Risolvere il problema del “nostro” Sud.

L'Italia Rovesciata

Pubblicato su “Il Garantista” del 2 agosto 2015

In tutti i paesi la questione dello sviluppo unitario dei territori ha storicamente rappresentato una questione nazionale che è stata risolta a volte pacificamente e democraticamente a volte con la violenza e la guerra. Perché ogni paese ha un “nord” ed un “sud” e c’è sempre un “nord” più “nord”.

Prendiamo, ad esempio, gli USA, dove la questione Nord-Sud fu affrontata e risolta nel quadro di una delle più feroci guerre dell’età moderna, quando il problema dell’abolizione della schiavitù altro non era che la rappresentazione di un feroce conflitto tra due modelli di sviluppo, uno industriale e proteso all’espansione internazionale, l’altro agrario e chiuso in una dimensione tradizionale di una economia coloniale o post-coloniale.

Si pensi all’URSS staliniana dove industrializzazione e liquidazione brutale dell’economia contadina dentro il quadro ideologico della eliminazione dei kulaki come classe altro non erano che la scelta di un modello di sviluppo che si voleva in grado di competere con le altre potenze capitalistiche.

Si pensi al Brasile che solo a partire dagli anni ’60 (con l’interruzione brutale della dittatura) ha risolto il problema dello sviluppo diseguale del suo territorio con, in questo caso, il Nord-Est povero ed arretrato rispetto al Sud ricco ed industriale, arrivando persino a costruire di sana pianta una nuova capitale in mezzo ad un altopiano tropicale.

Si pensi, infine, al caso più recente, quello della Germania, dove il superamento del divario tra Ovest ed Est è stato assunto come priorità dalle classi dirigenti di quel paese.

In Italia il problema, invece, rimane tutto aperto, come confermano i dati dello SVIMEZ e questo perché nelle classi dirigenti italiane da anni non c’è la consapevolezza che solo un paese “a trazione integrale” può affrontare la sfida della competitività globale e che questo problema non può che essere affrontato in termini di scelte nazionali.

In verità non sono mancati nel corso della nostra storia unitaria momenti seri di dibattito e anche di intervento nei confronti del Mezzogiorno: il pensiero meridionalista è stato anche forte ed ha influenzato in maniera profonda la politica nazionale. Anzi è stato sempre un tema di carattere nazionale come dimostra il fatto che alcuni meridionalisti non erano neanche nati nel Mezzogiorno o, comunque, non vi vivevano: Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti erano toscani e lo stesso Pasquale Villari, pur appartenendo alla intellettualità napoletana, visse ed operò soprattutto tra Pisa e Firenze. Uno degli intellettuali più significativi del meridionalismo del primo decennio del ’900 fu il ligure Giuseppe Isnardi. Nel secondo dopoguerra la politica per il Mezzogiorno attraverso la famosa “Cassa” fu il frutto dell’elaborazione soprattutto di Pasquale Saraceno, che di meridionale aveva soltanto i genitori.

Quello che si è rotto, dunque, soprattutto dal 1992, anno in cui va in crisi il sistema politico italiano che fino ad allora era stato fondato su grandi partiti di massa nazionali, è questa consapevolezza che l’Italia si salva tutta intera e non a pezzi.

La Lega ha insediato nel Nord un politica che, esaltando alcuni elementi culturali “egoistico-territoriali” sempre presenti nella cultura sociale e politica italiana, ha insediato in quei territori un processo di “meridionalizzazione” nel senso che ha fatto della propria forza politica un formidabile agente di mediazione politica in concorrenza con quello svolto tradizionalmente da parti consistenti del ceto politico meridionale.

Tutti i governi che si sono succeduti dal 1992 ad oggi, salvo lodevoli eccezioni spesso vanificate dall’instabilità politica, sono stati o conniventi o subalterni a questa impostazione che si può sintetizzare nella formula “sostenere il Nord e il resto verrà da sé”. La stessa che, a livello europeo, stanno perseguendo i Paesi del Nord del Continente rispetto a quelli mediterranei cristallizzatasi nella formula dell’austerità.

I dati ci dicono quanto sbagliata sia stata ed è questa politica e di quanto fondamentale sia, per una classe dirigente, dare al nostro Paese un sistema economico a “trazione integrale”.

Per fare questo ci vuole una grande assunzione di responsabilità collettiva della classe dirigente nazionale che deve smetterla di derubricare il problema del Sud secondo lo schema del tradizionale pregiudizio antimeridionale che oscilla tra atteggiamenti diversi: dall’indifferenza e aperto disprezzo al moralismo-pedagogico che guarda al Sud come luogo di ogni nefandezza, culla soltanto di criminalità e di malapolitica, facendo finta di non vedere come questi problemi siano ormai drammaticamente nazionali se non prevalentemente centro-settentrionali, come testimoniano le cronache quotidiane.

Ma analoga assunzione di responsabilità deve esserci da parte delle classi dirigenti del Mezzogiorno.

Da una parte esse devono cessare di essere subalterne al racconto del Sud elaborato in altre parti del Paese sul Sud.

Diceva Gaetano Cingari che nel Mezzogiorno i giornali scendono, non salgono, intendendo non solo la mancanza di grandi organi nazionali di informazione del Sud ma anche la sostanziale debolezza del discorso culturale meridionale rispetto a quello nazionale.

Dall’altra devono comprendere che il ruolo del Mezzogiorno non può più essere affidato alla semplice richiesta di sostegno allo Stato centrale (che comunque deve essere chiamato alle sue responsabilità dal momento che, ad esempio, la “scusa” dei fondi europei è stata assunta per tagliare anche ciò che in altre parti del Paese viene erogato ordinariamente) ed alla mediazione territoriale di questo sostegno, ma assumersi la responsabilità di pensare a questa parte del Paese nel quadro di un sistema nazionale in ci si possono e si devono assumere funzioni diverse ma all’interno di un disegno organico.

Se non si interviene in questo senso, se non c’è questa comune assunzione di responsabilità il Mezzogiorno rischia di essere risucchiato, come è già avvenuto nel corso della sua storia, in una spirale di vano rivendicazionismo o, peggio, di ribellismo non più soltanto antipolitico ma anti-istituzionale e anti-democratico in cui poco varranno sia i discorsi moralistici, sia le lamentele, sia le pensose analisi di intellettuali ed economisti.

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