Giorno della Memoria 2017

IIS Paola IIS Paola 2Giorno della Memoria 2017

 

Intervento a Paola presso IIS “Pizzini-Pisani” di Gabriele Petrone (Bozza dell’intervento)

Perché le persecuzioni ?

Come tutte le ricorrenze “istituzionali” anche quella del Giorno della Memoria corre il rischio di cadere nella retorica.

Io credo che questo rischio si possa evitare se ci si pone una semplice domanda: Perché ? Come è stato possibile che degli uomini “civilizzati”, figli di una delle nazioni più evolute e colte del mondo, abbiano potuto concepire e poi realizzare un orrore tanto grande ?

La risposta a queste domande è più semplice di quanto si possa pensare e sono insite nelle cause stesse delle persecuzioni.

La persecuzione è, infatti, un comportamento umano abbastanza comune.

Ad esempio, quello che noi definiamo “bullismo” altro non è che una forma di micro persecuzione ma non per questo meno odiosa e pericolosa.

La persecuzione nasce da pregiudizi e preconcetti che trovano la loro ragione di essere nella diffidenza, che a sua volta genera paure immotivate verso tutto ciò che appare diverso o poco comprensibile.

Si può provare diffidenza nei confronti del proprio compagno di scuola che si comporta in maniera “strana” o è portatore di una qualsiasi forma di diversità che non lo rende omologabile con il resto del gruppo.

Lo stesso meccanismo funziona, in maniera macro, a livello di società, di popoli, di nazioni.

La persecuzione, dunque, non è un fenomeno straordinario nella storia umana ma, invece, drammaticamente ordinario.

Esempi li troviamo nella lunga tradizione delle persecuzioni antisemite in Europa, in quelle ai danni di particolari gruppi sociali come le donne (la caccia alle streghe), gli omosessuali, i portatori di dissenso religioso (gli eretici), ecc..

Esse assumono dimensioni di massa quando si legano a grandi interessi economici e politici.

Com’è noto la questione ebraica si afferma sin dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme ad opera dell’imperatore Vespasiano (70 d.C.) e la conseguente diaspora degli ebrei in tutto il mondo conosciuto.

La presenza di comunità ebraiche in tutta Europa, comunità che conservano la propria identità linguistica, religiosa e culturale è una costante della storia occidentale fino a tempi più recenti.

Gli ebrei vivono dentro le società europee come minoranze attive, economicamente fiorenti, svolgendo una funzione essenziale per lo sviluppo dei territori che li ospitano.

Verso di loro l’atteggiamento è duplice: da una parte la coscienza della loro utilità, dall’altra la diffidenza per la loro diversità religiosa e culturale.

La circostanza che, soprattutto nel Medioevo, gli ebrei svolgessero attività legate all’uso del denaro in un mondo come quello cristiano che, invece, esaltava la povertà, legata all’accusa di essere gli “assassini di Cristo” ne fa il capro espiatorio preferito nei momenti di crisi.

Nasce il mito dell’ebreo avaro, strozzino per antonomasia, sfruttatore e parassita, infido e anche diffusore di malattie (da ricordare la persecuzione ebraica durante la Grande Peste del ‘300, o le persecuzioni di ebrei e islamici anche convertiti nella Spagna dell’Inquisizione del XVI secolo).

Le persecuzioni si manifestano sotto forma di separazione delle comunità ebraiche da quelle cristiane (i ghetti e le giudecche presenti in ogni città e anche nei piccoli centri) e con improvvise esplosioni di violenza con relativi saccheggi dei beni.

Ne è interessata tutta l’Europa cristiana e si intreccia sempre con motivazioni di carattere economico e politico (da ricordare i Pogrom russi, esplosioni di antisemitismo popolari tipici soprattutto della fine del XIX secolo incoraggiate dalle autorità zariste per scaricare la tensione sociale che altrimenti poteva dare adito a sommosse anti signorili).

L’Europa illuminista e poi quella ottocentesca, intrisa degli ideali di libertà e tolleranza religiosa aveva, invece, ripudiato l’antisemitismo.

La chiusura dei ghetti e la piena integrazione delle comunità giudaiche nella società sono una costante dell’iniziativa liberale e democratica degli Stati, uno dei simboli della lotta contro l’oscurantismo dell’Ancien regime.

La costruzione della Sinagoga di Roma e il riconoscimento della cittadinanza italiana da parte del re Vittorio Emanuele II agli ebrei italiani dopo il 1870 rappresentano emblematicamente una linea di tendenza diffusa in tutto il mondo occidentale.

L’antisemitismo nazista, codificato nel Mein Kampf da Adolf Hitler, si inserisce dunque in una tradizione storica che faceva leva soprattutto su motivazioni religiose ma la supera in una dimensione del tutto nuova e, per certi aspetti, più pericolosa come dimostrano gli esiti.

Gli ebrei sono, nella visione hitleriana, i responsabili della sconfitta della Germania nella Grande Guerra, della crisi economica in quanto detentori del potere delle grandi concentrazioni finanziarie, del pericolo comunista nato in Russia con la rivoluzione d’ottobre perché molti dirigenti bolscevichi erano di origine ebraica (così come lo stesso Marx), ecc..

Vengono rielaborati i contenuti di tutta una serie di vere e proprie “bufale” storiche e scientifiche, alcune delle quali diffuse artificialmente proprio per diffondere il disprezzo contro gli ebrei come Il protocollo dei savi di Sion, un falso prodotto agli inizi del ’900 dalla polizia zarista nel quale veniva rappresentata una fantomatica cospirazione massonica e giudaica per impadronirsi del potere nel mondo.

