Gabriele Petrone

La proposta di Bersani rischia di alimentare un autonomismo straccione e subalterno al Sud…

Calabria ora
Il Direttore di Calabria Ora ha stigmatizzato giustamente l’intervista del Segretario del PD Pierluigi Bersani all’organo ufficiale della Lega, la “Padania”, nel quale impegna tutto il PD nel voto del federalismo “purché la Lega stacchi la spina a Berlusconi”. Sinceramente da iscritto e dirigente del PD e da cittadino del Sud considero questa iniziativa un vero e proprio pugno nell’occhio.
Alcuni amici e compagni me l’hanno giustificata come una iniziativa puramente tattica, utile per battere il “nemico del popolo” Berlusconi.
Ora io considero Berlusconi il problema più grande del nostro Paese e spero che al più presto lo si possa rimuovere dal posto che occupa e dal quale sta facendo danni irreparabili alla democrazia.
Nello stesso tempo penso che la sinistra abbia il dovere di proporre all’Italia non solo una nuova alleanza politica elettorale per poterlo battere ma anche un progetto di rilancio e di sviluppo economico, sociale e democratico che sia alternativo a quello proposto dalla destra e dal berlusconismo in questi anni. E una delle componenti fondamentali dell’azione di governo berlusconiana è stata proprio la Lega, la sua irriducibile caratterizzazione egoistica (egoismo dei territori, egoismo economico e sociale, egoismo etnico, antimmigrazione, ecc.).
Il federalismo leghista si presenta ed è un progetto che tende non ad unire i diversi e responsabilizzarli di fronte ad un comune patto nazionale come nel resto del mondo, ma a dividere ciò che, nel bene e nel male è stato unito in questi ultimi 150 anni. A questa impostazione il PD, la più grande forza di centrosinistra del Paese, ha il dovere non solo di opporsi, ma di proporre un progetto alternativo che rilanci nel futuro le radici della nostra storia unitaria e ridisegni in senso federalista (perché no ?) un nuovo patto nazionale capace di far reggere all’Italia intera, al nord come al sud, le sfide di un futuro globale assai incerto e difficile.
Per questo l’iniziativa di Bersani è profondamente sbagliata sia se essa ha una dimensione puramente tattica sia, peggio, se ha invece un respiro strategico.
Questa proposta rischia di avere nel Mezzogiorno un effetto disastroso: perché i meridionali dovrebbero votare PD alle prossime elezioni ? Quelli che hanno già votato Berlusconi saranno portati a fare un ragionamento semplicissimo, teniamoci l’originale e non la fotocopia. Dall’altro lato, quelli che hanno votato il centrosinistra perché dovrebbero continuare a votarlo se intravedono nella proposta nazionale del loro partito una idea di federalismo che li taglia fuori e li considera solo oggetto e non soggetto responsabile di una nuova politica di sviluppo ? Non finiranno, molti di questi, per essere attratti da nuove forze autonomiste che già sorgono un po’ dovunque nel Mezzogiorno e in alcune regioni, vedi la Sicilia, hanno già percentuali di consenso a due cifre ? Con l’aggravante che molte di queste forze autonomiste sono del tutto prive di quella carica sanamente “antagonista” che la Lega Nord, soprattutto ai suoi inizi, aveva e sono piuttosto il frutto del riposizionamento di un vecchio ceto politico nato e cresciuto dentro le maglie dell’assistenzialismo e della mediazione clientelare dei grandi partiti della Prima Repubblica.
Nella proposta di Bersani ci leggo anche un giudizio, la considerazione che il Sud, nella migliore delle ipotesi, debba essere abbandonato a se stesso, la conferma di un cedimento culturale ad una visione puramente emergenziale del Sud, una rinuncia ad una analisi più complessa e articolata a proporre una nuova strada di cambiamento. La negazione stessa di una impostazione riformista che dovrebbe invece essere il pane quotidiano per un partito come il PD.
Non ci si rende conto, ad esempio, che le elezioni negli ultimi anni, le grandi coalizioni nazionali le hanno sempre vinte al Sud dove ci sono stati i voti necessari per garantire il governo dell’intero Paese e dove si è mostrata, con alterne vicende, una certa mobilità elettorale decisiva per dare la vittoria a questo o a quel schieramento.
Il governo Berlusconi-Lega ha operato in questi anni solo per tagli e trasferimenti di risorse al Nord, in nome dei suoi “superiori interessi di “motore economico del Paese.
Publbicato su “Calabria Ora” 18 febbraio 2011
Mi si deve spiegare, come se fossi un bambino di sei anni, cosa c’entra con la “responsabilizzazione del Sud” e il federalismo il taglio dei fondi FAS per pagare le multe UE degli allevatori del Nord.
Mi chiedo, ancora una volta come se fossi un bambino di sei anni, come facciamo a spiegare agli insegnanti precari del Sud ai quali è stata tolta anche la possibilità di emigrare al Nord con il meccanismo delle graduatorie a coda bocciate dalla Consulta e reinserite dalla Lega nel Milleproroghe, che adesso Bossi è un interlocutore, non è razzista, che la sua è una grande forza popolare con la quale dobbiamo dialogare ?
Siamo sicuri, infine, che facendo così cacceremo Berlusconi ? La grande alleanza costituente (che riceve ogni giorno più no che si da parte dei possibili interlocutori) che D’Alema e Bersani avanzano, ha chiarito i termini della sua proposta per il Paese ? Io non riesco a vederla questa proposta e mi considero un lettore assiduo ed un osservatore attento. Se poi vedo che addirittura si guarda alla Lega come possibile interlocutore “democratico”, confesso di provare un po’ di paura, ci vedo una rincorsa alla conquista del potere per il potere, non per fare qualcosa di diverso.
Sansonetti auspica la nascita di una nuova forza meridionalista che punisca i partiti nazionali che si sono alleati contro il Sud. Sono meno ottimista di lui: colgo infatti i rischi di una deriva di ulteriore frammentazione politica e sociale magari anche in nome di un autonomismo che avrebbe ben poco di nobile collocandosi in una dimensione ancora più stracciona e subalterna. Un futuro tutt’altro che roseo e il PD e il centrosinistra non possono e non devono metterci la firma sotto.

