Cultura

Bocca antitaliano e antimeridionale…

Giorgio Bocca
Si parla molto del volumetto pubblicato da Rubbettino (“Aspra Calabria”) che riprende una parte di un vecchio libro di Giorgio Bocca uscito nel 1992 (“L’Inferno”).
Gli scritti di Giorgio Bocca, introdotti da una autorevole prefazione di Eugenio Scalfari non ci sorprendono più. Non ci sorprende il tono moralistico, la tendenza manichea tipica di certa cultura azionista a cui Bocca appartiene.
Il Partito d’Azione, che riprendeva una vecchia dicitura mazziniana, fu un’effimera formazione politica protagonista della guerra partigiana, di tendenza laica, radical-democratica e socialista liberale che finì schiacciato dalla presenza di grandi partiti di massa come il PCI, il PSI e la DC.
I suoi uomini erano personalità assai colte che sognavano un’Italia che si mondava dal fascismo ma anche da certi suoi atavici mali morali che elencavano nella sua tendenza alla corruzione, nell’influenza clericale, nella dimensione politicista della sua politica.
I libri di Bocca sono tutti intrisi di questa rabbia di sconfitti politici costretti a vivere in un Paese che li guarda spesso senza comprenderli, diffidente rispetto alla loro tendenza ad ergersi a giudici sulla base di una superiorità etico-morale che pochi sono disponibili a riconoscergli.
Bocca e molti come lui appartengono a quella categoria delle classi dirigenti progressiste che sono portati a scambiare i loro desideri con la realtà, intrisi comunque da un’ansia pedagogica che non li fa amare. Non amano la realtà che li circonda e la declinano con un tono pessimista, odiando la politica che invece con quella realtà deve misurarsi quotidianamente, anche e soprattutto se vuole cambiarla. Anzi, la fatica riformista risulta essere loro detestabile, la scambiano spesso con il compromesso o, peggio, la compromissione.
Sono giustizialisti, nell’accezione che il termine ha assunto negli ultimi anni, perché convinti che il bene sta tutto da una parte (la loro) e il male dall’altra.
La visione che costoro hanno del Mezzogiorno risente di questa tara culturale: lo guardano, lo giudicano, ma non lo comprendono. Spesso scambiano le cause con gli effetti.
Per loro, ad esempio, mafia ed illegalità sono una tara quasi genetica dei meridionali, il frutto stesso del loro sottosviluppo più culturale che economico e sociale. Da qui la loro tendenza a dividere la società meridionale in buoni e cattivi, a rappresentarla solo come lotta tra difensori della legge e dello Stato e delinquenti e mafiosi.
Il parallelo con il Vietnam del Sud sconvolto dalla guerra degli anni ’70 è significativo: nel Sud d’Italia c’è una guerra non la lotta per la legalità che invece è normale in un Paese democratico. Gli USA hanno avuto ed hanno una delle mafie più pericolose del mondo eppure a nessun giornalista americano è venuto mai in mente un paragone con il Vietnam o l’Afghanistan.
Il libro si legge dunque per quello che è: l’ennesima operazione editoriale a cui si presta ora una casa editrice calabrese prestigiosa come “Rubettino” che riprende con la prefazione di Scalfari uno scritto datato: la mafia aspromontana dei sequestri di persona, per esempio, è sparita da tempo proprio grazie alle leggi dello Stato democratico ed alla sua azione repressiva che ha reso non vantaggiose per i sequestratori operazioni di questo genere (a proposito del fatto che la Sud non cambia mai niente).
I mali del Sud e della Calabria restano tanti e grandi ma si possono affrontare con la legge dello Stato, la crescita, come pure sta avvenendo, della sensibilità antimafia e per la legalità che sta interessando anche le regioni meridionali. Il Sud sta lottando e deve essere aiutato, sostenuto nella sua lotta. Intanto va aiutato sul piano dello sviluppo economico, facendo al Sud né più e né meno di quello che si fa al Nord. E invece non avviene ciò, anzi, al contrario. Gioia Tauro, citata nel testo, rischia di diventare l’ennesima speranza delusa con la chiusura del porto, così come lo fu il polo siderurgico ai tempi di Bocca. E la scusa è sempre la stessa: in Calabria c’è la mafia, alimentando il circolo vizioso che vede meno sviluppo, più mafia e la mafia utilizzata per giustificare il mancato sostegno allo sviluppo del Sud.
Per questo il libro di Bocca non mi piace, così come non mi piace anche il dibattito che si è sviluppato attorno ad esso: troppe voci indignate e ipocrite spesso silenti, spesso subalterne a quanto invece si fa e si dice al Nord.
Il grande storico Gaetano Cingari diceva che le grandi testate giornalistiche al Sud scendono, non salgono. Voleva denunciare da una parte la mancanza di una voce meridionale di portata nazionale capace di sostenere lo sforzo di un Mezzogiorno che voleva riscattarsi, ma anche la subalternità della cultura e della intellettualità meridionale a stereotipi confezionati nelle parti più ricche del Paese.
Cingari aveva ragione. Facciamo in modo che questa indignazione, salutare, possa sostenere una politica, non rappresenti solo orgoglio ferito o protesta sterile.
Noi calabresi e meridionali siamo Italia e non altro. Dimostriamolo.

