Giustizia

Quattro anni fa moriva Giulio Grandinetti…Il ricordo dei suoi ultimi giorni nella bufera della bufala “Why Not”.

Giulio Grandinetti con Enza Bruno Bossio

Giulio Grandinetti con Enza Bruno Bossio


Il 22 aprile del 2007, dopo una breve e micidiale malattia si spegneva Giulio Grandinetti. Imprenditore nel ramo assicurativo e dirigente politico sin dalla più tenera età nel PCI-PDS-DS, era stato anche amministratore delegato de “Il Quotidiano della Calabria”, contribuendo notevolmente all’affermazione di questa testata nel panorama editoriale calabrese. Negli ultimi anni aveva svolto l’incarico di capo struttura del Vice Presidente della Giunta Regionale, Nicola Adamo.
Giulio era uomo di specchiata dirittura morale, con un rigore che gli era riconosciuto da tutti. Apparteneva a quella schiera di persone che stanno sempre dalla stessa parte e che concepiscono il loro impegno come servizio, in qualunque ruolo sono chiamati.
Fu nella veste di collaboratore di Nicola Adamo che ricevette, nell’ambito della roboante inchiesta Why Not dell’allora PM De Magistris, un avviso di garanzia per una presunta associazione a delinquere insieme allo stesso Nicola Adamo e ad Enza Bruno Bossio.
In verità, in quel settembre del 2006 il Procuratore della Repubblica di Catanzaro, dott. Lombardo, smentì che ad essere raggiunto da avviso di garanzia fosse il Giulio Grandinetti collaboratore di Nicola Adamo, ma un omonimo commercialista di Cosenza che subì anche una minuziosa perquisizione del suo studio e della sua abitazione.
Pochi giorni dopo, Giulio già malato, il Procuratore Lombardo fu smentito da De Magistris che invece individuava proprio nel nostro Giulio l’obiettivo della indagine.
Cos’era successo ? Ai fini di mettere in piedi l’accusa di associazione a delinquere si tirò dentro Giulio Grandinetti senza neppure accorgersi che era la persona sbagliata.
Si parlò della fantomatica Loggia affaristico-massonica di San Marino e si finì per coinvolgere anche Prodi e Mastella, fatto che fu determinante per la caduta dell’allora governo di centrosinistra.
Tutto ciò diede al PM De Magistris una straordinaria proiezione mediatica che lo portò nel 2009 al Parlamento Europeo, in tempo per vedere tutte le sue inchieste sciogliersi come neve al sole, mentre persone perbene venivano additate al publbico ludibrio.
Nel novembre 2009 il GIP archiviò tutte le accuse a carico di Giulio Grandinetti collaboratore di Nicola Adamo per la loro insussistenza, restituendogli, purtroppo postumi, onore e dignità.
Mi sembrava giusto ricordare tutto ciò nell’anniversario della sua morte per riflettere, ancora una volta, su quanto è successo negli ultimi anni di ubriacatura giustizialista.

Malagiustizia, lombrosismo, processo mediatico. Il caso di Ciccio e Tore di Gravina di Puglia

