corriere della sera

A proposito di “Frosparo”: l’ignoranza non va derisa, ma dell’ignoranza, purtroppo, abbiamo cessato di vergognarci…

Peppone e Don Camillo nella scena dell'esame di licenza elementare

Peppone e Don Camillo nella scena dell’esame di licenza elementare

Non ho partecipato al coro dei commenti divertiti né al solito tentativo di buttarla in sociologia da accatto attorno al comizio di “Frosparo” ad Acri.

Rilevo intanto che il soggetto in questione è stato preso sul serio da più di 250 cittadini acresi che lo hanno votato a dispetto o forse anche in ragione del suo comizio alla Cetto La Qualunque che ha inondato il web ed ha anche attirato l’attenzione di autorevoli testate nazionali come il Corsera, Repubblica e Il Sole 24 ore.

Non ho partecipato perché in quei lazzi ci ho visto molto razzismo antimeridionale: noi calabresi dovremmo chiederci perché Cetto La Qualunque Albanese lo ha identificato in un politico calabrese e non in qualche personaggio altrettanto folcloristico della Val Brembana o di qualche comune pedemontano lombardo o veneto. Chi è stato da quelle parti ed ha assistito a qualche comizio potrà certamente confermarvi che ce ne sono di altrettanto esilaranti nel loro dialetto di terroni del Nord. Del resto un partito che sceglie come proprio leader uno come Salvini il cui argomentare non si innalza quasi mai al di sopra dell’eloquio tipico da bar dello sport non è che possa essere assunto a modello letterario. Continua a leggere

LA LETTERA DELLA CALABRESE CHAOUQUI NON E’ RAZZISTA. E’ SOLO TRISTE.

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Una brillante ragazza che lavora in una multinazionale, partita da un paesino della Calabria tanti anni fa oggi ottiene il posto d’onore con una sua lettera sulle pagine del “Corriere della Sera”, il più grande quotidiano d’Italia.

Francesca Chaouqui ci racconta di una Calabria barbara, matriarcale, in cui la discriminazione di genere e il femminicidio sono solo il frutto di una società arretrata, chiusa, in cui maschi e femmine vivono in una dimensione arcaica, con ruoli ben definiti.

Francesca Chaouqui è partita anni fa ed ha trovato, purtroppo come tanti, come troppi calabresi, solo fuori dalla sua terra le opportunità che cercava e che meritava.

Come tanti calabresi emigrati ha assorbito la concezione del mondo della città e della comunità che l’ha accolta ed ha cominciato a guardare alla sua terra prima con distacco poi, forse, anche con un po’ di implicito rancore.

La morte della povera Fabiana a Corigliano diventa così non l’ennesimo capitolo di una strage di donne che riguarda l’intero territorio nazionale, dalle Alpi alla Trinacria come si diceva un tempo, ma l’effetto di una specificità locale, regionale, il frutto di una società in cui si dice e si pratica il  “citto tu ca si fimmina”.

Potremmo dire a questa ragazza che si sbaglia, che le donne calabresi sono tutt’altro da come le descrive.

Potremmo dirle che le donne calabresi non sono affatto subalterne, che spesso proprio da loro sono partite grandi lotte di emancipazione che hanno scosso e cambiato profondamente la loro terra e anche i loro uomini.

Potremmo insistere sul concetto che le donne vengono discriminate ed uccise a Brescia e a Busto Arsizio come a San Sosti o ad Avetrana.

Potremmo dirle che le sue parole odorano troppo di pregiudizi e generalizzazioni da bar dello sport, ma lei rimarrebbe dello stesso parere, fiera di essersi “salvata” dalla sorte che è convinta sia nel destino e nel DNA delle sfortunate sue conterranee rimaste a casa.

Francesca, infatti, come tanti emigrati, cerca solo conferme alle ragioni che la spinsero ad abbandonare la sua terra per bisogno o per scelta.

Perché per tanti come Francesca questa terra è più facile leggerla con gli occhi degli altri: è più facile ma anche molto più triste.