Gabriele Petrone

Dopo quelli di Passanante seppelliamo anche i resti di Villella per chiudere definitivamente con il razzismo antimeridionale

Passanante e Villella
Giovanni Passanante era un anarchico che nel 1878 attentò, piuttosto maldestramente, in verità, alla vita del re Umberto I a Napoli. Passanante era un pastore di greggi di Salvia di Lucania (oggi Savoia di Lucania) dove era nato nel 1849. Da lì, ultimo di dieci figli di una famiglia povera, si era trasferito a Potenza dove aveva trovato lavoro come sguattero in un’osteria. Grazie all’aiuto economico di un suo paesano, un capitano dell’esercito, poté completare la sua istruzione.
Tra letture della Bibbia e degli scritti di Giuseppe Mazzini si accostò progressivamente alle idee anarchiche e socialiste fino a maturare il proposito di uccidere il re. Si lanciò sulla sua carrozza mentre era in visita a Napoli, fingendo di dover porgere una supplica e colpì di striscio Umberto I con un coltellino di meno di 10 cm. Prontamente bloccato e arrestato fu sottoposto a tortura per giorni nel tentativo di fargli confessare i complici di un inesistente complotto.
In Italia si scatenò, anche in seguito ad un altro attentato anarchico a Firenze, una feroce repressione. Passanante fu condannato a morte, ma la pena capitale fu commutata dal re in ergastolo.
Il sindaco di Salvia di Lucania propose il cambiamento del nome del paese in quello attuale proprio come forma di espiazione per aver dato i natali al tentato regicida. Parenti e omonimi di Passanante furono costretti ad emigrare.
Intanto l’anarchico era stato rinchiuso nel carcere di Portoferraio sull’isola d’Elba, in una cella stretta e priva di latrina dove sopravvisse in condizioni terribili, perdendo completamente la ragione. Fu grazie all’interessamento di alcuni deputati tra cui il repubblicano Agostino Bertani, che Passanante fu trasferito in un manicomio criminale dove morì nel 1910.
Ma le sue vicissitudini non erano finite: dopo la morte fu decapitato e la sua testa e il cervello furono usati per gli studi sulla devianza criminale inaugurati da Cesare Lombroso. Questi miseri resti rimasero presso il Museo Criminologico dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia di Roma fino al 2007, quando sono stati pietosamente seppelliti a Savoia di Lucania grazie all’interessamento del ministro Oliverio Diliberto prima e di Clemente Mastella poi. Decisione che fu presa non senza polemiche in un paese che riesce a dividersi anche su fatti di oltre un secolo fa.
Ma è utile ricordare che tra i resti identificati e conservati nel Museo lombrosiano di Torino ci sono anche quelli di Giuseppe Villella, un brigante calabrese nato a Motta Santa Lucia e morto in carcere dopo una lunga prigionia. Lombroso stesso ne aveva asportato il cranio per trovare prove alla sua teoria sulla devianza criminale come risultante di una degenerazione fisica dovuta alla presenza della cosiddetta “fossetta occipitale”, scoperta per la prima volta proprio nel cranio di Villella.
Per la cronaca, nonostante aver esaminato centinaia di cadaveri di criminali la fossetta era tutt’altro che presente in tutti i crani, a dimostrazione dell’assoluta inconsistenza di questa teoria da un punto di vista scientifico. Nondimeno le teorie lombrosiane ebbero larga eco e diffusione anche sotto forma di vulgata per sostenere l’idea che la devianza era innata in alcuni individui rispetto ad altri, in alcuni gruppi etnici rispetto ad altri. Nel caso di Passanante la devianza era addirittura presente nella duplice forma dell’adesione alle idee anarchiche e socialiste e alla condizione di meridionale.
Le teorie dello studioso veronese sono state completamente smentite dagli studi successivi, ma, ripetiamo, ebbero larga eco anche all’estero, dove erano diffuse interpretazioni distorte del darwinismo Si pensi, ad esempio, ai romanzi di Rudyard Kipling, tutti tendenti a dimostrare la superiorità dell’uomo bianco e la giustezza della sua missione civilizzatrice che trovava riscontro nell’espansione neocolonialista e imperialista a cavallo tra ‘800 e ‘900.
In Italia, assai in ritardo nei suoi tentativi di espansione coloniale (tra l’altro in quegli anni finiti tragicamente a Dogali e ad Adua), i “neri” erano individuati nei meridionali.
Quanto di queste teorie oggi sopravvivono nella cultura politica italiana e in forme abbastanza trasversali oltre alla Lega è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti. L’idea che il Sud sia abitato da una razza inferiore continua ad albergare e a motivare concrete scelte di governo oltre che gran parte del circuito mediatico nazionale.
In questo quadro chiedere di dare sepoltura ai resti di Villella, così come è stato fatto per quelli di Passanante, rappresenta qualcosa di più che una doverosa forma di elementare pietà. Significa chiudere simbolicamente con il passato e, nello stesso tempo, dare una risposta a coloro che continuano a guardare al Sud come ad un problema di “civilizzazione”.
Altri Paesi, peraltro giunti alla democrazia molto più tardi di noi, l’hanno fatto: le teste dei “briganti” brasiliani, ad esempio, che erano conservate nel museo di Salvador de Bahia sono state anch’esse seppellite dopo appena trent’anni dalla conclusione della loro drammatica vicenda umana
Sinceramente provo un po’ di vergogna nel sapere che i poveri resti di un uomo continuino ad restare esposti in un Museo della democratica Repubblica italiana.
Si accolga quindi la richiesta del suo comune di nascita, Motta Santa Lucia, e gli si dia degna sepoltura.