Ciccio e Tore

Pubblicato su “Processo Mediatico” marzo 2011
Il tema giustizia è assai controverso e dà spesso origine a scontri epocali tra i cosiddetti giustizialisti e i cosiddetti garantisti.
La presenza di Berlusconi, politico che sulla giustizia spesso proclama un garantismo peloso che egli traduce con richiesta di impunità e l’idea che il consenso lo metta al di sopra delle regole dello Stato di diritto non aiuta una discussione serena, anzi la ideologizza fino all’estremo.
Eppure il problema giustizia in Italia esiste a prescindere da Berlusconi ed è un tema che riguarda i cittadini comuni e non solo i politici e i potenti.
Porterò un esempio concreto per comprenderci, un fatto che non riguarda un politico ma una persona comune, un lavoratore di Gravina di Puglia accusato di una cosa terribile, di aver ucciso i suoi figli, forse lo ricorderete, ne parlarono TV e giornali, una cosa terribile.
Due bambini, Ciccio e Tore, assai vivaci come ce ne sono tanti, come potrebbero essere i nostri figli, appartenenti ad una famiglia di separati in lite fra di loro, ad un contesto familiare difficile, spariscono la sera del 5 giugno del 2006.
Il padre, Filippo Pappalardi, li cerca tutta la notte e la mattina va dai carabinieri a denunciarne la scomparsa e si reca al lavoro.
Le ricerche si sviluppano tutto intorno a Gravina e arrivano fino in Romania nell’ipotesi del rapimento da parte dei soliti “zingari”.
Nel frattempo i due genitori separati cominciano ad accusarsi vicendevolmente di essere responsabili della sparizione dei figli. Comincia la caccia al “mostro” in una comunità che si trova proiettata sulla ribalta televisiva in cui tutti esprimono opinioni a cronisti disponibili a raccogliere qualsiasi voce, qualsiasi congettura.
Perfino il parroco del paese si lascia andare ad analisi da investigatore e invita ad “indagare sulla madre”, che sembra troppo “fredda” e indica persino due piste: “o lei o la malavita”.
La pressione mediatica cresce, le immagini dei due bambini imperversano su giornali e TV, l’Italia è commossa e attonita, si appassiona ad una vicenda di violenza, di degrado familiare, si alimenta nei talk show e nella morbosa ricerca del colpevole, l’ipotesi della sparizione accidentale, dell’allontanamento accidentale o dell’incidente fortuito sparisce, non tira mediaticamente.
Gli inquirenti ne sono travolti, trascurano le ricerche nei posti più ovvii, intanto quelli dove i due ragazzini sono stati visti l’ultima volta, si convincono della tesi del delitto maturato in famiglia. Vengono compiuti scavi attorno alla casa della madre, Rosa Carlucci, perché una segnalazione indica che lì sarebbero stati sepolti i cadaveri dei due bambini. Intanto tutte le TV trasmettono un video in cui si vede il piccolo Francesco ripreso da una telecamera di sorveglianza di una banca del paese la sera della scomparsa.
Il 7 settembre del 2006 Filippo Pappalardi riceve un avviso di garanzia dopo essere stato iscritto nel registro degli indagati per sequestro di persona. Emilio Marzano, procuratore della Repubblica di Bari, riferisce inoltre di perquisizioni e del sequestro a Pappalardi dell’auto, del camion e di alcuni terreni sui quali si stanno svolgendo ricerche accurate con particolari tecnologie.
Spuntano inoltre testimonianze come quella di un bambino, compagno di giochi di Ciccio e Tore, che riferisce che la sera della scomparsa stavano giocando a palloncini d’acqua davanti alla Cattedrale di Gravina e che il padre li avrebbe raggiunti, sgridati e caricati in macchina con lui portandoli via, circostanza sempre negata da Pappalardi.
L’avvocato di Pappalardi, inoltre, annuncia l’intenzione del suo assistito di presentare una formale denuncia contro un dirigente della squadra mobile di Bari, Luigi Liguori, per metodi non ortodossi nella conduzione delle testimonianze di persone informate dei fatti.
Il 24 ottobre 2006 si aggiunge anche la dichiarazione del Sindaco di Gravina che dice che i due bambini sono vivi secondo una fonte che non può rivelare.
Il 27 novembre 2007, dopo ben 17 mesi di indagine, Filippo Pappalardi viene arrestato con l’accusa di sequestro di persona, duplice omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela ed occultamento di cadavere. L’uomo avrebbe ucciso i suoi due figli lo stesso giorno in cui ne aveva denunciato la scomparsa, nascondendo poi accuratamente i loro cadaveri. Pappalardi è inoltre indagato per aver indotto la convivente a rendere dichiarazioni false alla magistratura.
Secondo la ricostruzione fornita dal procuratore della Repubblica presso il tribunale di Bari, Emilio Marzano, Pappalardi non voleva più quei due figli. “Non li sopportava più. La nuova famiglia di Pappalardi, quella formata con Maria Ricupero, era già gravata da altri tre figli, Ciccio e Tore davano fastidio, disobbedivano, mentre Pappalardi voleva che rispettassero le regole”.