Si può sovrapporre un’etica astratta alla legge ?

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Alcune vicende di questi mesi mi hanno portato a svolgere una riflessione più stringente su di una questione che si può riassumere nella domanda: “esiste un’etica che si sovrappone alla legge ?”, vale a dire, al di là di ciò che i codici stabiliscono essere un reato, c’è un’etica superiore che stabilisce l’illiceità o la non opportunità di alcuni comportamenti soprattutto per quanto riguarda persone che ricoprono ruoli di evidenza pubblica ? I recenti casi di Strauss Khan ma anche quello della ragazza segretaria di circolo del PD dimessa perché scoperta nel suo privato in alcuni filmetti porno (anche se pare che si tratti di una non notizia, perché la ragazza in questione si era dimessa molto prima per altre ragioni), e tanti altri, pongono una questione inedita nel dibattito politico italiano e non solo.
Inedita perché la società della comunicazione, il diffondersi della pratica di pubblicare intercettazioni telefoniche, la tendenza cioè a rendere pubblico anche aspetti assai privati degli uomini e delle donne che hanno ruoli e funzioni pubbliche hanno posto con urgenza il tema.
Non ci si deve nascondere, inoltre, il fatto che la lotta politica fa ricorso ampliamente a questi mezzi e una parte del giornalismo (sia a destra che a sinistra) si presta volentieri a questo meccanismo che è stato efficacemente definito “macchina del fango”.
Ora io credo che la questione vada ricondotta nei limiti di un principio che mi sembra essenziale per chi ha ruoli e funzioni di evidenza pubblica (cioè politici, ma non solo, tutti coloro che hanno responsabilità che li portano a decidere o ad avere influenza sul destino della collettività): chi ha responsabilità di questo genere è tenuto, innanzitutto, a non mentire.
Ciò che infatti rende una donna o un uomo pubblico non credibile non è il suo comportamento privato, che è di per sé insindacabile laddove non commetta specifici reati, ma la sua ipocrisia, il predicar bene e razzolare male. Faccio un esempio: non si può predicare contro divorzio e aborto e poi nel proprio privato essere divorziato o praticare l’aborto; non si può essere per la difesa della famiglia tradizionale e nel proprio privato cercare la compagnia di gay, trans o prostitute; non si può essere contro la pornografia e nel proprio privato acquistare materiale pornografico o praticare la pornografia.
Ciò vale per tutti. Un avvocato, un medico, un insegnante sono giustamente sottoposti, oltre che alla legge, come tutti, anche ad un’etica professionale che impone loro comportamenti conseguenti a non danneggiare in qualsiasi modo le persone che si rivolgono a loro. Nel loro privato possono fare ciò che vogliono in base alle loro convinzioni, gusti e orientamenti, ma nello svolgimento della loro professione sono tenuti a fare in modo che tali convinzioni, gusti ed orientamenti non abbiano alcuna influenza sulla vita e le vicende delle persone con cui hanno a che fare, a cui devono offrire un servizio efficiente, qualificato e soprattutto rispettoso soprattutto di quelle persone le cui convinzioni, gusti ed orientamenti non coincidono con i loro. Allo stesso modo una donna e un uomo pubblica devono tenere un comportamento che sia in linea con la funzione che svolgono e con le cose che proclamano di voler difendere.
In questo senso l’unica etica possibile è quella della responsabilità, che intanto si basa sulla necessità di non mentire, di avere un comportamento coerente con i principi che si sostengono. Nel caso Strauss Khan, ad esempio, questi non ha mai nascosto la sua natura di “libertino” e quindi, atteso che non ha commesso reati, ha tutto il diritto di rientrare nelle sue funzioni e di concorrere alla lotta politica del suo Paese sempre che abbia il consenso necessario. Ciò che è invece inaccettabile è un’etica astratta, senza aggettivi, non si sa stabilita da chi, utile strumento di lotta per eliminare avversari scomodi e magari perpetuare potere e, ipocritamente, comportamenti ancora peggiori.
Il confine tra etica della responsabilità ed etica astratta e senza aggettivi è assai labile ma è in quel confine che spesso si celano le aberrazioni che danno vita alle persecuzioni, ai roghi, alle gogne.
L’etica senza aggettivi è contraria ai principi democratici, visto che la democrazia, non a caso, si regge sul rispetto della legge e basta. Non può far scandalo che un deputato sia gay o ami andare a prostitute, l’importante è che nella sua attività parlamentare non si impegni contro gay e prostitute e anzi ne difenda i diritti di cittadini come tutti gli altri.
E’ l’ipocrisia il male peggiore, da sempre. La stessa ipocrisia che erigeva i roghi per streghe, gay e prostitute ai tempi dell’Inquisizione. Quel tempo è finito, anche se roghi e gogne non sono, purtroppo spariti, anzi.
Roghi di streghe

