Calabro</p></div>
<p>Nonostante ciò Murat fu, nel complesso, un buon re: attento ai problemi sociali assunse provvedimenti contro la povertà, diede impulso alle opere pubbliche, riorganizzò l&#8217;insegnamento universitario della medicina a Salerno e fondò l&#8217;embrione della facoltà di ingegneria a Napoli. Introdusse il divorzio, il matrimonio civile e l&#8217;adozione che gli inimicarono ulteriormente il clero. Dotò il regno di un esercito efficiente sul modello napoleonico ma, soprattutto, fece applicare le leggi di eversione della feudalità emanate da Giuseppe Bonaparte che, tuttavia, in ragione della usurpazione delle terre demaniali da parte dei grandi proprietari, contribuì a rendere ancora più difficile la situazione sociale nelle campagne. Nello stesso tempo fu anche il sovrano che con più determinazione e senza guardare tanto per il sottile, condusse la repressione contro il brigantaggio filoborbonico soprattutto in Calabria.</p>
<p>Comprese, tuttavia, che il fenomeno non poteva essere affrontato soltanto in termini militari e avviò il progetto dei cosiddetti villaggi silani al fine di incentivare lo sviluppo della piccola proprietà e popolare l&#8217;altopiano per renderlo produttivo e sostenere i bisogni alimentari delle popolazioni. Murat, insomma, visse un rapporto intenso con il suo regno, arrivando persino a rompere con Napoleone pur di poterlo difendere e conservare. Era illusorio, certamente, dal momento che il suo potere derivava direttamente dal sistema napoleonico, ma visse comunque il sogno di insediare nel Sud d&#8217;Italia una monarchia costituzionale sotto la sua dinastia. Per questi motivi allacciò contatti con gli inglesi e cercò di ingraziarsi perfino gli austriaci. Il suo appello lanciato a Rimini per unificare l&#8217;Italia da Sud è rimasto sui libri di storia come atto fondativo del nostro Risorgimento.</p>
<p>Credo che siano ragioni sufficienti per ricordare la ricorrenza dei 200 anni della sua fucilazione in Calabria anche in considerazione che i suoi resti sono ancora qui, sia pure mischiati a quelli di altre centinaia di persone morte durante un&#8217;epidemia di colera nel 1837. Sono, infatti, in corso ricerche nella chiesa di San Giorgio per individuarli e confrontare il DNA con i discendenti viventi di Murat. Sarebbe davvero straordinario che questa identificazione coincidesse con la ricorrenza del bicentenario.</p>
<p>Intanto credo che sarebbe opportuno mettere a punto un adeguato programma di celebrazioni che superi i confini del solo comune di Pizzo e investa l&#8217;intera Calabria.</p>
<p>Sono infatti convinto che l&#8217;occasione del bicentenario della morte di Murat a Pizzo così come tanti altri episodi assai interessanti e storicamente rilevanti possano costituire la base di una nuova politica culturale e turistica per la nostra regione. Una Calabria finalmente in grado di &#8220;usare&#8221; la ricchezza della sua storia come risorsa per lo sviluppo.</p>
<p>RASSEGNA STAMPA (Clicca per scaricare)</p>
<p><strong><a href="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2015/04/Il-Garantista-del-27-aprile-Prima-pagina.pdf">Il Garantista del 27 aprile Prima pagina</a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2015/04/Il-Garantista-del-27-aprile-2015.pdf">Il Garantista del 27 aprile 2015</a></strong></p>
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		<title>La strage dei valdesi in Calabria</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Nov 2013 17:59:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele Petrone</dc:creator>
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<div id="attachment_635" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><a href="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2013/11/Porta-del-Sangue1.jpg"><img class="size-medium wp-image-635" alt="La Porta del Sangue  a Guardia Piemontese" src="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2013/11/Porta-del-Sangue1-300x152.jpg" width="300" height="152" /></a><p class="wp-caption-text">La Porta del Sangue a Guardia Piemontese</p></div>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong>Pubblicato su <em>L&#8217;Ora della Calabria</em> del 24 novembre 2013</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">La persecuzione e lo sterminio dei valdesi in Calabria rappresenta uno dei momenti più cruenti e drammatici della storia italiana. Ancora oggi gli storici sono incerti sul numero delle vittime la cui cifra è stimata tra un minimo di 600 ad un massimo di 6000. Un vero e proprio tentativo di genocidio unito al tentativo di sradicamento culturale di queste comunità con l&#8217;imposizione di matrimoni misti con gli &#8220;italiani&#8221; e la proibizione dell&#8217;uso della lingua occitana.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">La strage avvenne tra il maggio ed il giugno 1561 quando il Regno di Napoli era sottoposto al dominio di un viceré spagnolo che governava in nome di Filippo II di Spagna, figlio dell&#8217;imperatore Carlo V e strenuo difensore della fede cattolica insidiata dalla Riforma protestante e dalla pressione turco-musulmana nel Mediterraneo. E&#8217; in quel contesto drammatico di guerre di religione che matura la persecuzione dei valdesi di Calabria che erano vissuti nella nostra regione praticamente indisturbati per circa due secoli e mezzo.</p>