Congresso PD in Calabria: è la democrazia bellezza.

Logo del PD

Tutti oggi nel PD calabrese chiedono il congresso: fa piacere che quanto gridavamo in solitudine sia oggi patrimonio di tutti. Sappiamo bene, tuttavia, che alcuni, sotto sotto, preferirebbero il contrario e  magari cercano di alimentare conflitti per dare una rappresentazione di un PD lacerato più di quanto sia realmente per continuare a vivere di rendita senza alcun mandato democratico. E’ un giochino tanto scoperto quanto stupido.

La dialettica interna è un dato costitutivo di un partito democratico e i congressi si fanno proprio per confrontare tesi e posizioni politiche diverse. Quella che prenderà più voti governerà il partito. A quella o quelle che perderanno spetterà comunque il compito di concorrere, partendo dalle idee espresse, alla crescita complessiva del partito. E’ la democrazia bellezza. E la democrazia fa paura solo a chi democratico non è.

Si faccia dunque questo benedetto congresso con tutte le garanzie democratiche che il nostro Statuto prevede. Magari diamocene anche di nuove e più stringenti, ma ridiamo la parola ai nostri iscritti e ai nostri elettori.

Affidiamoci dunque a loro con fiducia e con rispetto: sono spesso molto più saggi di noi e comunque solo a loro spetta il compito di decidere.

Purché, però, una volta che hanno deciso, non si parli di potentati, brogli, e popolo pecorone. A quel punto le pernacchie ci sommergeranno.

 

Basta con le ipocrisie sul caso Penati.

Un maledetto imbroglio
Dopo l’ipocrita decisione della Commissione di Garanzia del PD (qualche TV l’ha definita freudianamente Commissione giustizia), apprendiamo che essere iscritti al PD significa rinunciare ai diritti individuali previsti dalla nostra Costituzione. Insomma, abbiamo riscoperto l’uso dei tribunali di partito. Se non fosse tragico direi che è farsesco.
Una decisione assunta solo per tentare di dare una risposta alla vandea giustizialista che imperversa da giorni, strana e inutile visto che il povero Penati aveva già annunciato la sua autosospensione.
Ma non basterà neanche questo: la Vandea come il Terrore si nutrono di sangue sempre fresco, ricordiamocelo.
Si aprirà presto la caccia al politico in quanto tale. Arriverà il momento per cui i politici, tutti senza eccezione, anche i più oscuri segretari di sezione, saranno crocefissi in sala mensa (ricordate l’incubo fantozziano ?) e si spianerà la strada, perché questo è il vero obiettivo, al governo dei tecnici e dell’impresa. Che poi questi tecnici e imprenditori siano spesso più imbroglioni e corrotti dei politici, poco importa. Del resto Berlusconi non è forse un imprenditore sceso in campo contro la vecchia politica ?