L’ideologia della SPECTRE…

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Esiste una tendenza antica nella politica, nel giornalismo e più in generale nel mondo culturale italiano e non solo, a cercare la ragione di tanti guai in oscure trame, in complotti orditi da misteriosi personaggi, da occulte cupole di potere, da oscure organizzazioni globali che, come la SPECTRE di James Bond, tramano contro la sicurezza e la pace mondiale.
Intendiamoci, mafia, camorra, ‘ndrangheta, le mafie cinesi, giapponesi, russe e in generale la criminalità organizzata a livello internazionale, certe logge massoniche deviate, il terrorismo internazionale, ecc. sono cose assai concrete, che hanno nome e cognome e costituiscono realmente un pericolo. Sono realtà solide, fatte da persone in carne ed ossa che muovono interessi reali, spesso non divergenti da quelli legali e per questo assai insidiose perché mimetizzate e coperte da situazioni che spesso rendono la lotta contro di esse “non utile”.
Contro di queste, le forze democratiche del mondo combattono conseguendo anche importanti successi.
Altra cosa, invece, è la tendenza di cui parlavo prima: essa rappresenta spesso una copertura ideologica all’incapacità, o peggio, alla non volontà di affrontare con coerenza o continuità un problema. Attribuire tutti i problemi e gli insuccessi ai complotti di forze oscure ed invincibili assomiglia molto al “complotto demo-plutocratico giudaico-massonico” delle dittature nazifasciste degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. Una risposta ideologica ai problemi sociali, la creazione di un nemico che spesso copre i nemici veri consentendo loro, comunque, di continuare a fare allegramente i propri affari.
Ecco perché quando sento parlare di forze occulte, quando sento comizi general-generici contro le mafie, quando si parla senza fare nomi e cognomi, denunciare circostanze precise e concrete, diffido.
Parlare di forze occulte che frenano il cambiamento senza dire quali sono e dove e come operano, è come credere che dietro queste trame, alla fine, ci sia solo il popolare personaggio dei fumetti di Silver, Cattivik o, per i più raffinati, la mitica SPECTRE di 007.
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Il triste destino dei portavoce.