<div id="attachment_636" class="wp-caption alignnone" style="width: 192px"><a href="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2013/11/filippoII.jpg"><img class="size-full wp-image-636" alt="Filippo II d'Asburgo, re di Spagna" src="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2013/11/filippoII.jpg" width="182" height="238" /></a><p class="wp-caption-text">Filippo II d&#8217;Asburgo, re di Spagna</p></div>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">I seguaci di Pietro Valdo da Lione, fondatore di una delle sette pauperistiche medievali dichiarata “eretica” nel 1184, erano arrivati infatti in Calabria attorno al XIV secolo per sfuggire alle persecuzioni di cui erano fatti oggetto nelle valli piemontesi e nella Francia Meridionale.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Su invito di<span class="reference-text"> alcuni proprietari terrieri calabresi nel 1315 iniziò il trasferimento nella nostra regione di famiglie valdesi con l’offerta di terreni da prendere in fitto. Noti per la loro laboriosità e per saper ricavare raccolti anche nelle difficili terre di montagna, i valdesi arrivarono sempre più numerosi, fondando colonie nell’area di Montalto (Vaccarizzo, Argentina e San Vincenzo e soprattutto San Sisto detto appunto dei Valdesi) e sul Tirreno dove fondarono La Guardia (oggi Guardia Piemontese) su terre concesse dal marchese Salvatore Spinelli.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span class="reference-text">Riservati e disponibili con le popolazioni locali conservarono la loro lingua occitana (una variante del francese) soprattutto come veicolo della loro fede religiosa. Fino al XVI secolo i valdesi vissero e prosperarono al riparo dalle persecuzioni di cui erano vittime i loro correligionari in Piemonte e in Francia, tollerati dalle autorità religiose che incassavano le generose decime che queste comunità versavano con regolarità al clero locale e osservando un esteriore rispetto della religione cattolica.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span class="reference-text">La situazione mutò quando scoppiò in Europa la questione protestante con la diffusione delle idee luterane (1517) e l’adesione dei valdesi svizzeri e piemontesi al calvinismo (12 settembre 1532).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span class="reference-text">L’arrivo in Calabria di un predicatore seguace della nuova Chiesa Valdese che aveva aderito al calvinismo, Gian Luigi Pascale (1559), provocò forte fibrillazione tra i valdesi calabresi che si divisero tra coloro che volevano aderire entusiasticamente alla nuova versione della propria religione (soprattutto le persone più umili) e coloro che invece temevano che l’aperta predicazione di dottrine contrarie all’ortodossia cattolica potesse scatenare la persecuzione e la repressione.</span></p>
<div id="attachment_637" class="wp-caption alignnone" style="width: 252px"><a href="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2013/11/Pius_IV_2.jpg"><img class="size-medium wp-image-637" alt="Papa Pio IV" src="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2013/11/Pius_IV_2-242x300.jpg" width="242" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Papa Pio IV</p></div>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span class="reference-text">L’arrivo di Pascale, la istituzione di templi in cui praticare apertamente la propria fede, fece precipitare la situazione. Il suo arresto e il conseguente processo spinsero il nuovo viceré di Napoli, don Pedro Afàn de Ribera ad un’azione più decisa, arrivando persino ad aprire un procedimento nei confronti del marchese Spinelli accusato di aver favorito la diffusione dell’eresia. L’insoddisfazione per le esitazioni del vescovo Orazio Greco incaricato inizialmente di istruire il processo, spinse il viceré alla nomina di un nuovo inquisitore nel novembre del 1560, il domenicano Valerio Malvicino. Malvicino agì con decisione, imponendo ai valdesi l’uso dell’<i style="mso-bidi-font-style: normal;">abitello</i> giallo, una sorta di marchio, segno esteriore del peccato. Fu fatto poi divieto di riunione a più di sei persone, all’uso della lingua occitana, ai viaggi in Piemonte o in Svizzera, a scrivere lettere non autorizzate preventivamente dall’Inquisizione e l’obbligo ad ascoltare la messa ogni mattina, al catechismo per i bambini e ai sacramenti. Un altro obbligo, particolarmente odioso, fu quello ai matrimoni misti che, nelle intenzioni dell’Inquisizione, avrebbero favorito la progressiva e definitiva scomparsa dell’identità culturale occitana e, con essa, della fede valdese.