Il tradimento è davvero la colpa più grande

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Dante Alighieri al centro dell’Inferno, insieme a Lucifero, traditore di Dio, pone i più grandi traditori della storia, Giuda, Bruto e Cassio. E’ evidente come per il grande fiorentino il peccato più grande fosse il tradimento, il tradimento di Dio e quello di Cesare che impersonava lo Stato. Nel girone precedente sono puniti i traditori dell’ospitalità, nell’ultimo quelli dei benefattori dell’umanità, immersi nel ghiaccio e continuamente dilaniati da Lucifero, che è allo stesso tempo dannato e carnefice, conficcato nel centro dell’Inferno. Perché questa scelta ? Al di là delle diverse interpretazioni, io non sono un dantista, credo che il Sommo Poeta abbia voluto dirci, lui che di
solito ha nei confronti del peccato un atteggiamento ispirato alla pietà, che tradire è davvero il peccato più grande, quello più imperdonabile e il meno giustificabile in assoluto. Tradire la fiducia e la considerazione del proprio prossimo, inteso qui come la persona a cui si sta più vicini e in generale quelle che si ha il dovere di proteggere e sostenere, va al di là di ogni perdono e di ogni possibile redenzione.
E’ davvero così ? Fermo restando che, come in tutte le colpe, non solo da un punto di vista cristiano, esiste un diverso grado di responsabilità e in assoluto una possibilità di redenzione, è davvero il tradimento il peccato più grande ? E il tradimento può trovare una qualche giustificazione ? Forse che Giuda non tradì il Cristo perché deluso dal fatto che non fosse il liberatore politico del popolo ebraico che certa tradizione giudaica individuava nel Messia ? E perché Pietro, che pure rinnega il Cristo è non solo perdonato ma addirittura posto a capo della Chiesa ? Pietro si penti, certo, ma anche Giuda non si pentì del suo gesto fino a punirsi con il suicidio ? E ancora Bruto e Cassio non tradirono forse Cesare per ragioni politiche, volendo restaurare la Repubblica contro la sua dittatura? Non erano forse nobili le loro motivazioni ? Eppure lo stesso nome di Bruto evoca, ancora oggi, l’aberrazione della colpa violenta contro il bene, l’idea stessa del tradimento. Senza tediare oltre io credo che Dante avesse in fondo ragione: tradire è davvero il peccato più grande se ad esso si aggiunge una colpa ancora più grande, la slealtà.
Giuda, a parte il peccato del suicidio, rifiuto della vita dono di Dio, tradì il Cristo sull’onda di un comportamento sleale, perché vendette Gesù ai suoi nemici per denaro, dividendo il suo pane fino all’ultimo istante. Il peccato di Pietro era invece mosso da debolezza e da paura, poteva essere perdonato.
Bruto e Cassio tradirono Cesare per restaurare la Repubblica, ma lo fecero dopo aver accettato da Cesare onori e cariche, comportamento certo poco coerente ad una battaglia politica di cui volevano essere i protagonisti. Se volevano battersi contro Cesare avrebbero potuto farlo apertamente e probabilmente non sarebbero passati alla storia come traditori, ma come combattenti per la libertà. E’ pure vero, però, che senza questo comportamento difficilmente avrebbero potuto sorprendere Cesare e ucciderlo.
Così in politica, ad esempio, cambiare idea o posizione è lecito e frequente, sarebbe incomprensibile se non fosse così. Ovviamente il cambiamento di posizione politica comporta il cambiamento anche di relazioni e alleanze tra gruppi dirigenti. Nulla quaestio, il problema, tuttavia, è anche qui quello della lealtà. Se un politico cambia idea ha il dovere di dirlo, dichiararlo a prescindere dal fatto se ciò gli produrrà un vantaggio o meno, e deve dirlo soprattutto a chi gli è stato più prossimo fino a quel momento. Troppo comodo tradire per avere vantaggi da nuovi padroni quando quelli vecchi non hanno più il potere di garantire quelli prima elargiti, o di garantirli nella stessa entità.
In questo senso credo che tradire sia davvero la colpa più grande. Fermo restando, per i grandi, l’esercizio della facoltà del perdono. Ma il perdono ha anch’esso dei limiti, come ci insegna la vicenda di Giuda ?