Garantisti con Battisti, forcaioli con gli altri…

Cesare Battisti

In grande evidenza questa mattina su un giornale locale è apparsa una lettera aperta a firma di alcuni “intellettuali” sul caso Cesare Battisti che prende nettamente posizione a favore della non estradizione dell’ex terrorista dei PAC decisa dall’ex Presidente del Brasile Lula lo scorso 31 dicembre.

La lettera è rivolta ai “compagni” (sic) Presidenti Lula do Silva e Giorgio Napolitano e sviluppa tutto un ragionamento in linea con la visione della storia d’Italia propagata a piene mani da alcuni  “reduci” degli anni di piombo: in Italia negli anni ’70 e ’80 ci fu una “guerra civile” e una “feroce” repressione da parte degli apparati dello Stato di un movimento giovanile rivoluzionario che fu spietatamente perseguito e ridotto al silenzio.

Ad alcuni di questi che propugnano questa tesi basterebbe rispondere che lo Stato che giudicano così feroce ed oppressore è lo stesso che li stipendia lautamente nelle sue università e addirittura li ha accolti nel suo Parlamento ed oggi consente loro di poter esprimere, legittimamente, le loro opinioni (per quanto sbagliate e aberranti possano essere). Ma credo che non sarebbe sufficiente.

Cercherò quindi di sviluppare una serie di riflessioni nel merito: in particolare, da convinto assertore del garantismo, trovo assai improvvido e fuori luogo il riferimento ad una cultura garantista spinta fino alla teorizzazione del principio dell’impunità per un volgare assassino quale è Cesare Battisti, sul cui capo pendono sentenze definitive e le cui responsabilità sono state accertate in processi ai quali lo stesso si è sempre sottratto. E lo giudico un volgare assassino perché alcuni processi con sentenze definitive lo hanno qualificato come tale. Sbaglierei, invece, se Battisti, fosse ancora sotto processo, processo al quale lui si è sempre sottratto vivendo un esilio che è stato, per lungo tempo, dorato.

Qui c’è un primo punto che è secondo me fondamentale: il garantismo non è impunità ma rispetto delle regole e dei diritti del cittadino imputato, perché si parte dal presupposto che nessuno è colpevole fino a quando una giuria di suoi pari non l’ha giudicato tale.

Il garantismo, inoltre, non è una bandiera che possa essere agitata solo quando l’oggetto di un’azione giudiziaria siamo noi o la nostra parte politica. Dico ciò perché la credibilità stessa di ogni battaglia garantista è direttamente proporzionale alla coerenza dei comportamenti di chi la conduce: per essere molto chiari non si può essere garantisti per sé e forcaioli con altri che sentiamo essere nostri avversari politici. Ciò vale per il garantismo peloso di Berlusconi che egli traduce solo come richiesta di impunità per sé ma anche per quello di certa estrema sinistra che spesso, e senza alcuna vergogna, oscilla dalle manifestazioni di solidarietà per gli ex terroristi alle marce a favore di questo o quel giudice “eroico” che inquisisce questo o quel politico “antipatico” in dispregio di ogni elementare principio di giustizia.

Garantismo non significa, quindi, sottrarsi al giudizio, ma pretendere il rispetto della persona nel processo e al di fuori di esso (i processi mediatici sono un male che sta avvelenando la giustizia e la democrazia italiane). Che poi ci sia molto da fare per rendere più garantista il nostro ordinamento è questione aperta per la quale è necessaria una grande battaglia democratica che va condotta con rigore e coerenza perché riguarda tutti e può solo rafforzare la legalità, non indebolirla.

In questo quadro condivido, una delle poche parti, il richiamo a certa legislazione che individua come reato la responsabilità morale: in un ordinamento giudiziario democratico la responsabilità è sempre individuale ed è legata al compimento di specifici reati puniti dal codice: la politica, intesa come giudizio politico, non può essere un criterio giuridico, in nessun caso. Ma nella fattispecie non mi pare che ciò riguardi il caso Battisti, le cui responsabilità in fatti di sangue appaiono chiare e certificate.

Condivido, inoltre, il richiamo alla Costituzione quando si sostiene che l’ergastolo non è una pena che riabilita e andrebbe cancellato come pena dal nostro Codice. Ma c’è anche da dire che ormai è stato superato da una prassi giurisdizionale corrente che concede molti benefici, anche a persone coinvolte in delitti terribili, in cui vengono tenute in considerazione tutta una serie di situazioni che, pur mantenendo la condanna, attenuano in senso riabilitativo la pena. Non è sufficiente ma mi sembra un buon punto di partenza per fare una battaglia democratica anche su questo punto.

Ma anche in questo caso il richiamo a Battisti mi sembra assai fuori luogo (senza contare lo stesso improvvido richiamo alla vicenda di Adriano Sofri, che è di ben altra natura): cosa c’entrano il rispetto e la pietà per una persona che, mentre i suoi compagni marcivano nelle patrie galere, è fuggito, ha vissuto un esilio dorato come scrittore di successo in Francia e non ha mai mostrato non solo un momento di pentimento ma addirittura ha rivendicato con orgoglio i “formidabili quegli anni” ? E il rispetto per le vittime può essere soltanto la ricostruzione della “comune verità racchiusa negli anni di piombo” ? Quale comune verità si può desumere da una vicenda storica in cui, al di là della buona fede di molti, si perseguì un lucido disegno di demolizione dello Stato democratico, sia pure debole e imperfetto, che la Resistenza ci aveva consegnato ? E come potrebbe tutto ciò consolare chi ha perso un padre, un compagno, un fratello, un amico ? E quale atto rivoluzionario si può ravvisare nell’omicidio per rapina di un macellaio o di un gioielliere ?

Giustizia non è vendetta, è vero. E’ riconoscimento di reati e la loro giusta punizione. Per gli imputati la possibilità di difendersi fino in fondo e per chi è giudicato colpevole di poter tornare alla società dopo aver pagato i suoi debiti.