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span class="reference-text">La resistenza dei valdesi a queste odiose imposizioni convinse il Malvicino all’uso della forza con l’indizione di una vera e propria “crociata” guidata da Marino Caracciolo, marchese di Bucchianico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span class="reference-text">Le truppe del Caracciolo presero facilmente il 29 maggio San Sisto dove la popolazione fu trucidata e in parte imprigionata nelle prigioni di Montalto e di Cosenza per essere giustiziata successivamente. Durante le operazioni ai soldati fu data anche licenza di saccheggio e di stupro.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span class="reference-text">Più complessa fu l’operazione militare per prendere Guardia dove si ricorse all’inganno del marchese Salvatore Spinelli, di cui i valdesi si fidavano. Questi, fingendo di scortare a Guardia alcuni soldati prigionieri, entrò in paese e, durante la notte del 5 giugno del 1861 aprì le porte alle truppe del Caracciolo. L’eccidio fu terribile, soprattutto accanto alla Porta che fu definita appunto “del Sangue” con centinaia di vittime. Nei mesi successivi la strage continuò con l’esecuzione di altre migliaia di persone prigioniere nelle carceri. Si concludeva così la drammatica vicenda della strage dei valdesi in Calabria.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span class="reference-text">Eppure, nonostante tanta ferocia, l’identità valdese non è stata completamente sradicata dal territorio calabrese, come dimostra la resistenza della lingua occitana a Guardia Piemontese.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span class="reference-text">Resta, terribile, il ricordo di un triste episodio di intolleranza e di feroce persecuzione imposto da una politica esterna ed estranea alla Calabria, terra invece, da sempre ospitale e solidale.</span></p>
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		<title>La fine di un sogno. Storia di un Italiano di Mario Aloe.</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Aug 2013 16:34:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele Petrone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho terminato di leggere in questi giorni un breve ma intenso romanzo di un autore di Amantea, Mario Aloe, pubblicato con i tipi delle edizioni Mannarino. Il romanzo, intitolato La fine di un sogno. Storia di un Italiano, narra la vita di un giovane amanteano vissuto nel passaggio cruciale tra il XVIII ed il XIX [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_514" class="wp-caption alignnone" style="width: 224px"><a href="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2013/08/La-fine-di-un-sogno.-Mario-Aloe.jpg"><img class="size-medium wp-image-514" alt="La copertina del libro di Mario Aloe: La Fine di un Sogno. Storia di un Italiano" src="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2013/08/La-fine-di-un-sogno.-Mario-Aloe-214x300.jpg" width="214" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">La copertina del libro di Mario Aloe: La Fine di un Sogno. Storia di un Italiano</p></div>
<p>Ho terminato di leggere in questi giorni un breve ma intenso romanzo di un autore di Amantea, Mario Aloe, pubblicato con i tipi delle edizioni Mannarino.</p>
<p>Il romanzo, intitolato <i>La fine di un sogno. Storia di un Italiano</i>, narra la vita di un giovane amanteano vissuto nel passaggio cruciale tra il XVIII ed il XIX secolo, figlio di una famiglia di piccola nobiltà provinciale che, attraverso la intraprendenza commerciale, è riuscita a consolidare una buona posizione economica in una realtà dove spesso i titoli nobiliari erano sinonimi di vita parassitaria sulle scarse rendite fondiarie.</p>
<p>Luigi Baffa, è questo il nome del protagonista, riesce così a studiare a Cosenza al Regio Collegio che Carlo III aveva fondato dopo l’espulsione dei gesuiti dal regno e poi a completare i propri studi a Napoli all’accademia militare della Nunziatella.</p>
<p>Il romanzo mostra come il giovane calabrese incontri, nel clima di rinnovamento che l’arrivo di Carlo III di Borbone era riuscito a instaurare nel regno, l’intellettualità illuminista che, com’è noto, proprio nella capitale del Sud ebbe uno dei suoi centri italiani più fiorenti.</p>
<p>Mario Aloe riesce bene a descriverci il clima politico e culturale di quegli anni, fervido di speranze che il regno di Napoli potesse diventare quella monarchia nazionale in grado di giocare un ruolo di primo piano negli equilibri politici e diplomatici non solo della Penisola ma dell’intera Europa.</p>