Hans Fritzsche, portavoce di Joseph Gobbels durante il nazismo

Hans Fritzsche, portavoce di Joseph Gobbels durante il nazismo


Forse pochi sanno che uno dei due assolti nel processo di Norimberga fu il popolare speaker del notiziario del Ministero della Propaganda Nazista Hans Fritzsche.
In verità Fritzsche fu processato al posto del suo capo Joseph Goebbels, che si era suicidato subito dopo Hitler nel bunker insieme alla moglie Marta che a sua volta aveva ucciso i suoi sei figli affinché non sopravvivessero in una Germania senza Hitler.
Il povero Fritzsche apparve ai giudici come un povero mentecatto coinvolto in un gioco più grande di lui non meritevole di pagare per colpe non direttamente sue.
Certo, per anni costui aveva rappresentato la voce stessa dell’odioso regime, aveva urlato contro gli ebrei, era stata la voce di uno dei regimi più criminali della storia. Nel processo apparve invece pentito, come se acquisisse solo in quel momento la consapevolezza dell’orrore che aveva esaltato e inneggiato.
Condannarlo in quella sede sarebbe stato eccessivo, perché era non meno colpevole di tanti milioni di tedeschi che il nazismo lo avevano portato al potere e seguito fino al suo tragico epilogo.
Si fece così una valutazione giuridica corretta, quella cioè di perseguire solo coloro che avevano avuto responsabilità soggettive in quell’orrore.
Ma se Fritzsche non era perseguibile giuridicamente lo era certamente da un punto di vista della responsabilità politica. Durante il nazismo era stato un privilegiato, un vero e proprio vip, aveva acquisito tutti i vantaggi della sua posizione, aveva vissuto all’ombra del potere e se ne era sentito orgogliosamente emanazione.
Il portavoce è un privilegiato la cui condizione permane fino a quando il suo datore di lavoro è al potere. Dopo gli risulta difficile riciclarsi, come Fritzsche, che sfuggito al primo processo subì una condanna a nove anni nella Germania orientale per essere nuovamente assolto in base all’emergere delle sue effettive responsabilità che erano puramente ideologiche. Rilasciato morì di cancro pochi mesi dopo.
I portavoce, dunque, una volta che i loro padroni perdono il potere, non hanno, in genere, destino felice. Ma in fondo credo che un po’ se lo devono aspettare e l’importante è che ne siano consapevoli.

Ragazzi, giuro che se sento parlare di rinnovamento chiamo i carabinieri…

Carabinieri-in-alta-uniforme

Scelgo questo titolo volutamente provocatorio per cercare di esprimere un concetto che mi sta molto a cuore dopo la “batosta” di domenica scorsa. Dico subito quindi che la sinistra ha bisogno come il pane di un profondo e radicale rinnovamento dei suoi gruppi dirigenti e, soprattutto, di una grande innovazione politica e programmatica.

Tuttavia trovatemi uno in Calabria, in Italia e nel mondo che non dica la stessa cosa con toni enfatici ed apodittici anche tra coloro che di questa batosta sono i principali responsabili.

Si, perché parlare di rinnovamento è la cosa più facile di questo mondo ed è il modo migliore per mantenere tutto esattamente com’è. I più grandi proclamatori di novità sono, in realtà i peggiori conservatori perché intendono il rinnovamento sempre a partire dagli altri, mai da se stessi.

La vicenda calabrese del PD ne rappresenta la plastica dimostrazione: sono mesi che novelli giacobini predicano il rinnovamento, agitano questioni morali e acuiscono le profonde fratture del gruppo dirigente solo ai fini di ritagliarsi un posticino nel sempre più residuo e marginale bacino del PD. Poco importa se molti di questi predicatori sono cresciuti all’ombra di coloro che oggi considerano il male assoluto, se si sono ingrassati con incarichi e prebende o comodi posticini in liste bloccate.

Ma, francamente, del destino di questi sono poco preoccupato perché gli elettori li hanno già giudicati e pesantemente bocciati.

Sono invece preoccupato del fatto che, anche rimuovendoli dai posti che occupano risolveremo solo parte dei nostri problemi. Si tratta di una condizione necessaria ma non sufficiente.

Perché il rinnovamento, quello vero, non riusciremo a farlo se non costruiremo finalmente il PD, vale a dire un partito di massa, inclusivo e capace di promuovere davvero nuove classi dirigenti sul terreno dell’innovazione politica. Un partito che tenga tutti dentro, vecchi e nuovi e promuova davvero i nuovi sulla base della selezione democratica, nel fuoco della battaglia politica consentendo anche all’ultimo dirigente dell’ultimo circolo di poter crescere ed affermarsi senza cooptazioni ma in base alle cose che sa esprimere e sa fare. Perché sulle macerie si è sempre costruito poco, se non nulla. Perché il rinnovamento senza innovazione è solo nuovismo senza contenuti destinato ad essere spazzato via al primo alito di vento. Perché la lotta politica interna ha senso e si motiva se si è portatori di progetti, di proposte, di visioni strategiche che vadano al di là delle pur legittime ambizioni personali.

Rinnovare non significa cooptare in posti di responsabilità qualche ragazzo che serva da vetrina, ma consentire a migliaia di ragazzi di crescere e produrre politica insieme a chi ha maturato esperienza ed anche errori. Così si faceva nei vecchi partiti, così dovremmo fare nei nuovi (dopo averli costruiti, ovviamente).