Una storia parallela: cangaceiros brasiliani e briganti italiani

Immagini articolo una storia parallela con didascalia
Cosa possono mai avere a che fare i briganti meridionali con un paese lontano e completamente diverso come il Brasile ? Può sembrare strano ma quasi contemporaneamente alle vicende del brigantaggio italiano nel Sud si sviluppò nelle aree più povere dell’immenso stato-continente brasiliano un fenomeno di brigantaggio con caratteristiche assai simili, non solo per il legame con le aspirazioni sociali di una popolazione rurale alla quel venivano conculcati i diritti fondamentali, ma anche per i brutali metodi repressivi adottati per debellarlo.
Fu chiamato “cangaco”, letteralmente “giogo”, per l’abitudine che questi banditi avevano di portare il fucile di traverso sul collo appunto come un giogo dei buoi. L’area in cui questo fenomeno si sviluppò sin dal settecento finendo per assumere caratteri quasi di massa fino alla fine degli anni ’30 del 900 è quella del cosiddetto Nord-Este, caratterizzato dal “sertao”, letteralmente deserto, in realtà una specie di pampa attraversata da pochi fiumi, con scarsissime precipitazioni e da una bassa vegetazione fatta di arbusti e piccoli alberi spinosi denominata “caatinga”. Niente a che vedere con i boschi montani del Mezzogiorno che invece furono il teatro del brigantaggio meridionale, ma simili i problemi sociali: la presenza di grandi proprietari terrieri che avevano monopolizzato il possesso delle rare fonti d’acqua, fondamentali per l’attività prevalente, quella del pascolo di bovini, equini e ovini.
La popolazione del “sertao” (che si estende per gli stati di Cearà, Piauì, Rio Grande do Norte, Paraìba, Pernambuco, Alagoàs, Sergife e Bahia) i “sertanjas”, era composta prevalentemente da meticci dispersi in un territorio immenso e dediti ad attività legate alla pastorizia e ad una agricoltura di sussistenza, sfruttati indiscriminatamente dai “coroneis” (colonnelli). Il termine “coroneis” non aveva un valore militare ma definiva generalmente i grandi latifondisti, alcuni discendenti dei vecchi feudatari portoghesi a cui la corona lusitana aveva affidato il governo politico e militare di quegli immensi territori e che avevano conservato il loro potere con l’indipendenza del Brasile, altri feroci uomini “nuovi” che si buttavano nell’aspra lotta per la conquista della ricchezza rappresentata dalla terra, soprattutto quando, tra la fine dell’800 nei primi decenni del ’900, esplose la febbre del caffè, del cacao e del caucciù che porterà il Brasile ad un poderoso sviluppo economico.
I “coroneis” erano dei padroni assoluti, controllavano la polizia, la magistratura, il governo locale: imponevano il loro potere con la violenza anche direttamente,servendosi di bande armate assoldate alla bisogna, spesso delinquenti comuni ai quali era data licenza di uccidere, stuprare e compiere ogni nefandezza ai danni dei poveri “sertanjas” che erano, nei fatti privati di ogni diritto. Quando la siccità imperversava erano costretti a drammatiche migrazioni in condizioni ambientali terrificanti, senza alcuna speranza di riuscire a sostentare se stessi e le proprie famiglie.
In questo drammatico contesto sociale nacque il “cangaco”: alcuni si ribellavano ad una vita fatta di stenti e sofferenze e si davano alla macchia. Come i briganti, infatti, i “cangaceiros” erano ribelli individuali. Le loro azioni non avevano motivazione sociale, spesso la scelta di vivere come banditi era motivata dalla volontà di vendicare un torto subito da parte di qualche “coronel” o di un loro sgherro. Non disdegnavano, tra l’altro, di mettersi al servizio di qualche “coronel” contro altri o di partecipare a qualcuna delle tante guerre private che si sviluppavano in ragione di antiche faide motivate dalle rivalità tra famiglie (il “sertao” era caratterizzato da una complessa rete di parentele e da forti rivalità tra di esse).
Di fronte ad una vita di stenti e di sopraffazione alcuni sceglievano, quindi, di vivere liberi, imbracciando le armi, abbigliandosi in maniera pittoresca (copricapo a forma di feluca rovesciata e adornato da stelle variopinte, giubba di cuoio e cartucciere a bandoliera incrociate sul petto, revolver, un lungo coltello e fucile, questo era l’abbigliamento e l’armamento tipo del “cangaceiro”). Proprio per questo, nonostante le loro contraddizioni e il fatto di essere non meno violenti e criminali della polizia e degli sgherri dei “coroneis” non disdegnando di taglieggiare gli stessi “sertanjas”, furono subito circondati da un alone di leggenda e di consenso popolare, che determinò il fiorire di una letteratura e di una vera e propria “cultura del cangaco” che dura ancora oggi in varie forme anche se ha conosciuto il suo massimo splendore negli anni ’50 e ’60 con l’uscita di film, libri e dischi ispirati alle loro gesta.
Come tutte le forme di banditismo organizzato il “cangaco” sparì quando il Brasile imboccò con decisione la strada della modernizzazione e mutarono le condizioni economiche e sociali che lo avevano generato.
Contro di esso la repressione da parte dell’esercito e della polizia (che i “cangaceiros” chiamavano con disprezzo “macacos”, scimmie) fu feroce. L’ultima banda di “cangaceiros”, quella del Capitao Virgulino Ferreira detto Lampiao, fu sterminata il 28 luglio del 1938 ad Angico una località montagnosa dello stato di Alagoas. Le teste dei “cangaceiros” furono tagliate dai corpi ancora vivi e messe in recipienti pieni di alcol di canna per essere mostrate in tutti i villaggi del “sertao”, come avveniva qualche decennio prima nel Mezzogiorno d’Italia con le teste dei briganti. Rimarranno esposte nel museo antropologico di Salvador de Bahia fino al 1969, quando il governatore di quello Stato le fece pietosamente seppellire. Sul luogo dell’eccidio proprio uno dei loro implacabili cacciatori, il capitano Joao Bezerra, fece erigere delle croci a ricordo.
Ancora oggi, nel moderno e democratico Brasile di Lula, il posto è oggetto di un flusso di visitatori che ripercorrono la loro triste e avventurosa storia. Film, telenovelas e libri con protagonisti i “cangaceiros” sono ancora oggi prodotti in Brasile riscuotendo un grande successo di pubblico che ci vede un pezzo importante della propria giovane storia.
Una storia drammatica, come si vede, parallela a quella del nostro brigantaggio, con una notazione che riteniamo doverosa. Il cranio del brigante Villella, oggetto degli studi del criminologo Lombroso, è ancora custodito nel museo lombrosiano di Torino. Sarebbe ora che si accogliesse l’appello del sindaco di Motta, il comune che diede i natali a Villella, e gli si desse degna e pietosa sepoltura. E che in Calabria e nel Mezzogiorno si guardasse a quella storia valorizzandone i tratti identitari di una lotta disperata contro la modernità, certo, di persone destinate alla sconfitta perché tentavano di mettersi di traverso ai necessari cambiamenti di una società che evolveva, sicuramente, ma non per questo non meno degna di rispetto e di conoscenza.

Ma è davvero questa la Calabria ?