L’uomo continua a proclamarsi innocente e a nulla valgono le iniziative del suo difensore tendenti a denunciare non solo la debolezza del movente ma anche di tutto l’impianto investigativo. Resta in carcere, in isolamento.
Il 25 febbraio 2008, a quasi tre mesi dall’arresto del padre e quasi due anni dalla scomparsa dei due bambini, vengono ritrovati i cadaveri nel pozzo di uno stabile abbandonato nel pieno centro di Gravina. Sin dai riscontri e dalle autopsie si delinea con nettezza la dinamica accidentale della morte: i due cadaveri non hanno su di sé segni di violenza a parte le ferite procuratesi nella caduta. La cosa più agghiacciante è che i due avevano avuto una lunga e terribile agonia.
Com’è possibile che a nessuno era venuto in mente di andare a cercare nei pozzi e negli stabili abbandonati, almeno in quelli nelle immediate vicinanze dove i bambini erano stati visti l’ultima volta ? Come si faceva ad ignorare che esistevano posti così pericolosi dove due bambini vivaci potessero cadere ? Come si faceva ad ignorare che lo stesso nome Gravina deriva dalla presenza di crepacci erosi in terreni calcarei ?
Nonostante questi riscontri il povero Filippo Pappalardi rimane in carcere da dove esce solo il 4 aprile 2008. Nel mezzo la Procura resiste attaccandosi al baby-super-testimone: l’ipotesi adesso è che i due bambini sarebbero caduti nel pozzo per sfuggire alla punizione del padre che li cercava e che quindi si configurerebbe quantomeno l’omicidio colposo o l’eccesso di mezzi di correzione o la negligenza grave.
Intanto crolla anche la testimonianza del baby-super-testimone: dice che sin dall’inizio aveva dichiarato di non ricordare se il giorno era proprio quello della scomparsa, ma che loro (gli inquirenti) volevano “cose precise”, erano passati due mesi e noi abbiamo raccontato “quello che avevamo in mente”.
Ma la Procura resiste, nonostante le prove dell’innocenza di Pappalardi si accumulino ora dopo ora. Questi, ancora in carcere, denuncia, “l’avevo detto di cercare lì”, ma la Procura insiste: l’ipotesi dell’incidente è stata scartata sin da subito perché “’l'ipotesi di duplice e contemporanea disgrazia appariva scarsamente probabile dato che, salvo pensare a un crollo che avesse coinvolto entrambi o all’ipotesi di una disgrazia accorsa al secondo che magari tentava di soccorrere il primo (per esempio caduto in un vascone per l’irrigazione), resta il fatto insuperabile che Gravina di Puglia non e’ un comune di alta montagna, con crepacci, burroni e slavine pronti a seppellire per sempre i corpi dei malcapitati” (e allora perché si chiama Gravina ?).
Alla fine il GIP è costretto a prendere atto dell’innocenza del Pappalardi e riconoscere la tesi dell’incidente, nonostante la Procura continui ad insistere e per giustificare le evidenti discrepanze investigative, se la prende con i due poveri genitori, con la gente di Gravina. La dottoressa Romanazzi ne ha per tutti. Dice a pagina 12 della sua ordinanza: “si è profilato sin dalla primissima fase delle indagini, un groviglio di omissioni, reticenze, bugie, indugi, con inevitabili ripercussioni negative sull’attività investigativa”.
Questa vicenda non credo abbia bisogno di commenti: un padre accusato ingiustamente di aver ucciso i propri figli che intanto morivano orribilmente perché nessuno li cercava in quanto tutti si erano appassionati alla tesi dell’orco, una lunga pena detentiva e la pervicacia nel sostenere, anche di fronte all’evidenza dei fatti una tesi accusatoria che non stava in piedi sin dall’inizio soltanto se si fosse lavorato con scrupolo, evitando scorciatoie investigative e la ricerca di facili capri espiatori.
Ma ci dice anche un’altra cosa, che è più terribile, se vogliamo, di tutto il resto: Filippo Pappalardi è stato vittima di uno stereotipo quasi lobrosiano: era il colpevole perfetto, un semianalfabeta con una vita familiare confusa, severo con i figli cresciuti in un ambiente degradato in una piccola comunità del Sud, scorbutico e manesco, magari antipatico a tanti.
Quanti ne conosciamo di persone così ? Quante ne incontriamo ? E sono tutte potenziali assassini ?
Sulla base di questo è stata costruita l’inchiesta, non sulla effettiva rilevazione di reati e di riscontri indiziari.
Contro Pappalardi, non c’era nulla sin dall’inizio, solo questo teorema che, per colpevole faciloneria, per rispondere alla pressione mediatica, per soddisfare la “piazza”, è diventata un’accusa, un’inchiesta e una prova. E’ agghiacciante pensare che, se i corpi di Ciccio e Tore non fossero stati ritrovati Filippo Pappalardi sarebbe ancora in galera oppresso dal dolore per i figli perduti e dall’accusa drammatica di averli uccisi.
Per la cronaca i magistrati protagonisti di tutto ciò sono ancora lì, al loro posto, non essendone stato disposto neanche il trasferimento.