Io trovo aberrante sia chi teorizza l’impunità in nome di superiori ragioni rivoluzionarie o morali sia chi predica la moralizzazione della vita pubblica a colpi di avvisi di garanzia, arresti preventivi e gogne mediatiche. Sono due facce della stessa medaglia.

Perché la democrazia si difende solo con le armi della democrazia secondo il principio della separazione dei poteri e del riconoscimento dei diritti inalienabili di ciascun cittadino.

Si tratta di una impostazione che mi rendo conto è difficile da far passare in un Paese fazioso come l’Italia, ma è l’unica strada se vogliamo costruire una nazione che sia di tutti, finalmente.

I pregiudizi anticalabresi…una storia antica

Calabria rovesciata

La storia del pregiudizio anticalabrese è antica. Nel Medioevo resisteva il pregiudizio che la legione comandata della crocifissione del Cristo fosse di Reggio, fatto storicamente falso eppure diffuso in molti documenti.

E’ noto poi come i dominatori romani non avessero in grande simpatia gli abitanti del Bruzio, considerati ribelli, infidi e naturalmente violenti non perdonando loro l’alleanza con il nemico Annibale. La stessa via Popilia, più che come mezzo di comunicazione fu utilizzata come strada militare per favorire l’affluire di truppe preposte alla repressione delle ribellioni.

Per secoli poi, l’immagine del calabrese rozzo, selvaggio e violento, figlio di una natura altrettanto selvaggia anche se bellissima ha continuato a farsi strada.

Il massimo fu raggiunto nel settecento, all’epoca degli scrittori-viaggiatori che si spingevano nella nostra regione con lo stesso spirito di coloro che visitavano l’Africa, l’Asia o le lontane Americhe: Creuze de Lesser scriveva che  « l’Europe finit à Naples et méme elle y finit assez mal. La Calabre, la Sicile, tout le rest est de l’Afrique » (Creuze de Lesser, Voyage en Italie et en Sicilie, cit. in A. Mozzillo, Viaggiatori stranieri nel Sud, Milano, Comunità, 1964, p. 9).

Un intellettuale che in Calabria non viene studiato abbastanza, U. Caldora, scriveva che la Calabria rimase “sino ai primi dell’800 (ma anche oltre) pressoché conosciuta soltanto per i frequenti terremoti che la sconvolgevano e per i suoi banditi: the terra incognita of modern Europe la definivano gli inglesi. Difficoltà e pericoli dissuadevano viaggiatori e studiosi dal visitarla: se qualcuno si avventurò, diede al paese un’occhiata superficiale, riportandone impressioni varie e divergenti, ma di solito concordi e entusiastiche soltanto sulla bellezza dei luoghi e dai contrasti violenti”. Ne consegue che “l’idea di Calabria che si è diffusa lungo i secoli si è formata essenzialmente attraverso i giudizi e i pregiudizi della cultura europea. Essa ha elaborato un’immagine mitica della regione, coltivando luoghi comuni presenti sin dall’antichità. Se i Bruzi della Calabria antica, infatti, erano visti come ribelli e infidi dai Romani, essi verranno ritenuti addirittura fustigatori di Cristo nel Medioevo. Se in età controriformista e barocca la Calabria sarà per i missionari gesuiti una parte significativa delle Indie di quaggiù, la cultura spagnola del tempo giungerà a identificare Giuda come calabrese”” (U. Caldora, Calabria napoleonica, Napoli, 1960, p. 1).

I francesi di Napoleone ci misero la politica: portatori dei grandi ideali della rivoluzione francese non riuscivano a comprendere quei calabresi che non accettavano il progresso che loro portavano opponendosi violentemente alla loro occupazione ed ai “giacobini” locali.

Il brigantaggio fece il resto: la ribellione violenta dei ceti contadini fu affrontata solo in termini di ordine pubblico senza particolari differenze da francesi, Borboni e stato italiano. Napoleone nell’esilio di Sant’Elena, apprendendo che uno dei suoi carcerieri, l’ammiraglio Sidney-Smith aveva combattuto alla testa di irregolari calabresi contro le sue truppe lo apostrofò definendolo “comandante di traditori”. E l’immagine del calabrese rozzo, chiuso, violento continuò a diffondersi ed a perpetuarsi. Eppure anche gli spagnoli si ribellarono ai francesi e la loro rivolta finì per entrare nelle pagine della storia, con le immortali tele del Goya che ne narrarono l’epopea: loro ribelli e patrioti contro l’orco Napoleone e noi briganti e malfattori !!!

Stride con questa immagine, ovviamente, una realtà spesso diversa: in Calabria trovarono rifugio tanti popoli e religioni perseguitate nelle loro “civilissime” contrade (albanesi e valdesi, per esempio), calabresi solcavano il Mediterraneo come marinai e mercanti, distinguendosi come come soldati e alti funzionari pubblici in tutti i regni d’Europa e persino al servizio del grande impero ottomano. Calabrese era uno dei marinai della Pinta che partì con Colombo nel primo viaggio alla scoperta dell’America. E ancora, nonostante la nomea di reazionaria e di Vandea d’Italia, la Calabria contribuì fortemente al processo di unificazione e di modernizzazione dell’intero Paese.

Fino ai giorni nostri: siamo poi sicuri che l’immagine che i media veicolano della Calabria non sia permeata da un “minimo” di pregiudizio ?

Ovviamente i calabresi c’hanno sempre messo del loro nell’alimentare questo pregiudizio, ma il punto non è questo. La verità è che alla Calabria si continua a guardare solo dall’esterno.

Chi osserva la Calabria dall’esterno, nel passato come nel presente, è spesso condizionato da una propria idea di modernità, da un proprio modello sociale e culturale. Modernità e modelli sociali e culturali che sono elaborati e costruiti altrove, e fanno riferimento ad altri sistemi di valori.

Per somma di ironia molti calabresi, sia quelli che vivono fuori regione ma anche quelli che, restandovi, ne denunciano, giustamente, i mali, non riescono a “staccarsi” da quel modello.

In questo senso la Calabria è “incognita”, nel senso che chi la guarda non la vede davvero, chi la osserva non la comprende, chi la cerca nella sua reale essenza, in realtà non la trova.

