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	<title>Gabriele Petrone &#187; la Grande Guerra</title>
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	<description>Il Blog Ufficiale</description>
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		<title>Il Piave mormorò: &#8220;Fuoco sulla Brigata &#8220;Catanzaro&#8221; ! di Mario Aloe</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Nov 2018 19:27:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele Petrone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Mario Aloe Il giallo dei campi della Calabria lo aveva negli occhi, dalla sua casa, adesso, avrebbe potuto guardare il mare celeste tingersi dei colori della sera. Sognava e nella mente scorrevano immagini che gli accarezzavano il cuore riempiendo il ricordo fino a sfinirlo, mentre punte di malinconia gli afferravano l’animo. Presto la sera [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2754" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><a href="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2018/11/La-Brigata-Catanzaro-in-azione.jpg"><img class="size-medium wp-image-2754" alt="La brigata Catanzaro alla quota 208, 1916. In &quot;Storia illustrata&quot;, n. 2, 1981." src="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2018/11/La-Brigata-Catanzaro-in-azione-300x164.jpg" width="300" height="164" /></a><p class="wp-caption-text">La brigata Catanzaro alla quota 208, 1916. In &#8220;Storia illustrata&#8221;, n. 2, 1981.</p></div>
<p>di <strong>Mario Aloe</strong></p>
<p>Il giallo dei campi della Calabria lo aveva negli occhi, dalla sua casa, adesso, avrebbe potuto guardare il mare celeste tingersi dei colori della sera. Sognava e nella mente scorrevano immagini che gli accarezzavano il cuore riempiendo il ricordo fino a sfinirlo, mentre punte di malinconia gli afferravano l’animo.<br />
Presto la sera si sarebbe portata con se il grecale e il buio avrebbe suonato le note della notte, una serenata di grilli e rane gracidanti.  Anche qui era caldo, un caldo che le prime ombre avevano fugato come se un panno bagnato fosse passato sulla fronte lasciandosi dietro una scia di umido, che non era riuscita a rinfrancare il corpo .<br />
Il sudore della giornata si era trasformato in un velo appiccicaticcio che avvolgeva la pelle.<br />
Quindici luglio; erano nel paese dalla fine di Giugno di ritorno da mesi di prima linea e di combattimenti all’arma bianca. Un meritato riposo che il comandante dell’armata, il duca d’Aosta, aveva accordato ai due reggimenti della brigata. Se lo erano meritato il riposo.<br />
Quindici luglio a Santa Maria La Longa, anche stanotte avrebbero dormito al chiuso, sulla paglia dopo aver mangiato un pasto caldo e non la sbobba che arrivava in trincea. La pasta e poi il pane e forse un pezzo di carne.<br />
“Mike, ci vogliono rimandare al fronte, domani ci porteranno a morire. Mike l’ho saputo dal portaordini che è arrivato dal comando di divisione. Siamo carne perduta, uomini senza futuro.” Gli parlava Tonino, con quel suo accento siciliano, articolando le parole in preda ad un profondo stato di agitazione. “Lo sanno già tutti, altri hanno parlato con gli ufficiali, la notizia è sicura. Mi hanno mandato da te, pensano che tu possa parlare con il Poeta, che le tue parole possano ottenere il rinvio della data del ritorno sul Carso”.<br />
Lo ascoltava e ancora non riusciva a rendersi conto dell’accaduto.  Possibile che ci fanno ritornare sul Carso?  Di nuovo al centro del massacro come se il sacrificio compiuto il 23 e 24 maggio non fosse bastato.<span id="more-2753"></span><br />
“Cerca l’americano mi hanno detto, cerca l’americano lui sa cosa dire. Il Poeta ha passeggiato con lui e quando è venuto al reggimento, ha chiesto di lui al comandante. Mike chiederà per noi,  lui riuscirà a convincere D’Annunzio”.<br />
Cosa volevano da lui adesso? Il Carso aveva invaso la mente: una distesa di morti, appena fuori dalla trincea i suoi compagni, sfigurati dalla mitragliatrice, decapitati dal cannone, erano rimasti in centinaia nella terra di nessuno, cadaveri che si accumulavano a strati, morti che gridavano vendetta e che nessuno avrebbe mai vendicato.<br />