href=”http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2011/03/Salvatore-Pappalardi.jpg”>Salvatore Pappalardi
Il luogo dove sono stati ritrovati

Garantisti con Battisti, forcaioli con gli altri…

Cesare Battisti

In grande evidenza questa mattina su un giornale locale è apparsa una lettera aperta a firma di alcuni “intellettuali” sul caso Cesare Battisti che prende nettamente posizione a favore della non estradizione dell’ex terrorista dei PAC decisa dall’ex Presidente del Brasile Lula lo scorso 31 dicembre.

La lettera è rivolta ai “compagni” (sic) Presidenti Lula do Silva e Giorgio Napolitano e sviluppa tutto un ragionamento in linea con la visione della storia d’Italia propagata a piene mani da alcuni  “reduci” degli anni di piombo: in Italia negli anni ’70 e ’80 ci fu una “guerra civile” e una “feroce” repressione da parte degli apparati dello Stato di un movimento giovanile rivoluzionario che fu spietatamente perseguito e ridotto al silenzio.

Ad alcuni di questi che propugnano questa tesi basterebbe rispondere che lo Stato che giudicano così feroce ed oppressore è lo stesso che li stipendia lautamente nelle sue università e addirittura li ha accolti nel suo Parlamento ed oggi consente loro di poter esprimere, legittimamente, le loro opinioni (per quanto sbagliate e aberranti possano essere). Ma credo che non sarebbe sufficiente.

Cercherò quindi di sviluppare una serie di riflessioni nel merito: in particolare, da convinto assertore del garantismo, trovo assai improvvido e fuori luogo il riferimento ad una cultura garantista spinta fino alla teorizzazione del principio dell’impunità per un volgare assassino quale è Cesare Battisti, sul cui capo pendono sentenze definitive e le cui responsabilità sono state accertate in processi ai quali lo stesso si è sempre sottratto. E lo giudico un volgare assassino perché alcuni processi con sentenze definitive lo hanno qualificato come tale. Sbaglierei, invece, se Battisti, fosse ancora sotto processo, processo al quale lui si è sempre sottratto vivendo un esilio che è stato, per lungo tempo, dorato.

Qui c’è un primo punto che è secondo me fondamentale: il garantismo non è impunità ma rispetto delle regole e dei diritti del cittadino imputato, perché si parte dal presupposto che nessuno è colpevole fino a quando una giuria di suoi pari non l’ha giudicato tale.

Il garantismo, inoltre, non è una bandiera che possa essere agitata solo quando l’oggetto di un’azione giudiziaria siamo noi o la nostra parte politica. Dico ciò perché la credibilità stessa di ogni battaglia garantista è direttamente proporzionale alla coerenza dei comportamenti di chi la conduce: per essere molto chiari non si può essere garantisti per sé e forcaioli con altri che sentiamo essere nostri avversari politici. Ciò vale per il garantismo peloso di Berlusconi che egli traduce solo come richiesta di impunità per sé ma anche per quello di certa estrema sinistra che spesso, e senza alcuna vergogna, oscilla dalle manifestazioni di solidarietà per gli ex terroristi alle marce a favore di questo o quel giudice “eroico” che inquisisce questo o quel politico “antipatico” in dispregio di ogni elementare principio di giustizia.