Il voto di domenica e lunedì ci consegna intanto due problemi grandi quanto una casa: un PD da prefisso telefonico ed un centrosinistra minoritario, marginale e parolaio incapace di porsi come interlocutore credibile e di governo per combattere l’egemonia del centrodestra in questa regione.

Il centrodestra vince perché regge la sua alleanza con l’UDC, alleanza frutto della miopia di quei dirigenti che consentirono a Loiero di ricandidarsi alla guida di una coalizione ormai minoranza in Calabria convinti che la sola gestione del potere regionale fosse sufficiente a farci vincere. Nel “Rendano” di Cosenza ancora non si sono spenti gli echi di una manifestazione convocata dagli strateghi cosentini (gli stessi della sconfitta cosentina, rossanese e sangiovannese) che urlavano “Agazio, sei l’unico candidato possibile” nelle stesse ore in cui Bersani tentava l’interlocuzione con l’UDC che ci avrebbe fatto vincere davvero.

Ora tutto è più difficile, per cui è davvero assurdo dividersi tra chi urla più forte “rinnovamento, rinnovamento”. E’ venuto invece il momento innovare davvero interrogandoci fino in fondo sul come.

 

LA MORTE DI GHEDDAFI…

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La scena del dittatore ucciso, linciato, violato nella sua umanità nell’atto estremo della morte non è giustizia, è solo vendetta. Uccidere o processare il tiranno quando è ormai sconfitto e senza potere appare come un’operazione ipocrita e un tantino vigliacca, che serve a coprire silenzi e complicità precedenti, a mondare coscienze democratiche per troppo tempo distratte o con gli occhi chiusi di fronte all’assoluta banalità del male. Per questo gioire per la morte di Gheddafi mi sembra un atto barbaro così come barbari sono stati i comportamenti in vita di quell’uomo. Perché alla fine anche quel tiranno era soltanto un uomo, un altro terribile prodotto della crudeltà umana. E per la crudeltà umana vale solo la giustizia e, dopo la morte, solo la pietà.

Dopo la giornata di ieri un nuovo Risorgimento è possibile. Grazie Presidente Napolitano

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La giornata del 17 marzo si è chiusa con un grande successo popolare. Milioni di persone hanno affollato, in ogni parte d’Italia, le manifestazioni celebrative dei 150 anni del nostro Stato, segno che questa nostra nazione è viva e vuole restare unita, nonostante i suoi enormi problemi ed una classe dirigente che, eufemisticamente, possiamo definire, non all’altezza della situazione.
Anche la nostra città, la civile, democratica, aperta Cosenza, ha fatto la sua parte e devo dire che mi sento orgoglioso, oggi, di questa mia appartenenza plurale, di essere cosentino, calabrese, meridionale e italiano.
Si, perché l’unità in Italia significa anche questo: l’orgoglio di appartenere allo stesso tempo ad una terra, alla sua storia, alla sua cultura e, allo stesso tempo, ad una comunità ampia dove ognuno porta, con altrettanto orgoglio, una parte di sé.
Non era scontato che ciò avvenisse: questa ricorrenza e gli altri appuntamenti che seguiranno nei prossimi mesi, rischiavano di cadere nel disincanto, nella retorica, nell’ostilità aperta di tanti che, in questo nostro Paese spesso così fazioso, così campanilistico, così “rosicature”, non hanno mancato di far sentire la loro voce.
Merito di un grande Presidente, Giorgio Napolitano, l’aver fatto comprendere, però, che al di là di tutti i nostri problemi, l’Italia viene prima di tutto, e che solo se saremo capaci di restare uniti, di affrontarli insieme, riusciremo a vincere le sfide che abbiamo davanti, provando “orrore per la retorica passatista”.
Ciò non toglie che il nostro è un Paese che rimane troppo diviso, innanzitutto tra Nord e Sud, in una politica in cui gli scontri sono spesso pretestuosi ed ideologici e in cui il senso di responsabilità appare, purtroppo, assai raro.
Il Mezzogiorno, nonostante tutti i suoi problemi, le sue paure in un futuro difficile, ha partecipato con passione, ha rivolto ancora una volta allo Stato la sua domanda di essere parte, finalmente, di una grande nazione, a dispetto di tutte le “padanie” immaginabili e immaginarie.
Napolitano ci ha invitato tutti a guardare al futuro con l’orgoglio di appartenere ad un Paese che rimane grande, nonostante tutto, nonostante noi stessi.
Che a richiamarci a questo sia uno degli ultimi sopravvissuti di una grande stagione politica ed istituzionale della nostra storia repubblicana la dice lunga su una classe dirigente che continua a guardarsi l’ombelico e a litigare come i polli di Renzo.
Tuttavia, qualcosa, ieri, è accaduto: gli italiani di ogni regione e di ogni città hanno dimostrato una maturità straordinaria a dispetto di tutti, hanno fatto apparire le chiacchiere dispensate a piene mani da torme di politici, opinionisti, intellettuali “cassa continua” solo un piccolo, impercettibile brusio.
Forse la possibilità di fare di questo 2011 una occasione per un nuovo Risorgimento di questo Paese è davvero a portata di mano. Ed al Sud possiamo essere, ancora una volta, all’avanguardia e, soprattutto, restarci.