Mare sporco
Francamente non se ne può più.
Non se ne può più di aprire i giornali la mattina e vedere la nostra Regione descritta come una unica grande emergenza. Mare sporco, criminalità, costi della politica, tutto messo nello stesso calderone, senza distinguo, senza individuazione di vere responsabilità, senza un minimo di proposta per uscire dalla crisi.
Anzi, chi le proposte le fa viene sbeffeggiato e ridotto al silenzio, individuato come conservatore o, peggio, colpevole di reticenza ed omissione nei confronti di una battaglia civica che vuole il rinnovamento e la rinascita della nostra terra.
Ma la verità è che da questa rappresentazione non emergono né la battaglia civica né tantomeno il rinnovamento e la rinascita. Questa impostazione alimenta solo la convinzione che la Calabria, come una parte del Sud, siano ormai perduti, buoni solo per essere annessi a ciò che resta della Libia di Gheddafi.
Ma andiamo nel merito; polemiche sul mare sporco: intendiamoci, nessuno nega che ci siano emergenze ambientali legate al non funzionamento di alcuni depuratori. Bene, perché non si parla di quelle, si individuano le aree a rischio e si interviene denunciando i responsabili con nome e cognome invece di rappresentare una realtà di disastro completo e complessivo ? A parte che l’inquinamento del mare in Calabria è soltanto organico non essendoci, come in altre aree del Paese, attività industriali inquinanti che scaricano nel mare, e quindi di per sé assai meno pericoloso per la salute dei cittadini, ma mi viene da chiedere, come se fossi un bambino di sei anni, avete mai fatto il bagno nella riviera romagnola o in Veneto o nel Lazio ? Il mare di quelle parti, vi assicuro, in confronto al nostro, è certamente più inquinato, eppure nessuno parla e lancia allarmi. Anche la stampa locale di quelle aree interviene per denunciare singoli fatti, senza generalizzazioni e, soprattutto, facendo inchieste mirate che determinano interventi precisi ed efficaci degli organi preposti.
Qui in Calabria, invece, sembra che tutti i gatti siano bigi e che tutto sia uguale all’altro, hai voglia delle lettere di sindaci che assicurano che il mare da loro è pulito, esibendo dati certificati e sventolando le bandiere blu assegnate dalle associazioni ambientaliste. Grida ancora vendetta, poi, la grande bufala delle cosiddette “navi di veleni” di cui non si è trovata traccia e di cui stiamo ancora pagando i danni.
Tralascio qui tutto il ragionamento sulla lotta alla mafia su cui più volte si è discusso: la mafia è una cosa concreta, fatta di persone in carne ed ossa contro cui bisogna lavorare in termini repressivi e culturali sapendo che è un fenomeno umano e che quindi può e deve essere sconfitto con azioni concrete. Dire invece che al Sud tutto è mafia è il modo migliore per farla crescere e sviluppare e rende solo un servizio a certi opinionisti general-generici che sulla lotta alla mafia al massimo riescono a costruire le proprie carriere personali.
Parliamo poi dei costi della politica: tutti leggono si tratti di un problema nazionale, ma no, in Calabria è più speciale degli altri. Io non ho nessuna simpatia politica per il Governatore Scopelliti ma francamente mi sembra che una indennità allineata a quella di un parlamentare, che non ha le stesse responsabilità di un Presidente di Regione (anzi, con lo scandalo del “porcellum” non ha neanche il problema del consenso e quindi del rapporto col territorio che genera maggiori costi della politica), non rappresenti uno scandalo, soprattutto se si considera che le indennità parlamentari sono allineate agli stipendi dei gradi apicali della Magistratura e spesso di molto inferiori a quelli di manager e dirigenti di enti pubblici e privati, dei direttori di testate giornalistiche o di altri colletti bianchi (come si diceva una volta), senza contare i compensi di grandi professionisti o personaggi dello sport e dello spettacolo, di cui nessuno parla e, soprattutto, di cui nessuno si indigna.
Personalmente non ho mai creduto ad una idea comunistica delle retribuzioni: chi ha più responsabilità, chi è più esposto in tutti i sensi, deve poter guadagnare in maniera adeguata. Ciò non toglie che in un periodo di crisi come quello che viviamo, i sacrifici debbano essere proporzionalmente distribuiti tra tutti, e chi ha di più deve dare di più secondo un principio di equità, che è essenziale in democrazia. Però, perché questa battaglia giusta e sacrosanta non si conduce in maniera seria, parlando degli eccessi esistenti in tutti i settori e non solo nella politica ? La politica deve dare l’esempio: ridurre il numero di Consiglieri Regionali e Parlamentari che sono troppi, adeguare le proprie indennità alla media europea mi sembrano proposte di buon senso su cui bisogna spingere senza cadere in facili populismi.
Ma mi chiedo, facciamo un servizio all’opinione pubblica se ce la prendiamo solo con una categoria, tra l’altro quella che, nel bene e nel male, è figlia della volontà popolare al contrario di tante altre, senza guardare alle grandi ingiustizie di un Paese in cui tutto sembra andare avanti secondo il principio della responsabilità limitata ? Facciamo un servizio alla democrazia italiana se alimentiamo una cultura antipolitica da “piove, Governo ladro” che, storicamente ha solo determinato involuzioni e non evoluzioni della stessa democrazia ? Ma ci siamo dimenticati che da “Mani Pulite” non sono scaturite le “magnifiche sorti e progressive” della sinistra italiana e della democrazia ma Berlusconi ed il berlusconismo ? E’ una storia che si ripete, tra l’altro: descrivendo, ingenerosamente, Giolitti come “ministro della malavita” il democratico Gaetano Salvemini non favorì la crescita e l’avanzamento progressista dello Stato liberale che auspicava, ma contribuì alla sua dissoluzione nella tragedia del fascismo e del mussolinismo.
La denuncia dei suoi mali è necessaria in una società, ma per produrre avanzamento non deve essere farisaica e a senso unico, deve essere onesta dando a Cesare quel che è di Cesare rifuggendo dalle generalizzazioni. I colpevoli hanno sempre nome, cognome, residenza e paternità. Il modo migliore per farla fare franca ai colpevoli o addirittura consentire loro di fare ancora più danni e acquisire nuovo potere è dire che tutti sono colpevoli. Essere tutti colpevoli non porta a punizioni collettive ma solo a generali autoassoluzioni e fa dei più colpevoli dei nuovi e più spregiudicati dirigenti.