Nel naso sentiva la puzza della morte, la puzza della carne che si decomponeva sotto il sole e loro nella trincea in attesa del prossimo assalto, del prossimo trillo del fischietto che li avrebbe portati incontro al destino.<br />
“Sono incazzati. Guido vuole sparare agli ufficiali e poi prendere d’assalto la stazione e Vincenzo lo spalleggia, lui vuole ritornare a Villalonga. Fra poco succederà un casino.<br />
Mike parla con il Poeta, lui , forse ci può ancora salvare.”<br />
Il Vate?<br />
D’Annunzio aveva esaltato il valore della guerra. In una delle passeggiate gli aveva raccontato del viaggio su Vienna in aeroplano. La GUERRA era la scintilla che accendeva il fuoco che avrebbe pulito lo spirito delle genti italiche, la forgia del futuro.<br />
D’Annunzio non li avrebbe aiutati, sarebbe stato troppo chiedergli di pregare il Comando di lasciarli nella retrovia.<br />
No, era inutile tentare, non lo avrebbe mai fatto.<br />
Dal paese saliva un vociare sempre più forte: chi voleva impossessarsi di un treno, chi assaltare il comando di brigata e chi invece se ne fotteva rimanendo in fila davanti alla porta del bordello aspettando il suo turno per strappare pochi minuti di felicità.<br />
“Tonì ritorna indietro e cerca di fare ragionare i tuoi amici, qua ci ammazzano tutti se facciamo cazzate. Ci sono già i carabinieri infiltrati tra noi. Il tenente mi ha fatto una spiata; cercano i sobillatori per mandarli davanti al tribunale. Tonino dillo a Gianandrea, il plotone d’esecuzione è pronto.<br />
Non è così che riusciremo a ritornare alle nostre case, alle nostre famiglie.”<br />
Ripercorse all’indietro il cammino verso la sua compagnia. Per strada il tumulto montava e si sentivano i primi spari coprire le grida della protesta.<br />
Sparavano in alto, menomale. Passò a fianco degli alloggiamenti del 141° reggimento mentre dalle case uscivano gruppi di soldati armati. Il fumo degli incendi s’innalzava al cielo.<br />
Santa Maria La Longa era diventata il teatro della ribellione, la notizia del ritorno in prima linea aveva rotto l’equilibrio inducendo questi suoi compagni delle campagne del sud a mettere da parte la pazienza. L’obbedienza secolare stava lasciando il posto alla tempesta, una furia cieca e senza speranza.<br />
“Signor tenente– era giunto innanzi alla porta della casa dove alloggiava il suo reparto- tenga dentro tutti, li calmi. Li tenga dentro, li convinca a rimanere nella casa. Sicuramente l’ascolteranno come quando nel fuoco dello scontro li ha ricondotti indietro cercando di recuperare anche i feriti.  Di Lei si fidano”.<br />
Il tenente Speranza, era come loro un uomo del sud, come loro parlava la lingua delle madri e voleva anche lui ritornare ad insegnare nella sua Cosenza. Al liceo Telesio lo aspettavano le declinazioni di latino e greco.<br />
La notte avanzava e agli spari dei fucili adesso erano mischiati scariche di mitragliatrici. Era ritornato dal comando di brigata senza riuscire ad avvicinare l’attendente del colonnello, aveva tentato con il cappellano militare don Giacomo. Niente, non era riuscito in niente. Il prete lo aveva invitato a ritornare al suo reparto: la questione era ormai nelle mani dei carabinieri. Due compagnie stavano giungendo con ben quattro auto mitragliatrici e presto tutto sarebbe finito. Poi il plotone di esecuzione avrebbe completato l’opera.<br />
“Non posso fare niente, siamo in guerra e il soldato deve obbedire, obbedire e avere fede in Dio e nella Patria. Qua tutti sparano, hanno persino provato ad assaltare la villa del Vate. Disordine e peccato chiamano repressione e punizione.-  Don Giacomo così mite era divenuto anche lui un vendicatore.  “Michele vai via e cerca di convincere i tuoi amici a deporre le armi e ritornare negli alloggi. Forse riuscirai a salvarne qualcuno”.<br />
Mary era rimasta a Milano, al sicuro. L’aveva lasciata per raggiungere la <b>brigata Catanzaro</b>. Era stato un periodo bellissimo quello passato assieme in città.  Le conoscenze, i compagni socialisti, il deputato che li aveva accolti nella sua casa.<br />