I pregiudizi anticalabresi…una storia antica

Calabria rovesciata

La storia del pregiudizio anticalabrese è antica. Nel Medioevo resisteva il pregiudizio che la legione comandata della crocifissione del Cristo fosse di Reggio, fatto storicamente falso eppure diffuso in molti documenti.

E’ noto poi come i dominatori romani non avessero in grande simpatia gli abitanti del Bruzio, considerati ribelli, infidi e naturalmente violenti non perdonando loro l’alleanza con il nemico Annibale. La stessa via Popilia, più che come mezzo di comunicazione fu utilizzata come strada militare per favorire l’affluire di truppe preposte alla repressione delle ribellioni.

Per secoli poi, l’immagine del calabrese rozzo, selvaggio e violento, figlio di una natura altrettanto selvaggia anche se bellissima ha continuato a farsi strada.

Il massimo fu raggiunto nel settecento, all’epoca degli scrittori-viaggiatori che si spingevano nella nostra regione con lo stesso spirito di coloro che visitavano l’Africa, l’Asia o le lontane Americhe: Creuze de Lesser scriveva che  « l’Europe finit à Naples et méme elle y finit assez mal. La Calabre, la Sicile, tout le rest est de l’Afrique » (Creuze de Lesser, Voyage en Italie et en Sicilie, cit. in A. Mozzillo, Viaggiatori stranieri nel Sud, Milano, Comunità, 1964, p. 9).

Un intellettuale che in Calabria non viene studiato abbastanza, U. Caldora, scriveva che la Calabria rimase “sino ai primi dell’800 (ma anche oltre) pressoché conosciuta soltanto per i frequenti terremoti che la sconvolgevano e per i suoi banditi: the terra incognita of modern Europe la definivano gli inglesi. Difficoltà e pericoli dissuadevano viaggiatori e studiosi dal visitarla: se qualcuno si avventurò, diede al paese un’occhiata superficiale, riportandone impressioni varie e divergenti, ma di solito concordi e entusiastiche soltanto sulla bellezza dei luoghi e dai contrasti violenti”. Ne consegue che “l’idea di Calabria che si è diffusa lungo i secoli si è formata essenzialmente attraverso i giudizi e i pregiudizi della cultura europea. Essa ha elaborato un’immagine mitica della regione, coltivando luoghi comuni presenti sin dall’antichità. Se i Bruzi della Calabria antica, infatti, erano visti come ribelli e infidi dai Romani, essi verranno ritenuti addirittura fustigatori di Cristo nel Medioevo. Se in età controriformista e barocca la Calabria sarà per i missionari gesuiti una parte significativa delle Indie di quaggiù, la cultura spagnola del tempo giungerà a identificare Giuda come calabrese”” (U. Caldora, Calabria napoleonica, Napoli, 1960, p. 1).

I francesi di Napoleone ci misero la politica: portatori dei grandi ideali della rivoluzione francese non riuscivano a comprendere quei calabresi che non accettavano il progresso che loro portavano opponendosi violentemente alla loro occupazione ed ai “giacobini” locali.

Il brigantaggio fece il resto: la ribellione violenta dei ceti contadini fu affrontata solo in termini di ordine pubblico senza particolari differenze da francesi, Borboni e stato italiano. Napoleone nell’esilio di Sant’Elena, apprendendo che uno dei suoi carcerieri, l’ammiraglio Sidney-Smith aveva combattuto alla testa di irregolari calabresi contro le sue truppe lo apostrofò definendolo “comandante di traditori”. E l’immagine del calabrese rozzo, chiuso, violento continuò a diffondersi ed a perpetuarsi. Eppure anche gli spagnoli si ribellarono ai francesi e la loro rivolta finì per entrare nelle pagine della storia, con le immortali tele del Goya che ne narrarono l’epopea: loro ribelli e patrioti contro l’orco Napoleone e noi briganti e malfattori !!!