Per costoro, come per tanti calabresi, il pregiudizio è un vestito buono per tutte le occasioni, una occasione per non pensare, per non assumersi responsabilità.

Ecco perché sconfiggere il pregiudizio è, per i calabresi innanzitutto, un dovere, non per rinchiudersi in una orgogliosa, etnica diversità, ma per assumerne il meglio e farla diventare tratto identitario di una nuova etica della responsabilità, di un nuovo modello civico per lottare e vincere contro i mali atavici di questa nostra terra.

Perché se una cosa è certa è il fatto che solo da noi stessi potremmo risollevarci.

Mafia, subalternità sociale, familismo, malapolitica, infatti, non si battono con le enunciazioni di principio o con la semplice invettiva, ma smascherandone il carattere di ostacolo alla costruzione del futuro. Un futuro che sia finalmente nostro, pensato e realizzato da noi.

La sinistra radical chic contro chi critica la satira di cattivo gusto e chi propone il Reddito Minimo Garantito.

Vignetta Vauro Frankestein
Peppino Caldarola è stato condannato al pagamento di un risarcimento al celebre vignettista Vauro Senesi per aver criticato una vignetta con la quale questi raffigurava Fiamma Nirenstein una giornalista colpevole, lei di origine ebraica. di essersi presentata alle elezioni politiche con il PDL. Vauro la raffigura come il mostro di Frankenstein giocando sull’assonanza del nome, il naso adunco e con la stella di Davide sul petto. Si, proprio quella stella di Davide con la quale i nazisti “marchiavano” gli ebrei e li conducevano nelle camere a gas.
La vignetta suscitò grande sconcerto nella comunità ebraica e critiche e proteste in tutto il mondo. Tra queste un fondo di Caldarola nella sua rubrica “Mambo” su “Il Riformista” con il quale quest’ultimo criticava la sinistra radical e concludeva che con quella vignetta è come se Vauro avesse chiamato la Nirenstein “sporca ebrea”. Da qui la querela di Vauro a Caldarola e al direttore de “Il Riformista” Antonio Polito.
Durante il processo l’avvocata di Vauro chiedeva a Caldarola come poteva la Nirenstein stare nella stessa lista con la Mussolini o con Ciarrapico e cosa dicessero le comunità ebraiche in proposito. Cito testualmente la risposta di Caldarola che mi sembra di una ovvietà pleonastica: “Spiego che le comunità ebraiche organizzano e difendono, a giudicare da questo processo il loro compito è sempre più difficile, i cittadini di religione ebraica che restano ovviamente liberi di scegliere politicamente dove stare. Un ebreo è innanzitutto un cittadino uguale agli altri che ha di diverso solo una religione e una tradizione culturale”. Invece no e da qui la condanna di Caldarola e Polito. Cito ancora Peppino Caldarola: “Se le cose hanno una logica, in questo caso essa è questa: si può rappresentare legittimamente un cittadina italiana indicandone la religione attraverso la propria trasfigurazione con il naso adunco e la stella di Davide, non si può criticare questa vignetta con un testo ironico che interpreta il giudizio di Vauro. L’ebreo di destra è interpretabile e rappresentabile razzialmente, malgrado non abbia il naso adunco né giri con la Stella di Davide, non si può dire che tutto ciò porta alla mente l’anatema sugli sporchi ebrei. Da oggi quindi si può connotare razzialmente un cittadino italiano di razza ebraica se non si condividono le sue opinioni politiche ma non si può criticare questa rappresentazione abnorme con una critica che usa lo stesso paradigma della semplificazione polemica. La sentenza investe due diritti, conculcandoli. Il primo riguarda gli ebrei e dice loro: siate politicamente corretti (rispetto a chi e a che cosa?) altrimenti è giusto che vi raffigurino come una razza. Il secondo dice che la satira va bene ma la satira della satira no”. Insomma, il diritto alla satira è sacro, quello di criticare la satira è un reato. Per la cronaca Caldarola intende rifiutarsi di pagare la pena pecuniaria chiedendo il carcere.
Altro episodio, che non c’entra molto col primo se non per la presenza dello stesso atteggiamento culturale radical sinistroso che lo sottende. Da circa un anno, in Calabria, dentro un dibattito ormai iscritto nel dibattito politico nazionale (vedi le dichiarazioni del ministro Elsa Fornero) stiamo conducendo una battaglia per il reddito minimo garantito.
Si tratta di un provvedimento che ha lo scopo di alleviare il disagio sociale che proprio in questi giorni sta esplodendo in maniera virulenta. Un provvedimento tra l’altro adottato da molti decenni in altre parti d’Europa (ne siamo sprovvisti solo noi e la Grecia, guarda caso). Un provvedimento che ci chiede l’Europa nella famosa lettera della BCE, insieme alle famose manovre “lacrime e sangue” proprio con l’intento di dare una risposta al disagio sociale.
Indovinate chi sono coloro che più si oppongono ad esso con argomentazioni francamente fuori dalla grazia di Dio ? Proprio certi duri e puri di certa sinistra radical chic. Si dice che è un provvedimento assistenziale, che bisognerebbe invece creare lavoro (quale, dove, come ?) che nel Mezzogiorno non si può applicare perché c’è la mafia e la malapolitica e sarebbe foriero solo di nuovo clientelismo, ecc..
Insomma, per questi salottieri commentatori, questi indignati professionali, riconoscere attraverso parametri oggettivi (essere disoccupati, avere più di 18 anni ed avere un reddito annuo ISEE inferiore a 6000 euro, vale a dire stare sulla soglia di povertà) sarebbe un provvedimento clientelare, al quale preferire, magari, la riproposizione di posti di lavoro inesistenti e precari con strumenti come LSU, LPU o di lavoro interinale attorno ai quali condurre la sacrosanta battaglia contro il precariato e per la stabilizzazione nella grande mamma della pubblica amministrazione e quindi proprio con la mediazione della “maledetta” politica.
E’ la stessa sinistra che magari civetta con i movimenti, anche quando sono corporativi o addirittura reazionari (quante parole intrise di lacrime ho letto e sentito in questi giorni a favore dei poveri tassisti, dei forconisti che in fondo si battono per il riscatto di un Sud conquistato dai nordisti Savoia, quanti benaltrismi rispetto ai provvedimenti per liberalizzare il mondo delle professioni, dei farmacisti, ecc.).
E’ la stessa sinistra radical-chic che sostituisce all’analisi l’invettiva, che preferisce giudicare piuttosto che capire, che si innamora di ogni rivoluzione purché non gli svuoti il serbatoio della mercedes e gli scaffali del supermercato. Quella sinistra che sa solo essere chiacchiere, distintivo e intolleranza. Quella sinistra che preferisce il dibattito bello, dotto e arguto dall’alto di una presuntuosa superiorità etica e morale piuttosto che misurarsi con la realtà di risolvere davvero, con le leggi e con le riforme, i problemi del popolo.
Quello stesso popolo che, immancabilmente, finisce per prenderla a pernacchie.