Mary che aveva rapinato una banca, pistola alla mano, per raggranellare i dollari per pagare il ritorno in Italia con lui,  Mary…  Anche lei era andata via. L’ultima lettera ricevuta dalla donna gli annunciava che si era messa col deputato: non lo amava più, aveva scelto il calore della sicurezza e la certezza del domani. Era bastato un anno di lontananza per cancellare la passione che li teneva uniti, un anno soltanto.<br />
Loro erano diventati il nemico, loro era quello che l’Italia stava mitragliando e inseguendo per le vie del paese. Una caccia spietata, senza quartiere e perdono. Nessun perdono per questi suoi piccoli compagni che il lavoro dei campi e delle zolfatare aveva reso ancora più scuri e curvi.<br />
Era riuscito raccogliere degli sbandati e li stava spingendo verso gli alloggiamenti del reggimento, li aveva raccolti come pecore smarrite e, adesso, nel silenzio della rassegnazione lo seguivano come fa il gregge con il cane pastore. Sentiva le urla dei pochi gruppi di rivoltosi rimasti e gli ordini secchi degli ufficiali dei carabinieri.<br />
La notte stava colando di pena il cuore di questi piccoli meridionali prelevati dalle loro case e trasportati in terra straniera a combattere una guerra che non capivano. La loro patria era il podere, il paese, la chiesa in cui si erano sposati e non le pietraia del Carso o i monti di questa terra sconosciuta.<br />
Una colata di pena ricopriva lentamente anche le case e gli alberi degli orti, nulla sembrava estraneo al dolore che si stava consumando.<br />
Il silenzio avvolgeva tutto, un silenzio pesante ed angoscioso, che impediva agli occhi di chiudersi nel sonno, di trovare conforto nel nulla. Anche da loro passò un drappello di carabinieri.<br />
“Tenente i suoi uomini sono al completo? Qualcuno dei suoi ha preso parte alla rivolta?” L’ufficiale, un capitano, mentre interrogava il nostro comandante scrutava tra le file dei soldati per cercare i segni della partecipazione all’insurrezione.<br />
“Signor capitano la mia compagnia è rimasta chiusa nella casa, anzi altri soldati si sono aggiunti per sfuggire alla furia dei rivoltosi, per questo siamo così numerosi. Se vuole può ispezionare le camerate, controllare l’armeria. Stia certo, nessuno qui aveva voglia di lasciarsi andare all’insubordinazione.“<br />
Il tenente aveva fatto mettere a posto i fucili e le munizioni, aveva costretto gli uomini a coricarsi, ad usare i giacigli. Tutto dava il senso della normalità mentre i cuori di questi suoi figli erano furiosi e traboccanti di odio.<br />
<b><i>I reggimenti erano schierati davanti al cimitero</i></b>, incolonnati per la partenza mentre alcuni ufficiali stavano sorteggiando i fanti per la decimazione. <b>Ventotto di noi furono tirati a sorte.</b> Tonino, Gianandrea, Giovanni,  Nunziato ed altri ventiquattro furono portati sotto i cipressi del camposanto.<br />
Gli uomini del plotone di esecuzione piangevano mentre i loro sguardi erano rivolti alla terra, perduti e spezzati nella rassegnazione. Anche D’Annunzio assisteva alla decimazione, avrebbe sicuramente scritto, ma il libro della vita ormai era stato cancellato: nessuno di loro sicuramente sarebbe ritornato alla madre, alla moglie, ai figli, alla loro piccola patria.</p>
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		<title>Il senso di una ricorrenza di cento anni fa.</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Nov 2018 14:15:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele Petrone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Articolo su &#8220;Il Quotidiano del Sud&#8221; del 4 novembre 2018 Mi sono sempre domandato cosa possono dire ai ragazzi di oggi gli elenchi di nomi che campeggiano sui tanti monumenti dedicati ai caduti della prima guerra mondiale e che ormai fanno parte della geografia urbana di tutti i nostri comuni, dalle Alpi fino a Trapani. [...]]]></description>
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<div id="attachment_2746" class="wp-caption alignnone" style="width: 278px"><a href="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2018/11/Immagine-depoca-del-Monumento-ai-caduti-di-Cosenza.jpg"><img class="size-full wp-image-2746" alt="Immagine d'epoca del Monumento ai caduti di Cosenza" src="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2018/11/Immagine-depoca-del-Monumento-ai-caduti-di-Cosenza.jpg" width="268" height="188" /></a><p class="wp-caption-text">Immagine d&#8217;epoca del Monumento ai caduti di Cosenza</p></div>