Gli ebrei cessano, quindi, di essere una comunità religiosa e diventano una “razza”, attraverso la rielaborazione grossolana di una sorta di darwinismo sociale elementare, secondo il quale solo gli individui e le razze più forti avrebbero potuto sopravvivere ed anzi avevano il dovere di dominare ed eliminare quelle più deboli.

Anche la cosiddetta “razza ariana” è una invenzione immaginaria che punta ad individuare nel ceppo “indoeuropeo” l’origine della purezza e di una missione dominatrice di alcune popolazioni europee su tutto il mondo “non indoeuropeo”.

Il programma hitleriano di dominazione del mondo era dunque tutto scritto, nero su bianco, in quel libro dettato in carcere al fedele Rudolf Hess e fu realizzato con fredda determinazione.

Alla persecuzione degli ebrei Hitler aggiunge quella agli oppositori politici, agli zingari, agli omosessuali, ai disabili in una coerente visione che vuole, appunto, solo i più forti degni di sopravvivere.

Il nazismo si afferma come ideologia della sopraffazione la cui logica conseguenza è la guerra, una guerra totale, di sterminio in cui nessuno viene risparmiato.

E nella guerra la pianificazione precisa, organizzata, efficiente, dello sfruttamento del lavoro schiavo e dello sterminio delle “razze” inferiori, dei nemici del regime, dei gruppi considerati socialmente pericolosi per la loro devianza.

Una operazione condotta con scrupolo da quelli che sono stati efficacemente definiti i “volenterosi carnefici di Hitler”.

Perfino l’atto violento di uccidere viene progressivamente spersonalizzato: dalle esecuzioni sommarie, le fucilazioni e le impiccagioni si passa all’uso del gas.

Anche le fredde e “professionali” SS, infatti, sono messe a dura prova quando devono uccidere decine, centinaia, migliaia di persone, donne, bambini e anziani compresi.

E allora si tratta di trovare un metodo per uccidere che sia rapido e che elimini quasi il contatto fisico con le vittime.

Le camere a gas sono il frutto di questa ricerca verso una sorta di pianificazione industriale del massacro.

La diffusa ed efficiente rete ferroviaria tedesca viene messa al servizio della “soluzione finale”: i treni percorrono migliaia di chilometri nei territori occupati e portano gli ebrei rastrellati in tutta Europa nell’universo del terrore dei campi di concentramento e di sterminio.

Si veniva prelevati nei propri quartieri con tutta la famiglia: mamma, papà, i fratellini e le sorelline più piccole, gli anziani nonni.

Veniva detto loro di preparare una valigia con tutto quello che era possibile portare e si veniva caricati su un treno merci i cui vagoni venivano chiusi dall’esterno.

Si viaggiava per giorni, con qualsiasi tempo, senza poter mangiare e bere, vivendo stretti gli uni agli altri, con un secchio in mezzo per fare i propri bisogni.

Arrivati a destinazione si contavano i primi morti: malati e anziani spesso soccombevano per le fatiche di quel viaggio assurdo.

Scesi dal treno si veniva divisi: maschi da una parte, donne dall’altra, senza riguardo per l’età. Un medico delle SS con una semplice occhiata procedeva ad una prima selezione: bambini, anziani e malati venivano subito mandati alle camere a gas.

Spogliati di tutto, perfino dei capelli che venivano conservati per le imbottiture, vestiti con un camicione a righe e con zoccoli di legno, chi era “più fortunato” a sopravvivere alla prima selezione veniva avviato ad un lavoro coatto di 12-14 ore al giorno, alimentato con una zuppa e un tozzo di pane nero appena sufficiente a tenersi in piedi: la morte sopraggiungeva dopo non molto tempo.

Nei campi si veniva spogliati di tutto, anche del nome, sostituito da un numero tatuato sul polso.

La dura espressione di Primo Levi “se questo è un uomo” rende bene l’idea di un processo di totale disumanizzazione, perseguito lucidamente e realizzato con efficienza burocratica ed anche con una certa abnegazione dai “volenterosi carnefici” come Adolf Eichmann, l’ispiratore ad Hannah Arendt della definizione di “banalità del male”.

Nel processo di Norimberga uno psicologo incaricato di “visitare” i gerarchi nazisti imputati definì questi uomini come totalmente sprovvisti di capacità di “empatia”.

Anche l’odio era loro estraneo: avevano ucciso, sterminato, ordinato le azioni più aberranti con cinica lucidità, obbedendo ad ordini e dandone nel quadro di un terribile sistema di oppressione e morte.

Le azioni di questi uomini erano, dunque, inevitabili ?

Assolutamente no, perché furono in tanti a ribellarsi o semplicemente ad ignorare un ordine o compiendo una qualche azione che li sottraesse dall’obbligo di obbedire a leggi e disposizioni che non si ritenevano giusti.

E’ anche grazie all’azione di quei giusti che si è potuta evitare la strategia del giustificazionismo, si è tolto fondamento al negazionismo, al revisionismo, alla tendenza a minimizzare.

In questo senso si motiva, fino in fondo, lo stesso “Giorno della Memoria”.

La memoria è un dovere perché le persecuzioni sono sempre lì, presenti come i germi di una malattia endemica da cui non ci si potrà mai immunizzare.

Fino a quando ci sarà qualcuno che guarderà ad un altro non per quello che è ma per quello che pensa sia o possa essere il pericolo del razzismo e della violenza sarà sempre incombente.

Il nostro unico vaccino da quell’orrore è non dimenticare il passato e non girare la testa da un’altra parte per ciò che accade nel presente.

 

 

IIS Paola 3

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