Ma Cetto La Qualunque doveva essere per forza calabrese ?

Calabria Ora

Pubblicato su Calabria Ora il 22 gennaio 2011
In questi giorni si fa un gran parlare del film di Antonio Albanese “Qualunquemente”.
Il film, preceduto dal grande successo del personaggio di Cetto La Qualunque in TV nella trasmissione di Fazio, si preannuncia come campione di incassi. Qualcuno l’ha definito l’evento satirico del 2011, rilevando riferimenti tra il personaggio laido, corrotto e ladro di Cetto con le cronache quotidiane che riguardano il Presidente del Consiglio. Lo stesso Albanese non ha mancato di sottolineare come la cronaca spesso supera la fantasia cinematografica. Il film sarà certamente divertente e andrò a vederlo, anche se, a mio parere, è solo un film comico, una commedia, e non un’opera satirica.
La satira infatti è una forma artistica caratterizzata dall’attenzione critica alla politica e alla società, perché ne mostra le contraddizioni e soprattutto cerca di promuovere il cambiamento. Per essere satirico, quindi, un film o una qualunque forma di espressione artistica, non è sufficiente che contenga una critica e faccia sorridere sui mali della politica e della società, ma deve anche contenere una forma di “proposta” che possa suscitare quella famosa volontà di cambiamento.
La satira, nei secoli, è stata temuta dal potere soprattutto per questo: è la voce del bambino che urla il re è nudo, e ne svela irrimediabilmente le debolezze.
Fatta questa premessa che ritengo essenziale vengo al merito del film del lombardo Albanese: Cetto La Qualunque è quanto di più disprezzabile rappresenti certa politica oggi: è corrotto, clientelare, tangentista, evasore fiscale, maschilista, ecc.. Caratteristiche che sono presenti in egual misura a tutte le latitudini del nostro Paese. Mi chiedo, quindi, assai retoricamente, perché esso dovesse essere per forza calabrese.
Dicendo questo non intendo fare il solito discorso di calabresità offesa o ferita né negare che certa politica calabrese spesso superi nella realtà la caricatura di Albanese. Sono però convinto che se La Qualunque si chiamasse Brambilla e parlasse padano non sarebbe meno comico.
Ma Cetto La Qualunque è calabrese, diciamocelo con franchezza, perché la Calabria oggi è vista, è rappresentata (e, perché no, spesso si autorappresenta) come il peggio nazionale, la Gomorra d’Italia.
Guardando Cetto si è indotti a pensare, però, fuori dalla nostra regione, che tutti i politici ed amministratori siano come quella caricatura e magari sfugge la realtà di tanti politici ed amministratori, la maggioranza, che non solo non sono come Cetto, ma che quotidianamente si sforzano di fare il loro dovere come dimostrano le centinaia di intimidazioni mafiose o criminali (la Calabria ha anche questo triste primato, purtroppo) che subiscono.
Cetto quindi è una facile caricatura perché, in fondo rassicura, conferma pregiudizi e stereotipi: lombardi, veneti, piemontesi o toscani si sentono rassicurati perché possono continuare a pensare che la malapolitica sia solo un problema meridionale e calabrese. Ma rassicura anche certa sinistra giacobina e radical-giustizialista (dislocata in tutto il Paese e anche al Sud) perché le consente di restare rinchiusa nella propria visione manichea di un bene contrapposto al male, nella orgogliosa presunzione della propria diversità etica e morale. Cetto La Qualunque, infine, non fa paura al potere (che oggi è di destra, populista e berlusconiano) perché colloca la malapolitica in una dimensione comica e caricaturale, quindi sostanzialmente non riferibile a fatti concreti.
“Qualunquemente” è dunque un film comico, non una satira politica o di costume: dopo averlo visto e averci riso sopra ai calabresi e agli italiani resta il problema tutto aperto di rinnovare e cambiare la politica superando pregiudizi e stereotipi e guardando il merito delle questioni, una volta tanto.

Cetto La Qualunque

Enza Bruno Bossio esce definitivamente dall’inchiesta in Puglia.