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<p class="size-full wp-image-2746"><strong>Articolo su &#8220;Il Quotidiano del Sud&#8221; del 4 novembre 2018</strong></p>
<p class="size-full wp-image-2746">Mi sono sempre domandato cosa possono dire ai ragazzi di oggi gli elenchi di nomi che campeggiano sui tanti monumenti dedicati ai caduti della prima guerra mondiale e che ormai fanno parte della geografia urbana di tutti i nostri comuni, dalle Alpi fino a Trapani.<br />
Credo non molto. Al massimo il ripetersi di alcuni cognomi avrà spinto qualcuno a chiedersi se quel soldato di cento anni fa fosse un lontano parente.<br />
Eppure a 100 anni distanza il 4 novembre resta una ricorrenza vissuta a metà.<br />
Non è questa la sede per analizzare il difficile rapporto che la società italiana ha sempre avuto con la propria storia. Basti pensare alle discussioni che ancora oggi si aprono puntualmente in occasione del 25 aprile, sullo stesso 2 giugno.<br />
In questo contesto va letto il recente tentativo operato da alcuni settori della destra politica di recuperare il 4 novembre e la memoria della Grande Guerra all&#8217;interno delle spinte neosovraniste e neonazionaliste che interessano numerosi paesi europei, Italia compresa.<br />
In verità, a partire dalla Presidenza di Carlo Azeglio Ciampi si è assistito ad una certa inversione di tendenza che non ha mancato di influire sulla coscienza collettiva del Paese che oggi tende a riconoscersi più facilmente in un comune quadro di valori nazionali.<br />
La patria, le sue istituzioni, comprese le sue forze armate, appartengono a tutti, così come i valori democratici che si incarnano nelle ricorrenze del 25 aprile e del 2 giugno.<br />
Le parole &#8220;patria&#8221; e &#8220;viva l&#8217;Italia&#8221;, del resto, erano le ultime che venivano pronunciate dai condannati a morte della Resistenza, come testimoniano le loro lettere.<br />
Ecco perché una parte del ceto politico dovrebbe smetterla di usare le divisioni del passato per cercare di tenere in piedi le proprie identità nel presente: è vera politica, invece, quella che sa riconoscersi in un comune quadro di valori e dividersi, come è giusto che sia, solo su cosa fare nel presente.<br />
Ai giovani di oggi abbiamo il dovere di offrire una comunità nazionale aperta, democratica, protesa alla cooperazione internazionale, che ripudia la guerra e si fonda sul diritto per come delineato dalla nostra Costituzione.<br />
In questo senso ricordare il 4 novembre significa non solo celebrare la fine di una delle guerre più sanguinose della storia ma riflettere su alcuni elementi decisivi per la costruzione dell&#8217;Italia di oggi.<br />
La guerra che si concluse il 4 novembre del 1918 fu, infatti, un evento che ha segnato la storia italiana in maniera forse più profonda rispetto agli altri paesi europei.<br />
In Italia, infatti, il consenso alla guerra riguardava una minoranza, sia pure particolarmente attiva composta da intellettuali come D&#8217;Annunzio, dai futuristi, ma anche da personalità di cultura democratica come Salvemini, una frangia dell&#8217;estrema sinistra sindacalista-rivoluzionaria, i repubblicani, i nazionalisti, i liberali moderati, alcuni settori della industria pesante e parte della Corte. Su posizioni neutraliste erano invece i liberali di sinistra che facevano riferimento a Giovanni Giolitti, i socialisti, i cattolici, vale a dire la stragrande maggioranza del Paese e del Parlamento. Per portare il paese in guerra il governo dell&#8217;epoca, (Governo Salandra), sfiorò la crisi istituzionale perché non aveva maggioranza parlamentare e, nei fatti, operò un &#8220;colpo di stato&#8221; surrettizio. Ben altra cosa accadde negli altri paesi europei, con manifestazioni di piazza e arruolamenti volontari di massa nelle prime settimane di guerra e persino i partiti socialisti che votavano per la guerra nei diversi parlamenti.<br />