Garantismo non significa, quindi, sottrarsi al giudizio, ma pretendere il rispetto della persona nel processo e al di fuori di esso (i processi mediatici sono un male che sta avvelenando la giustizia e la democrazia italiane). Che poi ci sia molto da fare per rendere più garantista il nostro ordinamento è questione aperta per la quale è necessaria una grande battaglia democratica che va condotta con rigore e coerenza perché riguarda tutti e può solo rafforzare la legalità, non indebolirla.

In questo quadro condivido, una delle poche parti, il richiamo a certa legislazione che individua come reato la responsabilità morale: in un ordinamento giudiziario democratico la responsabilità è sempre individuale ed è legata al compimento di specifici reati puniti dal codice: la politica, intesa come giudizio politico, non può essere un criterio giuridico, in nessun caso. Ma nella fattispecie non mi pare che ciò riguardi il caso Battisti, le cui responsabilità in fatti di sangue appaiono chiare e certificate.

Condivido, inoltre, il richiamo alla Costituzione quando si sostiene che l’ergastolo non è una pena che riabilita e andrebbe cancellato come pena dal nostro Codice. Ma c’è anche da dire che ormai è stato superato da una prassi giurisdizionale corrente che concede molti benefici, anche a persone coinvolte in delitti terribili, in cui vengono tenute in considerazione tutta una serie di situazioni che, pur mantenendo la condanna, attenuano in senso riabilitativo la pena. Non è sufficiente ma mi sembra un buon punto di partenza per fare una battaglia democratica anche su questo punto.

Ma anche in questo caso il richiamo a Battisti mi sembra assai fuori luogo (senza contare lo stesso improvvido richiamo alla vicenda di Adriano Sofri, che è di ben altra natura): cosa c’entrano il rispetto e la pietà per una persona che, mentre i suoi compagni marcivano nelle patrie galere, è fuggito, ha vissuto un esilio dorato come scrittore di successo in Francia e non ha mai mostrato non solo un momento di pentimento ma addirittura ha rivendicato con orgoglio i “formidabili quegli anni” ? E il rispetto per le vittime può essere soltanto la ricostruzione della “comune verità racchiusa negli anni di piombo” ? Quale comune verità si può desumere da una vicenda storica in cui, al di là della buona fede di molti, si perseguì un lucido disegno di demolizione dello Stato democratico, sia pure debole e imperfetto, che la Resistenza ci aveva consegnato ? E come potrebbe tutto ciò consolare chi ha perso un padre, un compagno, un fratello, un amico ? E quale atto rivoluzionario si può ravvisare nell’omicidio per rapina di un macellaio o di un gioielliere ?

Giustizia non è vendetta, è vero. E’ riconoscimento di reati e la loro giusta punizione. Per gli imputati la possibilità di difendersi fino in fondo e per chi è giudicato colpevole di poter tornare alla società dopo aver pagato i suoi debiti.

Io trovo aberrante sia chi teorizza l’impunità in nome di superiori ragioni rivoluzionarie o morali sia chi predica la moralizzazione della vita pubblica a colpi di avvisi di garanzia, arresti preventivi e gogne mediatiche. Sono due facce della stessa medaglia.

Perché la democrazia si difende solo con le armi della democrazia secondo il principio della separazione dei poteri e del riconoscimento dei diritti inalienabili di ciascun cittadino.

Si tratta di una impostazione che mi rendo conto è difficile da far passare in un Paese fazioso come l’Italia, ma è l’unica strada se vogliamo costruire una nazione che sia di tutti, finalmente.

Enza Bruno Bossio esce definitivamente dall’inchiesta in Puglia.