brunobossio_enza
La dott.ssa Enza Bruno Bossio esce definitivamente, per intervenuta prescrizione, dall’inchiesta di Lecce nella quale era stata indagata per avere, secondo l’accusa, redatto insieme ad altri ispettori del Ministero dell’Industria, una relazione falsa a favore di un’azienda pugliese beneficiaria della 488.
La notizia riportata dal blog Rete per la Calabria, è dunque destituita di ogni fondamento.
E’ l’ennesimo tassello ad essere smontato di un vero e proprio attacco mediatico che, in questi anni, ha colpito la manager calabrese.
Un attacco mediatico basato su inchieste giudiziarie nate anch’esse da veri e propri gossip che, alla prova dei fatti, hanno mostrato tutta la loro inconsistenza.
Enza Bruno Bossio, già assolta l’anno scorso dalla cosiddetta madre di tutte le inchieste, la famigerata Why Not, “perché il fatto non sussiste” sta vivendo certamente con soddisfazione questa ennesima vittoria giudiziaria.
Rimane tuttavia senza risposta la vera domanda che scaturisce da tutta questa vicenda: com’è stato possibile che inchieste nate sul nulla abbiano coinvolto persone perbene lasciandole sulla graticola per tutti questi anni ? C’è stato un momento nel quale sembrava che la Bruno Bossio fosse diventata la responsabile di tutti il malaffare calabrese.
Chi ripagherà Enza Bruno Bossio dall’essere stata coperta gratuitamente di fango, di aver visto per mesi ed anni il suo nome associato a quello di reati “pesanti” come truffa, associazione a delinquere, ecc. ? Non ci si poteva accorgere prima del fatto che la Bruno Bossio, brillante manager, non è mai stata proprietaria di nessuna azienda informatica o altro, ma solo una dipendente, pur con ruoli dirigenziali ?
Intanto Enza Bruno Bossio ha perduto il suo lavoro, oltre che la sua onorabilità. Chi glieli restituirà? Forse quel De Magistris che su queste inchieste farlocco ha invece costruito la sua carriera politica ?
La dott.ssa Enza Bruno Bossio esce definitivamente, per intervenuta prescrizione, dall’inchiesta di Lecce nella quale era stata indagata per avere, secondo l’accusa, redatto insieme ad altri ispettori del Ministero dell’Industria, una relazione falsa a favore di un’azienda pugliese beneficiaria della 488.
La notizia riportata dal blog Rete per la Calabria, è dunque destituita di ogni fondamento.
E’ l’ennesimo tassello ad essere smontato di un vero e proprio attacco mediatico che, in questi anni, ha colpito la manager calabrese.
Un attacco mediatico basato su inchieste giudiziarie nate anch’esse da veri e propri gossip che, alla prova dei fatti, hanno mostrato tutta la loro inconsistenza.
Enza Bruno Bossio, già assolta l’anno scorso dalla cosiddetta madre di tutte le inchieste, la famigerata Why Not, “perché il fatto non sussiste” sta vivendo certamente con soddisfazione questa ennesima vittoria giudiziaria.
Rimane tuttavia senza risposta la vera domanda che scaturisce da tutta questa vicenda: com’è stato possibile che inchieste nate sul nulla abbiano coinvolto persone perbene lasciandole sulla graticola per tutti questi anni ? C’è stato un momento nel quale sembrava che la Bruno Bossio fosse diventata la responsabile di tutti il malaffare calabrese.
Chi ripagherà Enza Bruno Bossio dall’essere stata coperta gratuitamente di fango, di aver visto per mesi ed anni il suo nome associato a quello di reati “pesanti” come truffa, associazione a delinquere, ecc. ? Non ci si poteva accorgere prima del fatto che la Bruno Bossio, brillante manager, non è mai stata proprietaria di nessuna azienda informatica o altro, ma solo una dipendente, pur con ruoli dirigenziali ?
Intanto Enza Bruno Bossio ha perduto il suo lavoro, oltre che la sua onorabilità. Chi glieli restituirà? Forse quel De Magistris che su queste inchieste farlocco ha invece costruito la sua carriera politica ?

La vicenda Battisti mette a nudo la superficialità di tanta intellighenzia italiana nella lettura degli anni di piombo.

Cesare Battisti

C’è un aspetto della vicenda Cesare Battisti che deve far riflettere, soprattutto in una parte della sinistra e, più in generale, della intellighenzia italiana.

Si tratta della tendenza a guardare alla vicenda del terrorismo in Italia come ad una “guerra civile”, come se davvero la violenza politica degli anni ’70 avesse un qualche fondamento o giustificazione morale e politica.

Questa lettura è stata propalata sia durante quel drammatico periodo (come dimenticare l’agghiacciante frase “compagni che sbagliano” o certi editoriali di alcuni maitre a penser ?) sia dopo, a terrorismo sconfitto, quando i protagonisti di quei terribili avvenimenti, dopo galera, pentitismi e revisioni, hanno continuato ad occupare i media e l’editoria italiana assai generosa di spazi e considerazione nei loro confronti.

Siamo infatti il Paese in cui a ex terroristi rossi e neri sono aperte le porte della grande editoria e della grande stampa mentre le loro vittime sono relegate nel limbo di una retorica dimenticanza. Alzi la mano chi riesce a fare almeno dieci nomi delle centinaia di vittime del terrorismo (Sergio Zavoli ha contato 428 morti e circa 2000 feriti) in quasi vent’anni di stragi, attentati, agguati e aggressioni che colpirono poliziotti e carabinieri, magistrati, funzionari, uomini politici, giornalisti e gente comune. Al contrario i nomi di coloro che molti di quelle azioni criminali compirono sono assai noti e continuano, in gran parte, ad occupare stampa e televisioni.

Pur rifuggendo da facili generalizzazioni, che sono sempre sbagliate, questo contrasto è assai evidente, pur nel quadro di uno Stato democratico che, nel complesso ha saputo chiudere con le armi della democrazia e della giustizia una delle pagine più buie della propria storia.

Si tratta di un atteggiamento culturale che, da parte di certa intellighenzia, tende a guardare alla vicenda storica italiana (passata e vicina) con superficialità. Pesa su questo atteggiamento una visione scarsamente consapevole del valore dello Stato e delle istituzioni quali garanti del sistema democratico, lo stesso sentirsi parte di una “patria” comune. Le istituzioni sono percepite quasi sempre come “oppressive” o distanti dal cittadino e non come frutto della libera scelta della comunità nazionale di cui tutti, nessuno escluso, sono responsabili.

Il senso della comunità nazionale affiora, purtroppo, solo quando questo viene preso a schiaffi, com’è avvenuto nella vicenda Battisti.

Il Presidente Lula ha giustificato la sua scelta sulla base di una sentenza dell’Avvocatura dello Stato brasiliana perché in Italia ci sarebbe “uno stato d’animo che giustifica preoccupazioni per la concessione dell’estradizione di Battisti, a causa del peggioramento della sua situazione personale”.

Lula, i cui meriti verso il suo popolo e verso la comunità internazionale sono indubbi, non sa che in Italia molti ex terroristi hanno pagato i loro debiti con la giustizia e oggi vivono le loro vite godendo di tutte quelle libertà che volevano conculcare con le loro azioni, che il loro destino è stato sicuramente molto migliore di quello che hanno riservato alle vittime della loro aberrante ideologia.