Bocca antitaliano e antimeridionale…

Giorgio Bocca
Si parla molto del volumetto pubblicato da Rubbettino (“Aspra Calabria”) che riprende una parte di un vecchio libro di Giorgio Bocca uscito nel 1992 (“L’Inferno”).
Gli scritti di Giorgio Bocca, introdotti da una autorevole prefazione di Eugenio Scalfari non ci sorprendono più. Non ci sorprende il tono moralistico, la tendenza manichea tipica di certa cultura azionista a cui Bocca appartiene.
Il Partito d’Azione, che riprendeva una vecchia dicitura mazziniana, fu un’effimera formazione politica protagonista della guerra partigiana, di tendenza laica, radical-democratica e socialista liberale che finì schiacciato dalla presenza di grandi partiti di massa come il PCI, il PSI e la DC.
I suoi uomini erano personalità assai colte che sognavano un’Italia che si mondava dal fascismo ma anche da certi suoi atavici mali morali che elencavano nella sua tendenza alla corruzione, nell’influenza clericale, nella dimensione politicista della sua politica.
I libri di Bocca sono tutti intrisi di questa rabbia di sconfitti politici costretti a vivere in un Paese che li guarda spesso senza comprenderli, diffidente rispetto alla loro tendenza ad ergersi a giudici sulla base di una superiorità etico-morale che pochi sono disponibili a riconoscergli.
Bocca e molti come lui appartengono a quella categoria delle classi dirigenti progressiste che sono portati a scambiare i loro desideri con la realtà, intrisi comunque da un’ansia pedagogica che non li fa amare. Non amano la realtà che li circonda e la declinano con un tono pessimista, odiando la politica che invece con quella realtà deve misurarsi quotidianamente, anche e soprattutto se vuole cambiarla. Anzi, la fatica riformista risulta essere loro detestabile, la scambiano spesso con il compromesso o, peggio, la compromissione.
Sono giustizialisti, nell’accezione che il termine ha assunto negli ultimi anni, perché convinti che il bene sta tutto da una parte (la loro) e il male dall’altra.
La visione che costoro hanno del Mezzogiorno risente di questa tara culturale: lo guardano, lo giudicano, ma non lo comprendono. Spesso scambiano le cause con gli effetti.
Per loro, ad esempio, mafia ed illegalità sono una tara quasi genetica dei meridionali, il frutto stesso del loro sottosviluppo più culturale che economico e sociale. Da qui la loro tendenza a dividere la società meridionale in buoni e cattivi, a rappresentarla solo come lotta tra difensori della legge e dello Stato e delinquenti e mafiosi.
Il parallelo con il Vietnam del Sud sconvolto dalla guerra degli anni ’70 è significativo: nel Sud d’Italia c’è una guerra non la lotta per la legalità che invece è normale in un Paese democratico. Gli USA hanno avuto ed hanno una delle mafie più pericolose del mondo eppure a nessun giornalista americano è venuto mai in mente un paragone con il Vietnam o l’Afghanistan.
Il libro si legge dunque per quello che è: l’ennesima operazione editoriale a cui si presta ora una casa editrice calabrese prestigiosa come “Rubettino” che riprende con la prefazione di Scalfari uno scritto datato: la mafia aspromontana dei sequestri di persona, per esempio, è sparita da tempo proprio grazie alle leggi dello Stato democratico ed alla sua azione repressiva che ha reso non vantaggiose per i sequestratori operazioni di questo genere (a proposito del fatto che la Sud non cambia mai niente).
I mali del Sud e della Calabria restano tanti e grandi ma si possono affrontare con la legge dello Stato, la crescita, come pure sta avvenendo, della sensibilità antimafia e per la legalità che sta interessando anche le regioni meridionali. Il Sud sta lottando e deve essere aiutato, sostenuto nella sua lotta. Intanto va aiutato sul piano dello sviluppo economico, facendo al Sud né più e né meno di quello che si fa al Nord. E invece non avviene ciò, anzi, al contrario. Gioia Tauro, citata nel testo, rischia di diventare l’ennesima speranza delusa con la chiusura del porto, così come lo fu il polo siderurgico ai tempi di Bocca. E la scusa è sempre la stessa: in Calabria c’è la mafia, alimentando il circolo vizioso che vede meno sviluppo, più mafia e la mafia utilizzata per giustificare il mancato sostegno allo sviluppo del Sud.
Per questo il libro di Bocca non mi piace, così come non mi piace anche il dibattito che si è sviluppato attorno ad esso: troppe voci indignate e ipocrite spesso silenti, spesso subalterne a quanto invece si fa e si dice al Nord.
Il grande storico Gaetano Cingari diceva che le grandi testate giornalistiche al Sud scendono, non salgono. Voleva denunciare da una parte la mancanza di una voce meridionale di portata nazionale capace di sostenere lo sforzo di un Mezzogiorno che voleva riscattarsi, ma anche la subalternità della cultura e della intellettualità meridionale a stereotipi confezionati nelle parti più ricche del Paese.
Cingari aveva ragione. Facciamo in modo che questa indignazione, salutare, possa sostenere una politica, non rappresenti solo orgoglio ferito o protesta sterile.
Noi calabresi e meridionali siamo Italia e non altro. Dimostriamolo.