brunobossio_enza
La dott.ssa Enza Bruno Bossio esce definitivamente, per intervenuta prescrizione, dall’inchiesta di Lecce nella quale era stata indagata per avere, secondo l’accusa, redatto insieme ad altri ispettori del Ministero dell’Industria, una relazione falsa a favore di un’azienda pugliese beneficiaria della 488.
La notizia riportata dal blog Rete per la Calabria, è dunque destituita di ogni fondamento.
E’ l’ennesimo tassello ad essere smontato di un vero e proprio attacco mediatico che, in questi anni, ha colpito la manager calabrese.
Un attacco mediatico basato su inchieste giudiziarie nate anch’esse da veri e propri gossip che, alla prova dei fatti, hanno mostrato tutta la loro inconsistenza.
Enza Bruno Bossio, già assolta l’anno scorso dalla cosiddetta madre di tutte le inchieste, la famigerata Why Not, “perché il fatto non sussiste” sta vivendo certamente con soddisfazione questa ennesima vittoria giudiziaria.
Rimane tuttavia senza risposta la vera domanda che scaturisce da tutta questa vicenda: com’è stato possibile che inchieste nate sul nulla abbiano coinvolto persone perbene lasciandole sulla graticola per tutti questi anni ? C’è stato un momento nel quale sembrava che la Bruno Bossio fosse diventata la responsabile di tutti il malaffare calabrese.
Chi ripagherà Enza Bruno Bossio dall’essere stata coperta gratuitamente di fango, di aver visto per mesi ed anni il suo nome associato a quello di reati “pesanti” come truffa, associazione a delinquere, ecc. ? Non ci si poteva accorgere prima del fatto che la Bruno Bossio, brillante manager, non è mai stata proprietaria di nessuna azienda informatica o altro, ma solo una dipendente, pur con ruoli dirigenziali ?
Intanto Enza Bruno Bossio ha perduto il suo lavoro, oltre che la sua onorabilità. Chi glieli restituirà? Forse quel De Magistris che su queste inchieste farlocco ha invece costruito la sua carriera politica ?
La dott.ssa Enza Bruno Bossio esce definitivamente, per intervenuta prescrizione, dall’inchiesta di Lecce nella quale era stata indagata per avere, secondo l’accusa, redatto insieme ad altri ispettori del Ministero dell’Industria, una relazione falsa a favore di un’azienda pugliese beneficiaria della 488.
La notizia riportata dal blog Rete per la Calabria, è dunque destituita di ogni fondamento.
E’ l’ennesimo tassello ad essere smontato di un vero e proprio attacco mediatico che, in questi anni, ha colpito la manager calabrese.
Un attacco mediatico basato su inchieste giudiziarie nate anch’esse da veri e propri gossip che, alla prova dei fatti, hanno mostrato tutta la loro inconsistenza.
Enza Bruno Bossio, già assolta l’anno scorso dalla cosiddetta madre di tutte le inchieste, la famigerata Why Not, “perché il fatto non sussiste” sta vivendo certamente con soddisfazione questa ennesima vittoria giudiziaria.
Rimane tuttavia senza risposta la vera domanda che scaturisce da tutta questa vicenda: com’è stato possibile che inchieste nate sul nulla abbiano coinvolto persone perbene lasciandole sulla graticola per tutti questi anni ? C’è stato un momento nel quale sembrava che la Bruno Bossio fosse diventata la responsabile di tutti il malaffare calabrese.
Chi ripagherà Enza Bruno Bossio dall’essere stata coperta gratuitamente di fango, di aver visto per mesi ed anni il suo nome associato a quello di reati “pesanti” come truffa, associazione a delinquere, ecc. ? Non ci si poteva accorgere prima del fatto che la Bruno Bossio, brillante manager, non è mai stata proprietaria di nessuna azienda informatica o altro, ma solo una dipendente, pur con ruoli dirigenziali ?
Intanto Enza Bruno Bossio ha perduto il suo lavoro, oltre che la sua onorabilità. Chi glieli restituirà? Forse quel De Magistris che su queste inchieste farlocco ha invece costruito la sua carriera politica ?

La vicenda Battisti mette a nudo la superficialità di tanta intellighenzia italiana nella lettura degli anni di piombo.

Cesare Battisti

C’è un aspetto della vicenda Cesare Battisti che deve far riflettere, soprattutto in una parte della sinistra e, più in generale, della intellighenzia italiana.

Si tratta della tendenza a guardare alla vicenda del terrorismo in Italia come ad una “guerra civile”, come se davvero la violenza politica degli anni ’70 avesse un qualche fondamento o giustificazione morale e politica.