<p>Nello stesso tempo ci dà il quadro esatto e accurato storicamente di come fosse la Calabria tra Settecento ed Ottocento: una regione con isole culturali di primordine come Cosenza ma priva di strade praticabili, costellata da paludi malsane e coperta di foreste infestate da briganti che rendevano incerte e sempre pericolose le comunicazioni interne, schiacciata sotto lo strapotere di baroni che sfruttavano una massa di contadini costretti ai livelli minimi di sopravvivenza di una agricoltura poverissima e primitiva.</p>
<p>La questione della terra, dei diritti contadini sulle terre demaniali usurpate da questa classe di nuovi feudatari, la mancanza di legge ed autorità rispettate e la prevalenza dell’arbitrio sul diritto, rappresenta lo sfondo del romanzo il cui intreccio tra vicende individuali (con la presenza di tanti personaggi realmente esistiti, come il fondatore della massoneria in Calabria, l’abate Jerocades, il Salfi, il Toscano, la duchessa di Sanfelice, la Pimentel Fonseca, l’ammiraglio Caracciolo, ecc.) e fatti storici (il terribile terremoto del 1783 e le sue conseguenze, le guerre contro la Francia rivoluzionaria e le armate portate in Italia dal giovanissimo generale Bonaparte, l’effimera e drammatica esperienza della repubblica partenopea del 1799 spazzata via dalle masse sanfediste del Cardinale Ruffo, l’eroico episodio del forte della Vigliena in cui i calabresi della Legione Calabra comandati dal cosentino Antonio Toscano preferirono farsi saltare in aria pur di non cedere alla restaurazione assolutista borbonica, ecc.) e ne sono, a mio parere, l’elemento più interessante e significativo.</p>
<div id="attachment_515" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><a href="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2013/08/800px-Flag_of_the_Parthenopaean_Republic_svg.png"><img class="size-medium wp-image-515" alt="La Bandiera della Repubblica Partenopea del 1799" src="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2013/08/800px-Flag_of_the_Parthenopaean_Republic_svg-300x199.png" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">La Bandiera della Repubblica Partenopea del 1799</p></div>
<p>Si aggiungano le straordinarie descrizioni dei luoghi e dei costumi e ne viene fuori un romanzo che vale la pena di leggere e far conoscere.</p>
<p>Un romanzo storico che, e ciò va a merito dell’autore, ci riporta un quadro realistico e verosimile di come, agli albori del nostro Risorgimento nazionale, una intera generazione imparò, anche a costo della propria vita, ad essere italiana ed europea.</p>
<p>Una generazione che i Borbone di Napoli prima incoraggiarono sulla strada del rinnovamento e della modernizzazione e poi, come maldestri apprendisti stregoni, non riuscirono più a controllare mandandola al patibolo senza alcuna remora e pietà.</p>
<p>Prevalsero in quella casa regnante, come in tante altre in tutta Europa, i propri ristretti interessi dinastici.</p>
<p>Per quella generazione un’occasione perduta, la fine di un sogno per il quale bisognerà attendere ancora altri sessant’anni e a vantaggio di un’altra dinastia, quella subalpina dei Savoia.</p>
<p>Per i Borbone, come per altre dinastie italiane ed europee, la perdita dei regni e del potere e l’oblio della storia.</p>
<p>Una ricostruzione quella di Mario Aloe, lasciatemelo dire, che fa giustizia di tante altre, parziali ed esplicitamente revisioniste, che ci descrivono un Regno delle Due Sicilie come un esempio di buona amministrazione per popolazioni ricche e felici almeno fino all’arrivo dei cattivi “piemontesi”.</p>
<p>La storia, nella sua drammaticità, ci parla invece di un Sud e di una Calabria pronti a recepire le grandi idee di cambiamento del mondo ma anche di classi dirigenti miopi e grette, incapaci di guardare al di là dei propri ristrettissimi interessi di classe, di popolazioni contadine disperate nella loro richiesta di terra e migliori condizioni di vita e di lavoro e costrette spesso alla tragica ed individuale rivolta della vita alla macchia come briganti e anche in questa condizione, spesso ingannate nella difesa di interessi non propri.</p>
<p>Un bel libro, dunque, di cui mi sento di consigliare la lettura.</p>
<div id="attachment_516" class="wp-caption alignnone" style="width: 243px"><a href="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2013/08/466px-Piazza_dei_martiri_A.jpg"><img class="size-medium wp-image-516" alt="Il Monumento ai martiri del 1799 a Napoli" src="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2013/08/466px-Piazza_dei_martiri_A-233x300.jpg" width="233" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il Monumento ai martiri del 1799 a Napoli</p></div>
<p>&nbsp;</p>
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