Ha pesato, a mio parere, su questa decisione, la pressione di alcuni intellettuali della sinistra francese che di Battisti hanno fatto una vera e propria icona negli ultimi anni e il passato di oppositore di una terribile dittatura militare dello stesso Lula, un dramma che ha segnato gran parte della sinistra sudamericana negli anni della guerra fredda. Una decisione sbagliata che schiaffeggia la giustizia e la democrazia italiana che il nostro Paese deve far rivedere usando tutto ciò che il diritto internazionale mette a sua disposizione.

A noi italiani questa equiparazione tra l’Italia degli anni ’70 e le contemporanee dittature militari sudamericane appare assurda. Cesare Battisti, poi, è solo un volgare assassino e rapinatore che della politica ha fatto solo una comoda coperta di cui si serve, con spudoratezza, ancora oggi. Ci deve ancora spiegare quale azione rivoluzionaria rappresenti l’omicidio di un gioielliere o di un macellaio. Ma quella coperta di Battisti, purtroppo, l’hanno cucita in molti, anche in Italia.

Un solo auspicio, dunque: che questa vicenda sia di insegnamento a tanti superficiali commentatori: negli anni ’70 in Italia non si combatté una guerra civile, ma uno Stato democratico sconfisse, pagando un duro prezzo in termini di vite umane, un terribile disegno eversivo, vincendo con le armi della giustizia e della democrazia.

Le ragioni e i torti sono, dunque, chiari: che nessuno lo dimentichi, perché questo è il nostro Paese, nonostante tutto.

 

VELTRONI IN CALABRIA PRESENTA LA SUA CORRENTE: “Qui ci sono tante energie nuove, fresche…”

225px-Walter_Veltroni_3_cropped   Minniti_marco

Walter Veltroni è venuto in Calabria con Fioroni e Gentiloni a presentare MODEM, la sua “corrente” (ma guai a chiamarla così, le correnti non piacciono all’ex segretario del PD…).

Come in passato ha espresso il suo sostegno all’azione di rinnovamento del Commissario Musi in Calabria, lo ha fatto sottolineando le presenze calabresi alla sua convention, usando l’espressione “qui ci sono tante energie nuove, fresche…”. Vediamole insieme, chiedendo scusa se ce ne scordiamo qualcuna o qualcosa dei loro passaggi curricolari:

-          Marco Minniti, ex viceministro, deputato da tre legislature, già segretario del PDS e del PD, ex Lothar dell’era dalemiana, ecc.;

-          Donato Veraldi, già Presidente della Regione Calabria, consigliere regionale della DC per non so quante legislature poi senatore dell’Ulivo per due legislature, poi eurodeputato, ecc.;

-          Franco Covello e la figlia Stefania, la cui carriera di entrambi è antica e si interseca: da consigliere comunale ad assessore provinciale, assessore e consigliere regionale fino a senatore (alla figlia Stefania manca ancora qualche passaggio, ma è giovane ed ha tanto tempo davanti)…;

-          Demetrio Naccari Carlizzi, consigliere comunale a Reggio Calabria, vicesindaco con Falcomatà battuto da Scopelliti nella sua corsa a sindaco di quella città, poi consigliere e assessore regionale nell’era Loiero, non eletto alle ultime elezioni regionali;

-          Mario Pirillo, consigliere regionale da quattro legislature, vicepresidente della Regione e potentissimo assessore all’agricoltura, oggi votatissimo eurodeputato.

Seguono poi personalità che certamente non sono dei giovanissimi sia anagraficamente che politicamente: il sindaco di Cosenza, Perugini, il presidente loieriano della Provincia di Vibo, De Nisi, Paolo Barbieri, sindaco per un quindicennio di Sant’Onofrio, vicepresidente della Provincia di Vibo e oggi assessore, sia come DS che come PD ecc., nonché dirigenti di partito come Mario Paraboschi, ex segretario della Federazione del PCI di Catanzaro ed eterno tesoriere regionale del PCI-PDS-DS-PD.

Non parliamo poi degli esponenti nazionali presenti all’incontro, a cominciare dallo stesso Veltroni, in politica dagli anni ’70, in segreteria nazionale del PCI con Alessandro Natta insieme al suo “avversario” storico D’Alema, segretario dei DS e del PD, Vicepresidente del Consiglio dei Ministri nel primo governo Prodi nel 1996, ecc..

Tutte bravissime persone, alcuni bravi amministratori e dirigenti (di alcuni ho davvero la massima stima), ma sicuramente tutto il contrario di quelle che dovrebbero essere “energie nuove, fresche…”. Emerge ancora una volta una caratteristica peculiare del veltronismo: belle parole, retorica del nuovo ma purché questo sia sempre riferito agli altri, mai a se stessi.

Ci si meraviglia poi che un certo Renzi, grande avversario di Veltroni e D’Alema e che continua a non essermi simpatico, parli di “rottamazione” ? Perché sul nuovo c’è sempre qualcuno che è più nuovo, che è più coerente rispetto a questa categoria.

Una volta D’Alema disse che in politica non esiste il mercato del nuovo ma solo quello dell’usato…non so se aveva ragione. Ho paura però che si sbagli anche Renzi quando parla di rottamazione: in politica lo smaltimento avviene sempre e comunque attraverso il riciclo. Ma si sa, la sinistra ha una forte sensibilità ambientalista…

Volevano candidare Angelo Vassallo alla Camera, il sindaco di Pollica ucciso dalla camorra, Veltroni e Bettini lo ignorarono.