Questa lettura è stata propalata sia durante quel drammatico periodo (come dimenticare l’agghiacciante frase “compagni che sbagliano” o certi editoriali di alcuni maitre a penser ?) sia dopo, a terrorismo sconfitto, quando i protagonisti di quei terribili avvenimenti, dopo galera, pentitismi e revisioni, hanno continuato ad occupare i media e l’editoria italiana assai generosa di spazi e considerazione nei loro confronti.

Siamo infatti il Paese in cui a ex terroristi rossi e neri sono aperte le porte della grande editoria e della grande stampa mentre le loro vittime sono relegate nel limbo di una retorica dimenticanza. Alzi la mano chi riesce a fare almeno dieci nomi delle centinaia di vittime del terrorismo (Sergio Zavoli ha contato 428 morti e circa 2000 feriti) in quasi vent’anni di stragi, attentati, agguati e aggressioni che colpirono poliziotti e carabinieri, magistrati, funzionari, uomini politici, giornalisti e gente comune. Al contrario i nomi di coloro che molti di quelle azioni criminali compirono sono assai noti e continuano, in gran parte, ad occupare stampa e televisioni.

Pur rifuggendo da facili generalizzazioni, che sono sempre sbagliate, questo contrasto è assai evidente, pur nel quadro di uno Stato democratico che, nel complesso ha saputo chiudere con le armi della democrazia e della giustizia una delle pagine più buie della propria storia.

Si tratta di un atteggiamento culturale che, da parte di certa intellighenzia, tende a guardare alla vicenda storica italiana (passata e vicina) con superficialità. Pesa su questo atteggiamento una visione scarsamente consapevole del valore dello Stato e delle istituzioni quali garanti del sistema democratico, lo stesso sentirsi parte di una “patria” comune. Le istituzioni sono percepite quasi sempre come “oppressive” o distanti dal cittadino e non come frutto della libera scelta della comunità nazionale di cui tutti, nessuno escluso, sono responsabili.

Il senso della comunità nazionale affiora, purtroppo, solo quando questo viene preso a schiaffi, com’è avvenuto nella vicenda Battisti.

Il Presidente Lula ha giustificato la sua scelta sulla base di una sentenza dell’Avvocatura dello Stato brasiliana perché in Italia ci sarebbe “uno stato d’animo che giustifica preoccupazioni per la concessione dell’estradizione di Battisti, a causa del peggioramento della sua situazione personale”.

Lula, i cui meriti verso il suo popolo e verso la comunità internazionale sono indubbi, non sa che in Italia molti ex terroristi hanno pagato i loro debiti con la giustizia e oggi vivono le loro vite godendo di tutte quelle libertà che volevano conculcare con le loro azioni, che il loro destino è stato sicuramente molto migliore di quello che hanno riservato alle vittime della loro aberrante ideologia.

Ha pesato, a mio parere, su questa decisione, la pressione di alcuni intellettuali della sinistra francese che di Battisti hanno fatto una vera e propria icona negli ultimi anni e il passato di oppositore di una terribile dittatura militare dello stesso Lula, un dramma che ha segnato gran parte della sinistra sudamericana negli anni della guerra fredda. Una decisione sbagliata che schiaffeggia la giustizia e la democrazia italiana che il nostro Paese deve far rivedere usando tutto ciò che il diritto internazionale mette a sua disposizione.

A noi italiani questa equiparazione tra l’Italia degli anni ’70 e le contemporanee dittature militari sudamericane appare assurda. Cesare Battisti, poi, è solo un volgare assassino e rapinatore che della politica ha fatto solo una comoda coperta di cui si serve, con spudoratezza, ancora oggi. Ci deve ancora spiegare quale azione rivoluzionaria rappresenti l’omicidio di un gioielliere o di un macellaio. Ma quella coperta di Battisti, purtroppo, l’hanno cucita in molti, anche in Italia.

Un solo auspicio, dunque: che questa vicenda sia di insegnamento a tanti superficiali commentatori: negli anni ’70 in Italia non si combatté una guerra civile, ma uno Stato democratico sconfisse, pagando un duro prezzo in termini di vite umane, un terribile disegno eversivo, vincendo con le armi della giustizia e della democrazia.

Le ragioni e i torti sono, dunque, chiari: che nessuno lo dimentichi, perché questo è il nostro Paese, nonostante tutto.