Si può sovrapporre un’etica astratta alla legge ?

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Alcune vicende di questi mesi mi hanno portato a svolgere una riflessione più stringente su di una questione che si può riassumere nella domanda: “esiste un’etica che si sovrappone alla legge ?”, vale a dire, al di là di ciò che i codici stabiliscono essere un reato, c’è un’etica superiore che stabilisce l’illiceità o la non opportunità di alcuni comportamenti soprattutto per quanto riguarda persone che ricoprono ruoli di evidenza pubblica ? I recenti casi di Strauss Khan ma anche quello della ragazza segretaria di circolo del PD dimessa perché scoperta nel suo privato in alcuni filmetti porno (anche se pare che si tratti di una non notizia, perché la ragazza in questione si era dimessa molto prima per altre ragioni), e tanti altri, pongono una questione inedita nel dibattito politico italiano e non solo.
Inedita perché la società della comunicazione, il diffondersi della pratica di pubblicare intercettazioni telefoniche, la tendenza cioè a rendere pubblico anche aspetti assai privati degli uomini e delle donne che hanno ruoli e funzioni pubbliche hanno posto con urgenza il tema.
Non ci si deve nascondere, inoltre, il fatto che la lotta politica fa ricorso ampliamente a questi mezzi e una parte del giornalismo (sia a destra che a sinistra) si presta volentieri a questo meccanismo che è stato efficacemente definito “macchina del fango”.
Ora io credo che la questione vada ricondotta nei limiti di un principio che mi sembra essenziale per chi ha ruoli e funzioni di evidenza pubblica (cioè politici, ma non solo, tutti coloro che hanno responsabilità che li portano a decidere o ad avere influenza sul destino della collettività): chi ha responsabilità di questo genere è tenuto, innanzitutto, a non mentire.
Ciò che infatti rende una donna o un uomo pubblico non credibile non è il suo comportamento privato, che è di per sé insindacabile laddove non commetta specifici reati, ma la sua ipocrisia, il predicar bene e razzolare male. Faccio un esempio: non si può predicare contro divorzio e aborto e poi nel proprio privato essere divorziato o praticare l’aborto; non si può essere per la difesa della famiglia tradizionale e nel proprio privato cercare la compagnia di gay, trans o prostitute; non si può essere contro la pornografia e nel proprio privato acquistare materiale pornografico o praticare la pornografia.
Ciò vale per tutti. Un avvocato, un medico, un insegnante sono giustamente sottoposti, oltre che alla legge, come tutti, anche ad un’etica professionale che impone loro comportamenti conseguenti a non danneggiare in qualsiasi modo le persone che si rivolgono a loro. Nel loro privato possono fare ciò che vogliono in base alle loro convinzioni, gusti e orientamenti, ma nello svolgimento della loro professione sono tenuti a fare in modo che tali convinzioni, gusti ed orientamenti non abbiano alcuna influenza sulla vita e le vicende delle persone con cui hanno a che fare, a cui devono offrire un servizio efficiente, qualificato e soprattutto rispettoso soprattutto di quelle persone le cui convinzioni, gusti ed orientamenti non coincidono con i loro. Allo stesso modo una donna e un uomo pubblica devono tenere un comportamento che sia in linea con la funzione che svolgono e con le cose che proclamano di voler difendere.
In questo senso l’unica etica possibile è quella della responsabilità, che intanto si basa sulla necessità di non mentire, di avere un comportamento coerente con i principi che si sostengono. Nel caso Strauss Khan, ad esempio, questi non ha mai nascosto la sua natura di “libertino” e quindi, atteso che non ha commesso reati, ha tutto il diritto di rientrare nelle sue funzioni e di concorrere alla lotta politica del suo Paese sempre che abbia il consenso necessario. Ciò che è invece inaccettabile è un’etica astratta, senza aggettivi, non si sa stabilita da chi, utile strumento di lotta per eliminare avversari scomodi e magari perpetuare potere e, ipocritamente, comportamenti ancora peggiori.
Il confine tra etica della responsabilità ed etica astratta e senza aggettivi è assai labile ma è in quel confine che spesso si celano le aberrazioni che danno vita alle persecuzioni, ai roghi, alle gogne.
L’etica senza aggettivi è contraria ai principi democratici, visto che la democrazia, non a caso, si regge sul rispetto della legge e basta. Non può far scandalo che un deputato sia gay o ami andare a prostitute, l’importante è che nella sua attività parlamentare non si impegni contro gay e prostitute e anzi ne difenda i diritti di cittadini come tutti gli altri.
E’ l’ipocrisia il male peggiore, da sempre. La stessa ipocrisia che erigeva i roghi per streghe, gay e prostitute ai tempi dell’Inquisizione. Quel tempo è finito, anche se roghi e gogne non sono, purtroppo spariti, anzi.
Roghi di streghe