Angelo Vassallo

In un articolo pubblicato oggi su il Venerdì di Repubblica, si apprende che nel 2008 il PD di Pollica aveva scritto a Veltroni e Bettini per proporre la candidatura del sindaco Angelo Vassallo, alla Camera.
In quell’occasione i dirigenti democratici di Pollica non ebbero neanche la “confidenza” di una risposta. Pare che il Sindaco, all’oscuro dell’iniziativa assunta dai suoi amici si arrabbiò moltissimo con loro quando venne a saperlo e ci rimase ancora più male sapendo che essa non aveva avuto alcun riscontro.
In verità in quei mesi le liste venivano gestite come un “casting” per usare l’espressione di Matteo Renzi (mettiamo l’operaio, l’imprenditore, il giovane, lo scrittore…) e in Campania si scatenò la battaglia contro Bassolino e contro De Mita, il “vecchio” che aveva la pretesa di ricandidarsi con il PD (finendo poi parlamentare europeo con l’UDC).
Si inseguì la candidatura di Roberto Saviano che rifiutò parlando di un PD altrettanto camorrista del PDL…ma questa è storia.
L’episodio però deve farci riflettere al di là del merito della vicenda. Il povero Vassallo, un sindaco che nella Campania dell’emergenza rifiuti aveva realizzato uno dei comuni più avanzati dal punto di vista dell’ecosostenibilità e anche per questo inviso alle organizzazioni criminali che ordinarono la sua brutale eliminazione, non fu candidato nonostante avrebbe potuto dare molto al PD e al Centrosinistra.
Al suo funerale c’erano tutti, anche coloro che all’epoca non lo degnarono neanche di una risposta, a piangerlo, giustamente, e ad indicarlo come esempio di una buona amministrazione possibile anche nel Sud e come coerente testimonianza di lotta alla criminalità.
Non c’è in questo mio dire un giudizio di valore: solo l’amara constatazione che il Sud non è tutto “Gomorra” e che forse un atteggiamento meno “liquidatorio” su quanto esprime la politica del Mezzogiorno avrebbe consentito di valorizzare.
Un problema di approccio, quindi, che continua ad essere condizionato da pregiudizi e preconcetti, che non aiuta nella lotta contro i mali del Sud, a partire dalla criminalità organizzata. Ma è anche un problema, grande quanto una casa, di democrazia. Se ci fosse stata un’altra legge elettorale probabilmente Vassallo sarebbe stato in Parlamento a portare la sua esperienza in un contesto nazionale, meglio di tanti altri che sono stati “nominati” secondo il criterio della fedeltà ai gruppi dirigenti nazionali.
Dico di più, forse sarebbero bastate anche le primarie per farlo candidare e dare un contributo positivo ad una campagna elettorale difficile.
Questo episodio è la prova drammatica, che fermo restando questa legge, i parlamentari non possono più essere nominati né indicati attraverso “casting”, ma scelti dai cittadini attraverso le primarie.

SLOGAN PER UNA BATTAGLIA DEMOCRATICA AL SUD

Calabria ora

Sta facendo molto discutere l’iniziativa assunta da Piero Sansonetti di mettere in campo lo slogan Boia chi Molla per definire la sua battaglia che, in qualità di Direttore di “Calabria Ora”, sta conducendo per affermare le ragioni del Sud e della Calabria al di là  di una certa impostazione mediatica che, anche “da sinistra”, tende a porli sotto la luce della sola “emergenza criminale”.
La coraggiosa battaglia di Sansonetti per ridefinire i termini di una questione politica che pone il Mezzogiorno e la Calabria rappresentandolo solo o prevalentemente come “Gomorra” è stato sintetizzato con uno slogan che nella nostra regione evoca, essenzialmente, la rivolta di Reggio Calabria e l’egemonia che seppero conquistarvi i neofascisti di Ciccio Franco.
Sansonetti ha spiegato bene l’origine di quello slogan che è tutt’altro che legato alla storia della destra italiana: campeggiava nelle manifestazioni della repubblica partenopea e nelle riflessioni di una donna straordinaria come Eleonora De Fonseca Pimentel, prima intellettuale-giornalista del Mezzogiorno. Lo stesso slogan fu utilizzato da Giustizia e Libertà, la formazione di due illustri vittime del fascismo, i fratelli Rosselli.
D’altro canto non è la prima volta che la destra si impossessa di slogan e simboli della sinistra per piegarli alle sue impostazioni ideologiche. Come dimenticare, ad esempio, che Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà durante la guerra era una formazione antifascista e partigiana, mentre nel 1972 il nome Fronte della Gioventù fu assunto dall’organizzazione giovanile neofascista del MSI !
Lo slogan Boia chi Molla potrà anche non piacere ma il suo significato originario era legato alla lotta contro l’assolutismo e l’autoritarismo per la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.
Durante la repubblica napoletana si utilizzava quello slogan danzando la Carmagnole sotto gli Alberi della Libertà che furono innalzati un po’ dovunque nelle città del Mezzogiorno (a Cosenza di fronte Palazzo Arnone, il Palazzo di Giustizia e sede dell’Intendenza, simbolo stesso del dispotismo borbonico come la Bastiglia a Parigi, e all’ingresso della città, a Portapiana) per affermare la lotta senza quartiere nei confronti dell’assolutismo, contro l’uso della tortura e della pena di morte stigmatizzati da Cesare Beccaria nei suoi Delitti e delle Pene (1763).
Si voleva costruire, insomma, una società di liberi e di eguali, senza più tiranni e senza il loro braccio più odioso, i boia appunto, affermare il principio della separazione dei poteri e quello della ragione e della tolleranza che oggi sono alle basi della democrazia moderna.
Purtroppo, come spesso accade, anche certa riflessione che ama definirsi “di sinistra” (e soprattutto quella sul Mezzogiorno) si ferma in superficie, non ha il coraggio di andare oltre la pigrizia degli schemi precostituiti, dei pregiudizi.
L’iniziativa di Sansonetti avrà anche il sapore della provocazione, che per un giornalista è spesso il sale della vita, ma è tutt’altro che infondata storicamente e non può essere archiviata senza un minimo di ragionamento politico sul merito delle questioni che pone.
Personalmente trovo lo slogan un po’ troppo forte, ma se serve a far discutere della Calabria in termini nuovi, ben venga.
Ricordando le ultime parole di Eleonora De Fonseca Pimentel sul patibolo, dopo aver subito umilianti torture e mentre i lazzari scatenati dalla reazione borbonica la ingiuriavano e le sputavano addosso, Forsan et haec olim memisse juvabit (Forse un giorno gioverà ricordare tutto questo), facciamo in modo che quel giorno sia oggi.