Inoltre, la guerra cominciata il 24 maggio 1915 (un anno dopo gli altri paesi coinvolti nel conflitto) fu condotta, almeno fino alla disfatta di Caporetto nell&#8217;autunno del 1917, con metodi brutali e con assoluta indifferenza per la sorte di quella moltitudine di soldati contadini, mandati a morire in azioni disperate e prive di senso.<br />
Solo l&#8217;Italia, ad esempio, trattò i suoi prigionieri caduti in mano all&#8217;esercito austro-ungarico come vili, disertori, rifiutandosi di sottoscrivere con gli avversari specifici accordi (come avevano fatto ad esempio inglesi e tedeschi) per garantire comunque l&#8217;assistenza alimentare e perseguitando perfino le loro famiglie negando ad esse i sussidi di guerra.<br />
L&#8217;uso indiscriminato dei processi sommari, delle fucilazioni e delle decimazioni come quella inflitta alla Brigata &#8220;Catanzaro&#8221; nell&#8217;estate del 1917, reparto composto prevalentemente da calabresi che pure si era coperto di gloria nel corso della guerra per il suo coraggio, rappresentano la prova più evidente di un atteggiamento diffuso in tutti gli eserciti ma che nel nostro si colorava dell&#8217;antico disprezzo per le classi subalterne chiamate solo ad obbedire senza discutere. Molti soldati furono fucilati semplicemente perché parlavano il dialetto, e gli ordini, in italiano, suonavano loro incomprensibili.</p>
<div id="attachment_2747" class="wp-caption alignnone" style="width: 222px"><a href="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2018/11/La-Brigata-Catanzaro-in-una-delle-celebri-copertine-della-Domenica-del-Corriere.jpg"><img class="size-medium wp-image-2747" alt="La Brigata Catanzaro in una delle celebri copertine della Domenica del Corriere" src="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2018/11/La-Brigata-Catanzaro-in-una-delle-celebri-copertine-della-Domenica-del-Corriere-212x300.jpg" width="212" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">La Brigata Catanzaro in una delle celebri copertine della Domenica del Corriere</p></div>
<p class="size-full wp-image-2746">Eppure quella guerra, quella &#8220;inutile strage&#8221;, come la definì papa Benedetto XV cercando inutilmente di fermarla con una accorata lettera nell&#8217;agosto del 1917 ai capi degli stati belligeranti, quei soldati-contadini continuarono a combatterla, a prezzo di immani sacrifici, per salvare una nazione che non avevano mai conosciuto e che a loro si era manifestata soltanto con il volto arcigno della repressione.<br />
Fu nelle trincee, nella quotidiana condivisione della morte imminente che maturò un concetto di patria che finalmente non veniva imposto da una vuota retorica ma dalla necessità di salvare la propria vita, la propria terra, la propria famiglia, il proprio mondo.<br />
Fu in quei quattro anni e mezzo che uomini, ragazzi di 18 anni, provenienti da ogni parte del Paese, di estrazioni sociale diversa (il ruolo degli ufficiali di complemento, per lo più di estrazione piccolo-borghese che erano più a contatto con la truppa, fu decisivo) entrarono per la prima volta in contatto, nella comune sofferenza.<br />
La prima guerra mondiale rappresentò la prima vera esperienza collettiva di una nazione giovane, divisa, ancora immatura. E riuscì a vincerla, a costo di 650mila morti i cui nomi sono scolpiti su quei monumenti che oggi neppure guardiamo, solo perché seppe trovare, ad un certo momento, le ragioni dell&#8217;unità, del comune riconoscimento.<br />
Una esperienza che si ripeterà in altre circostanze nel corso della nostra storia, tutte drammatiche: l&#8217;8 settembre del 1943, la nascita della Resistenza e la Liberazione; gli anni di piombo, il delitto Moro e la sconfitta del terrorismo. Sembra quasi che l&#8217;Italia dia il meglio di sé nei momenti più difficili.<br />
Ricordare, dunque, questi eventi, forse ci farà trovare quelle energie necessarie a fare in modo che questa nostra Italia si senta quella bella, grande e generosa comunità che è, tutti i giorni e non soltanto quando è costretta a vivere l&#8217;ennesima tragedia.</p>
<p class="size-full wp-image-2746"><strong><a href="http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2018/11/Il-Quotidiano-del-Sud-del-4-novembre-2018.pdf">Il Quotidiano del Sud del 4 novembre 2018</a></strong></p>
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