L’ideologia della SPECTRE…

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Esiste una tendenza antica nella politica, nel giornalismo e più in generale nel mondo culturale italiano e non solo, a cercare la ragione di tanti guai in oscure trame, in complotti orditi da misteriosi personaggi, da occulte cupole di potere, da oscure organizzazioni globali che, come la SPECTRE di James Bond, tramano contro la sicurezza e la pace mondiale.
Intendiamoci, mafia, camorra, ‘ndrangheta, le mafie cinesi, giapponesi, russe e in generale la criminalità organizzata a livello internazionale, certe logge massoniche deviate, il terrorismo internazionale, ecc. sono cose assai concrete, che hanno nome e cognome e costituiscono realmente un pericolo. Sono realtà solide, fatte da persone in carne ed ossa che muovono interessi reali, spesso non divergenti da quelli legali e per questo assai insidiose perché mimetizzate e coperte da situazioni che spesso rendono la lotta contro di esse “non utile”.
Contro di queste, le forze democratiche del mondo combattono conseguendo anche importanti successi.
Altra cosa, invece, è la tendenza di cui parlavo prima: essa rappresenta spesso una copertura ideologica all’incapacità, o peggio, alla non volontà di affrontare con coerenza o continuità un problema. Attribuire tutti i problemi e gli insuccessi ai complotti di forze oscure ed invincibili assomiglia molto al “complotto demo-plutocratico giudaico-massonico” delle dittature nazifasciste degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. Una risposta ideologica ai problemi sociali, la creazione di un nemico che spesso copre i nemici veri consentendo loro, comunque, di continuare a fare allegramente i propri affari.
Ecco perché quando sento parlare di forze occulte, quando sento comizi general-generici contro le mafie, quando si parla senza fare nomi e cognomi, denunciare circostanze precise e concrete, diffido.
Parlare di forze occulte che frenano il cambiamento senza dire quali sono e dove e come operano, è come credere che dietro queste trame, alla fine, ci sia solo il popolare personaggio dei fumetti di Silver, Cattivik o, per i più raffinati, la mitica SPECTRE di 007.
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Polemiche su un manifesto del PD: stiamo diventando tutti bacchettoni ?

Manifesto del PD Festa Nazionale di Roma
Una grande polemica si è aperta sul manifesto della Festa Nazionale del PD di Roma che esibisce due belle gambe femminili e una gonna appena sollevata dal vento con la scritta “Cambia il Vento”. Alcune esponenti del PD e delle donne del Comitato “Se non ora quando ?”, quello che ha organizzato le imponenti manifestazioni contro Berlusconi all’indomani dell’emergere del caso Ruby, hanno chiesto addirittura il ritiro del manifesto e della campagna di comunicazione della Festa accusandola di “strumentalizzazione del corpo femminile”.
Premesso che mi riesce difficile vedere un nesso tra il “bunga bunga” e il manifesto in questione che invece trovo simpatico e intelligente con quella citazione della “Moglie in vacanza” di Marilyn Monroe (una immagine che negli anni ’60 fece scalpore contribuendo non poco alla rottura con certo bacchettonismo in Italia insieme alla “Dolce Vita” di Fellini), sono certo che mi prenderò anch’io qualche critica femminile.
Ma francamente trovo la polemica esagerata e, malgrado le buone intenzioni, anche pericolosa, perché rischia di mettere la sinistra ad inseguire certa destra sul terreno del moralismo più becero (vedi la polemica della Rauti, che ci “scavalca a sinistra”).
Personalmente, pur non essendomi assolutamente simpatico questa volta sono d’accordo con Giampiero Mughini che scrive: “Né il fanatismo del corpo femminile per quanto siliconato ed esibito impudentemente come strumento di realizzazione del proprio reddito e della propria carriera (talvolta di buona a nulla). Né il fanatismo opposto di chi condanna qualsiasi immagine “sexy” della donna perché la trova losca e umiliante. Sono tra quelli che mai una volta nella sua vita ha incontrato delle ragazze alla maniera di quelle dell’Olgettina. Ero però felicissimo quando qualcuna delle mie amiche esibiva orgogliosamente il suo corpo, e a dire il vero non ne ricordo una che non lo facesse. Ciascuna beninteso a suo modo e nel suo stile. Stili che erano tutto fuorché loschi e umilianti”.
Io credo che una immagine debba essere innanzitutto non volgare, e quella del manifesto, oggettivamente, non lo è, anzi la preferisco a tanti manifesti col faccione, assai simpatico tra l’altro, di Bersani. Pensate solo per un attimo se al posto di quelle belle gambe avessero messe quelle del nostro segretario o di D’Alema…beh, è una esperienza che mi risparmio volentieri, come penso voi tutti…