Stride con questa immagine, ovviamente, una realtà spesso diversa: in Calabria trovarono rifugio tanti popoli e religioni perseguitate nelle loro “civilissime” contrade (albanesi e valdesi, per esempio), calabresi solcavano il Mediterraneo come marinai e mercanti, distinguendosi come come soldati e alti funzionari pubblici in tutti i regni d’Europa e persino al servizio del grande impero ottomano. Calabrese era uno dei marinai della Pinta che partì con Colombo nel primo viaggio alla scoperta dell’America. E ancora, nonostante la nomea di reazionaria e di Vandea d’Italia, la Calabria contribuì fortemente al processo di unificazione e di modernizzazione dell’intero Paese.

Fino ai giorni nostri: siamo poi sicuri che l’immagine che i media veicolano della Calabria non sia permeata da un “minimo” di pregiudizio ?

Ovviamente i calabresi c’hanno sempre messo del loro nell’alimentare questo pregiudizio, ma il punto non è questo. La verità è che alla Calabria si continua a guardare solo dall’esterno.

Chi osserva la Calabria dall’esterno, nel passato come nel presente, è spesso condizionato da una propria idea di modernità, da un proprio modello sociale e culturale. Modernità e modelli sociali e culturali che sono elaborati e costruiti altrove, e fanno riferimento ad altri sistemi di valori.

Per somma di ironia molti calabresi, sia quelli che vivono fuori regione ma anche quelli che, restandovi, ne denunciano, giustamente, i mali, non riescono a “staccarsi” da quel modello.

In questo senso la Calabria è “incognita”, nel senso che chi la guarda non la vede davvero, chi la osserva non la comprende, chi la cerca nella sua reale essenza, in realtà non la trova.

Per costoro, come per tanti calabresi, il pregiudizio è un vestito buono per tutte le occasioni, una occasione per non pensare, per non assumersi responsabilità.

Ecco perché sconfiggere il pregiudizio è, per i calabresi innanzitutto, un dovere, non per rinchiudersi in una orgogliosa, etnica diversità, ma per assumerne il meglio e farla diventare tratto identitario di una nuova etica della responsabilità, di un nuovo modello civico per lottare e vincere contro i mali atavici di questa nostra terra.

Perché se una cosa è certa è il fatto che solo da noi stessi potremmo risollevarci.

Mafia, subalternità sociale, familismo, malapolitica, infatti, non si battono con le enunciazioni di principio o con la semplice invettiva, ma smascherandone il carattere di ostacolo alla costruzione del futuro. Un futuro che sia finalmente nostro, pensato e realizzato da noi.

La sinistra radical chic contro chi critica la satira di cattivo gusto e chi propone il Reddito Minimo Garantito.

Vignetta Vauro Frankestein
Peppino Caldarola è stato condannato al pagamento di un risarcimento al celebre vignettista Vauro Senesi per aver criticato una vignetta con la quale questi raffigurava Fiamma Nirenstein una giornalista colpevole, lei di origine ebraica. di essersi presentata alle elezioni politiche con il PDL. Vauro la raffigura come il mostro di Frankenstein giocando sull’assonanza del nome, il naso adunco e con la stella di Davide sul petto. Si, proprio quella stella di Davide con la quale i nazisti “marchiavano” gli ebrei e li conducevano nelle camere a gas.
La vignetta suscitò grande sconcerto nella comunità ebraica e critiche e proteste in tutto il mondo. Tra queste un fondo di Caldarola nella sua rubrica “Mambo” su “Il Riformista” con il quale quest’ultimo criticava la sinistra radical e concludeva che con quella vignetta è come se Vauro avesse chiamato la Nirenstein “sporca ebrea”. Da qui la querela di Vauro a Caldarola e al direttore de “Il Riformista” Antonio Polito.
Durante il processo l’avvocata di Vauro chiedeva a Caldarola come poteva la Nirenstein stare nella stessa lista con la Mussolini o con Ciarrapico e cosa dicessero le comunità ebraiche in proposito. Cito testualmente la risposta di Caldarola che mi sembra di una ovvietà pleonastica: “Spiego che le comunità ebraiche organizzano e difendono, a giudicare da questo processo il loro compito è sempre più difficile, i cittadini di religione ebraica che restano ovviamente liberi di scegliere politicamente dove stare. Un ebreo è innanzitutto un cittadino uguale agli altri che ha di diverso solo una religione e una tradizione culturale”. Invece no e da qui la condanna di Caldarola e Polito. Cito ancora Peppino Caldarola: “Se le cose hanno una logica, in questo caso essa è questa: si può rappresentare legittimamente un cittadina italiana indicandone la religione attraverso la propria trasfigurazione con il naso adunco e la stella di Davide, non si può criticare questa vignetta con un testo ironico che interpreta il giudizio di Vauro. L’ebreo di destra è interpretabile e rappresentabile razzialmente, malgrado non abbia il naso adunco né giri con la Stella di Davide, non si può dire che tutto ciò porta alla mente l’anatema sugli sporchi ebrei. Da oggi quindi si può connotare razzialmente un cittadino italiano di razza ebraica se non si condividono le sue opinioni politiche ma non si può criticare questa rappresentazione abnorme con una critica che usa lo stesso paradigma della semplificazione polemica. La sentenza investe due diritti, conculcandoli. Il primo riguarda gli ebrei e dice loro: siate politicamente corretti (rispetto a chi e a che cosa?) altrimenti è giusto che vi raffigurino come una razza. Il secondo dice che la satira va bene ma la satira della satira no”. Insomma, il diritto alla satira è sacro, quello di criticare la satira è un reato. Per la cronaca Caldarola intende rifiutarsi di pagare la pena pecuniaria chiedendo il carcere.
Altro episodio, che non c’entra molto col primo se non per la presenza dello stesso atteggiamento culturale radical sinistroso che lo sottende. Da circa un anno, in Calabria, dentro un dibattito ormai iscritto nel dibattito politico nazionale (vedi le dichiarazioni del ministro Elsa Fornero) stiamo conducendo una battaglia per il reddito minimo garantito.
Si tratta di un provvedimento che ha lo scopo di alleviare il disagio sociale che proprio in questi giorni sta esplodendo in maniera virulenta. Un provvedimento tra l’altro adottato da molti decenni in altre parti d’Europa (ne siamo sprovvisti solo noi e la Grecia, guarda caso). Un provvedimento che ci chiede l’Europa nella famosa lettera della BCE, insieme alle famose manovre “lacrime e sangue” proprio con l’intento di dare una risposta al disagio sociale.
Indovinate chi sono coloro che più si oppongono ad esso con argomentazioni francamente fuori dalla grazia di Dio ? Proprio certi duri e puri di certa sinistra radical chic. Si dice che è un provvedimento assistenziale, che bisognerebbe invece creare lavoro (quale, dove, come ?) che nel Mezzogiorno non si può applicare perché c’è la mafia e la malapolitica e sarebbe foriero solo di nuovo clientelismo, ecc..
Insomma, per questi salottieri commentatori, questi indignati professionali, riconoscere attraverso parametri oggettivi (essere disoccupati, avere più di 18 anni ed avere un reddito annuo ISEE inferiore a 6000 euro, vale a dire stare sulla soglia di povertà) sarebbe un provvedimento clientelare, al quale preferire, magari, la riproposizione di posti di lavoro inesistenti e precari con strumenti come LSU, LPU o di lavoro interinale attorno ai quali condurre la sacrosanta battaglia contro il precariato e per la stabilizzazione nella grande mamma della pubblica amministrazione e quindi proprio con la mediazione della “maledetta” politica.
E’ la stessa sinistra che magari civetta con i movimenti, anche quando sono corporativi o addirittura reazionari (quante parole intrise di lacrime ho letto e sentito in questi giorni a favore dei poveri tassisti, dei forconisti che in fondo si battono per il riscatto di un Sud conquistato dai nordisti Savoia, quanti benaltrismi rispetto ai provvedimenti per liberalizzare il mondo delle professioni, dei farmacisti, ecc.).
E’ la stessa sinistra radical-chic che sostituisce all’analisi l’invettiva, che preferisce giudicare piuttosto che capire, che si innamora di ogni rivoluzione purché non gli svuoti il serbatoio della mercedes e gli scaffali del supermercato. Quella sinistra che sa solo essere chiacchiere, distintivo e intolleranza. Quella sinistra che preferisce il dibattito bello, dotto e arguto dall’alto di una presuntuosa superiorità etica e morale piuttosto che misurarsi con la realtà di risolvere davvero, con le leggi e con le riforme, i problemi del popolo.
Quello stesso popolo che, immancabilmente, finisce per prenderla a pernacchie.